martedì 7 agosto 2018

SOCIO-SOCCORSO


La signora che mi siede di fronte dimostra meno dei suoi 80 anni e, dopo cinque minuti abbondanti di colloquio non mi è ancora chiara la ragione dell'accesso. So solo che è stata registrata insieme al marito, il quale in questo momento è nella stanza a fianco con il mio collega. "Mio marito fa il matto, perchè non capisce che invecchio anche io. Lui ha 95 anni e si è preso la moglie giovane, ma io ormai ho 80 anni sa? E lui non lo capisce. E ho sette operazioni sulle spalle!". Inizia ad elencarmele, a partire dalla immancabile e piemontesissima, la parotomia (meglio nota agli addetti come isterectomia laparotomica).

"Perchè sa, io ho patito la fame dai 4 ai 14 anni, e poi di nuovo dai 20 ai 24. L'unico periodo in cui sono stata bene è stato quando sono andata in Inghilterra a fare l'infermiera... il mio errore è stato tornare, ma sa... avevo la mamma malata e cosa vuole fare, non potevo mica restare là". "Mio marito ha sempre avuto un brutto carattere, un dittatore, vuole comandare sempre lui. Io gliel'ho detto, meno male che non ti conoscevo, se no mica ti sposavo con questo carattere!" "Anche i figli... ne ho 3, ma nessuno vuole occuparsi di suo padre, con tutto quello che gli ha fatto quando erano piccoli". "Poi una si immagina di passare una vecchiaia tranquilla ma..." e qui la voce le si spezza in pianto "... Con quello lì".
"Quello lì" avrebbe bisogno dell'assistente sociale, ma, anche se avrebbero diritto all'accompagnamento, soldi non ce ne sono e chissà quando verrà attivato. D'altro canto loro di soldi per pagare un ricovero in struttura privata non ne hanno e così all'una di notte me li ritrovo in pronto soccorso entrambi. Perchè lui ha urlato svegliando tutti i vicini che la moglie lo faceva morire e lei in preda alla disperazione ha chiamato il 118, poi per un attacco d'ansia ha detto ai volontari che aveva male al petto ed eccoli qui tutti e due.

Il paziente successivo di anni ne ha meno di venti ed è già un tossico notevole. Cannabinoidi, crack, eroina, amfetamine. I genitori, disperati, l'hanno cacciato di casa, ma il ricovero dove dorme ad Agosto è chiuso per ferie e lui non ha più un posto dove stare. Cuore di mamma l'ha ripreso in casa, sfruttando l'assenza del papà per un viaggio di lavoro. Dopo poche ore, però, in seguito ad un problema informatico di cui capiamo poco il ragazzo, che ora parla con poche frasi esplosive e si sofferma su dettagli di nulla importanza perdendo il senso generale del discorso, dà di matto, la mamma si spaventa e chiama il 118 per farlo vedere da uno psichiatra.
Quando arriva però il ragazzo è tranquillissimo, sono le due di notte e non posso chiamare lo psichiatra reperibile per un litigio di famiglia.

La coppia che arriva dopo sembra quasi normale, a confronto. Lui, paziente, zitto. Lei, moglie, che parla per tutti e due e anche di più. Lui ha avuto una serie di ictus e anche se è ancora giovane, porta molto male i suoi anni. Lei non si rassegna a vederlo meno performante di un tempo, a tratti assente, talvolta sofferente e l'ha già portato da ogni specialista possibile e sottoposto ad ogni indagine immaginabile. Quando le spiego che ulteriori indagini sarebbero inutili, perchè ormai sappiamo qual è il problema di suo marito, ma purtroppo non è uno di quei problemi che la scienza attuale è in grado di risolvere perchè il cervello non ricresce, è come se parlassi ad un muro. "Deve pure esserci qualcosa, qualche indagine più approfondita, qualche esame che si può fare, qualche cura per farlo star meglio". L'eterna condanna della medicina moderna, schiacciata da un lato dai medievalisti che "è tutto un complotto, la medicina non funziona, l'HIV non esiste, la chemioterapia uccide i pazienti, i vaccini servono ad arricchire le case farmaceutiche" e dall'altro chi non si rassegna ai limiti della scienza e pretende una soluzione. 

