martedì 1 maggio 2018

MA COME TI PERMETTI?




Da quando esiste la TV satellite ho un solo terrore: che un giorno mi suonino alla porta Enzo e Carla di Ma Come ti Vesti? Il programma più violento della TV.

La puntata inizia sempre con gli amici di qualcuno (che è praticamente sempre una lei) che si lamentano di come vesta male e di come sia insopportabile vederla così. Le lamentele principali sono tre: è troppo sportiva, è troppo originale o bizzarra e non porta i tacchi. Da notare, anche, che la lei in questione non è mai brutta, al massimo “poco curata” e non ha acconciature elaborate o trucco pesante.
Seguono riprese “di nascosto” della vittima nella sua normale interazione sociale, perché tutti possano apprezzare quanto sia obbrobrioso il suo stile. A questo punto, come dei veri supereroi, Enzo e Carla compaiono a tradimento e scatta l’operazione “Ma come ti vesti?” vera e propria. Questi due tizi dai gusti improbabili si insinuano, infatti, a casa della malcapitata e le svuotano il guardaroba al grido di “Ma che schifo questo” “Ma come fai a mettere quest’altro” “Ma che orrore” “Ma questo colore non va più di moda dal 96” e così via, con la poveretta che protesta e cerca inutilmente di salvare dal bidone della spazzatura i pezzi che le piacciono di più.


A questo punto Enzo e Carla elargiscono consigli come se fossero detentori della verità assoluta e concludono con un “Mai più con…” questo o quel capo o questo o quell’abbinamento.
Alla vittima viene consegnata una carta di credito ed è libera di andare a fare shopping in giro tentando di attenersi alle indicazioni che le sono state date.
Ne risulta, in genere, un miglioramento del look non completamente snaturante della personalità del soggetto. La stessa ragazza che prima portava solo scarpe da ginnastica e tute acetate magari compare con un paio di jeans con le paillettes e una maglia moderatamente elegante. Insomma una cosa normale.
Ma il programma è perverso e mentre la malcapitata prova, commenta e sceglie i capi, Enzo e Carla, a casa, seguano in diretta la scena e la deridano apertamente con “Non ha capito niente” “Proprio non ce la fa” “Che orrore” e così via.



A questo punto i due corrono per strada a fermarla, la insultano ancora un po’ e la accompagnano in una boutique di loro scelta dove si incaricano di scegliere e abbinare personalmente i capi mentre alla cavia resta il ruolo passivo di provarli di controvoglia.
Lo ammetto: ho sempre avuto la fobia dei negozi con lacommessa. Lacommessa è quel genere di creatura che ti guarda in faccia e ha già deciso cosa venderti e non c’è modo che tu possa esprimere perplessità riguardo a taglia/colore/modello di quello che ti sta facendo provare. Se sei fortunato e hai l’età della ragione puoi mettere da parte l’orgoglio e dartela a gambe il prima possibile, se invece sei un bambino puoi solo sperare che il genitore che ti accompagna non soccomba al “Ma ti sta così cariiiiino” de Lacommessa più deleterio del canto delle sirene di Ulisse.  Da questo punto di vista sono grata all’invenzione dei grandi magazzini dove puoi girare liberamente, decidere cosa provare, nasconderti in un camerino, non farti vedere da nessuno e uscire con la merce che vuoi acquistare senza che nessuno intervenga con il proprio parere.
Questa parte del programma rappresenta quindi la materializzazione del mio incubo infantile e, lo ammetto, lo guardo solo per vedere lo sguardo riluttante della malcapitata e solidarizzare con lei. Un po’ come uno yeti che guarda King Kong, insomma.
La scena si svolge così: questa povera tizia è costretta a indossare cose che solo nel mondo fantastico e popolato di unicorni che costituisce il cervello di Enzo Miccio potrebbe essere considerato “elegante”. Pizzi ovunque, gonne con strascichi chilometrici, pantaloni d’argento attillatissimi e scintillanti, sandali di almeno 15 centimetri con cui neanche Naomi Campbell sarebbe in grado di percorrere più di 2 metri, borsette con nappi, frange, nastrini. Abbinamenti di colori improbabili e soprattutto completamente estranei alla personalità del soggetto che stanno vestendo e che è ridotto esclusivamente al proprio corpo.
La poveretta si lamenta e ad ogni “Non vedi com’è bello?” risponde con un incerto “Ma veramente a me…” ma non fa in tempo a finire la frase che viene sovrastata da un altro commento entusiastico di Enzo o da un commento sarcastico di Carla.
Ovviamente i due comprano per la tapina tutte le mise pre-abbinate e si passa alla stazione successiva: coiffeur e trucco.
E qui il messaggio è ancora più evidente: così come sei fai schifo, per essere accettata dalla società devi attenerti a certe regole, i capelli di questo colore non donano con il tuo incarnato, molto meglio una tinta così, con i colpi di sole cosà e il trucco che schiarisce, amplifica, colora, modella. Mica puoi pretendere di farti vedere così come sei, che se anche non sei nato con un aspetto repellente comunque dovresti un minimo sforzarti per renderti più gradevole alla vista.
Il finale ovviamente vorrebbe essere quello di una favola: la novella Cenerentola scende le scale con uno dei completi scelti da Enzo e Carla e finalmente riscontra la loro approvazione incondizionata, uno la riempie di complimenti mentre l’altra descrive minuziosamente pezzo per pezzo i capi. E si tratta di questi capi, non so se mi spiego.



Per finire in bellezza la poveretta fa il suo nuovo debutto in società, con le amiche che a momenti non la riconoscono e tutti che inneggiano alla bravura di Enzo e Carla, capaci di risolvere i problemi anche dove non esistono. La Cenerentola, ovviamente, non può che essere loro grata di essere stata trasformata da paria del suo gruppo di amiche nell’ennesima brutta copia di Chiara Ferragni.
Ora, sarebbe troppo facile fare una critica sociologica a questo programma, immaginarsi le conseguenze sulle adolescenti socialmente isolate e magari, con un briciolo di abilità dialettica, dimostrare che se una volta il bullismo non era un problema è perché la TV non trasmetteva “Ma come ti vesti” e “Vite al limite” (non lo penso, ovviamente. La colpa è dei cellulari e della nostra percezione distorta del mondo da quando c’è internet).
Non è mia intenzione fare niente di tutto questo, non voglio scagliarmi contro la televisione cattiva nè difendere un’immagine non superficiale della donna conducendo una campagna contro Enzo Miccio. Solo noto che, quando accendo la televisione per sentire del rumore di sottofondo mentre mi dedico ad altro, “il banco dei pugni” mi fa sorridere, “pronto soccorso H24” mi fa incazzare, ma “ma come ti vesti” mi fa proprio soffrire.

3 commenti:

  1. Pero' poi io leggo triptofun..e sto un po' meglio ! ;)

    RispondiElimina
  2. Sempre bello leggerti, bello vedere "rivivere" triptofun.
    Non conosco questa trasmissione, e con quello che hai scritto non ti chiedo neppure quale rete la trasmetta: basta la tua descrizione per girare al largo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono riflessioni frutto del mio zapping sui “canali alti” quelli a 2 cifre per intenderci... ma credo che questo programma in particolare sia di real time. Se ti capiterá di vederlo, ora lo riconoscerai :)

      Elimina