La signora che mi compare in carrozzina, 82 anni ben portati, è reduce da un tumore della laringe. Per sopravvivere si è dovuta sottoporre ad un intervento molto demolitivo, ora ha una tracheotomia (un buco in gola per respirare) e una gastrostomia (un buco nello stomaco per mangiare). Non può più parlare nè urlare, per questo arriva con una lavagnetta e un pennarello rosso con il quale traccia rapidamente e accuratamente, con quelle belle grafie che non si vedono più, una frase terribile "non ne posso più, voglio morire". A fianco a lei la figlia psicoterapeuta, che un po' legge, un po' anticipa, un po' indovina, un po' interpreta quello che la mamma vuole dire. La signora, di tanto in tanto, sfoga tutta la sua frustrazione per non essere compresa chiudendosi gli occhi con le mani e morsicando con la bocca senza denti un fazzoletto intriso di lacrime.
Il colloquio, tra interpretazioni della figlia e lettura della lavagnetta, richiede un sacco di tempo. In sostanza la signora, che fino a prima del ricovero era perfettamente autonoma, sta faticando ad adattarsi a questa nuova vita silenziosa e con assistenza continua. La badante non la aspira bene, il figlio ogni tanto si altera, lei non riesce a scrivere abbastanza in fretta ciò che vuole o intende e vorrebbe solo essere lasciata in pace. Al culmine di questo litigio ha radunato tutti gli ipnoinducenti che aveva in casa dichiarando di volerla fare finita. Poi se n'è pentita ed è scappata. Il lungo racconto deve averla calmata, o forse è solo sufficientemente intelligente da capire che per essere dimessa deve dichiarare di non aver veramente pensato di uccidersi.

Eppure quanto deve essere terribile una vita senza voce. 
Quanto deve essere terribile tentare di stare vicino ad un figlio tossicodipendente, gestendo contemporaneamente i giudizi della gente, che se hai un figlio malato ti compatisce e se ce l'hai tossico ti accusa.
Quanto deve essere terribile vedere un proprio caro deteriorarsi a poco a poco, sapendo o temendo che non c'è niente da fare.
Quanto deve essere terribile invecchiare a fianco ad un compagno che invecchia più di te e non dà mai spazio alle tue lamentele.

Chi si fa carico di tutta questa sofferenza? La famiglia, se c'è e finchè dura. E quando la famiglia non ne può più, laddove c'è una necessità qualsiasi, c'è un posto sempre aperto, notte e giorno, che offre qualcuno con cui parlare e a cui chiedere una soluzione: il pronto soccorso. Solo che il pronto soccorso non è pensato per questo. Non abbiamo soluzioni se non un po' di tempo da dedicare, un po' di empatia da regalare e, se proprio va bene, una barella per dormire una notte. I più fortunati ottengono un sollievo di qualche ora, un esame inutile che placherà la loro ansia e li illuderà di poter resistere ancora un po'. Fino al prossimo passaggio in pronto soccorso.
Qualcuno torna a casa a mani vuote, come la madre del tossico, che se lo riprenderà in casa perchè lui rifiuta di dormire in barella fino alla visita psichiatrica del giorno dopo. Qualcuno trova conforto spontaneo in quello che accade, come la signora della tracheotomia, che torna a casa di umore leggermente migliore, o quanto meno pronta di nuovo a combattere.
Qualcuno, come la prima signora, vince alla lotteria. "Ho saputo che tenete mio marito questa notte! Grazie! è davvero un regalo che mi fate, almeno posso dormire una notte tutta filata senza che lui mi svegli ogni ora per andare in bagno e posso riposare un po' le orecchie senza che mi racconti di tutte le sue avventure prima del matrimonio! Grazie davvero! Siete proprio di buon cuore".

Bastasse quello, signora, bastasse quello.

2 commenti:

  1. Io so che tu sai che io lo so.
    PPD

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