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sabato 9 aprile 2016

TEMPO CHE PASSA E BOCCHE CHE SANGUINANO

Non fosse per la nebbia potrei dire di essere a Parigi
Pregasi notare il volatile allineato allo zenith della piramide...
Ah se solo Dan Brown avesse lavorato al St George's, altro che Codice Da Vinci.

E' già passato un mese, è solo passato un mese. A tratti sembra che il tempo qui sia volato, in certi momenti mi sembra invece di non essermi spostata di una virgola. Sono ancora qui che aspetto che il GMC maledetto mi approvi la licenza e nel frattempo faccio quello che posso, quello che riesco: più di quello che potrei, meno di quello che saprei.


Non che mi sia messa a contare i giorni, ma giovedì il telefono ha smesso di funzionare, chissà perché mi dico lì per lì, ma in fondo in questo ospedale non prende mai, devi uscire in cortile, oppure affacciarti alla finestra del primo piano, ma non quella che dà sul cortile interno con la fontana e i vialetti di ciottoli, quella del parcheggio delle ambulanze, e allora, forse, se Marte è allineato con il Capricorno, prende anche internet. Ma giovedì niente, e così ho poi realizzato che era il 7 Aprile, che sono già qui da un mese e che la mia sim pay-as-you-go era scaduta.

In questo mese ci sono stati giorni belli e giorni brutti, momenti di esaltazione e altri in cui torni a casa sentendoti un completo idiota. Oggi sono con la stessa specializzanda di pneumologia che mi ha accolto il primo giorno. Con la differenza che il suo inglese velocissimo ora mi è perfettamente comprensibile, anche in mezzo agli allarmi che suonano, agli infermieri che parlano e alle lucidatrici del corridoio che oltre ad intralciare il passo producono un rumore incessante e fastidiosissimo.
E sempre oggi mi affidano una paziente da ricoverare in resus (i codici alti del pronto soccorso), una graziosa 76enne con un rossetto color sangue molto evidente. E' sangue (dicesi emottisi), chiarisco leggendo i fogli dell'ambulanza. E incredibilmente me la cavo sia a farmi spiegare da lei e dal marito cosa fosse successo, sia a compilare la cartella, sia a chiedere all'infermiera di ricoagularla con la vitamina k. Nessuno mi ha guardato come se venissi da Marte, quindi probabilmente devo anche essere riuscita ad esprimermi in una delle molte forme di inglese che vengono qui riconosciute come accettabili per instaurare una comunicazione.
Mentre guardo il suo elettrocardiogramma e la sua radiografia del torace la signora parte alla volta della radiologia per fare una TAC per escludere un'embolia polmonare. Alla radiografia c'è un'ombra a destra, come un'interstiziopatia, e mi compiaccio di leggere nel referto della TAC che per il radiologo si tratta di un'emorragia alveolare o di una polmonite da aspirazione. La prima ipotesi è più compatibile con la storia (svegliarsi in pieno benessere tossendo sangue), la seconda sta meglio con gli esami e le condizioni attuali della signora (emoglobina non così bassa, urea un po' alta, storia di reflusso gastrico, uno strano dolore alla bocca dello stomaco). Faccio un'emogasanalisi che nessuno aveva ancora provveduto a chiedere e prescrivo della morfina per il dolore che sembra peggiorare. La signora ha quella facies indefinita, di quelle che ti fanno dire "questa non mi piace", quelle che hai imparato a riconoscere al volo e che non dipendono strettamente da una o da un'altra patologia, ma non fanno presagire nulla di buono. Siccome però le sfumature del mio inglese non giungono a tanto, questa considerazione me la tengo per me e mi limito a riportare i fatti alla specializzanda che controfirmerà la cartella. Così iniziamo la terapia antibiotica per la polmonite da aspirazione, e anche un po' di cortisone, che male non fa mai, soprattutto se alla base dell'emorragia alveolare ci fosse qualche tipo di patologia autoimmune.

Passano tre ore e la signora viene spostata dal pronto soccorso al nostro reparto. L'infermiera mi sottopone l'elettrocardiogramma di ingresso, è comparso un ritmo bigemino che prima non c'era, peccato che nel frattempo l'ecg del pronto sia andato smarrito, esiste solo più nella mia memoria (mi sento quasi a casa). Rivaluto la signora che ha un aspetto sempre peggiore, e poiché in giro non c'è nessun altro, ripeto gli esami di mia iniziativa (impiegando circa tre minuti a fare il prelievo e mezz'ora a litigare col sistema informatico e stampare le etichette, mi sento sempre più a casa). In poco più di un'ora mi chiama il laboratorio: la troponina della mia paziente è decuplicata, ha un infarto.
A questo punto è proprio necessario trovare qualcuno. Quando trovo la specializzanda che mi ha controfirmato la cartella e le racconto tutta la storia per tutta risposta mi chiede di chiamare i cardiologi "Conosci la storia della paziente molto meglio di me". Vero, ma parlo un inglese molto peggiore del tuo, penso. Però ci sono troppe altre cose a cui lei deve badare, così chiamo io la cardiologia. Ci va del bello e del buono per farsi capire al telefono tra termini che non so pronunciare (hemoptysis) o tradurre (bigeminismo), ma alla fine riesco a trasmettere ai cardiologi un po' della mia ansia. La diagnosi resta tutt'altro che chiara: un infarto polmonare, che spiegherebbe tutti i sintomi, è stato escluso dalla TAC (e poi un'embolia in una paziente scoagulata con il coumadin?). Un infarto miocardico non è facile da trattare in una paziente che sanguina. Alla fine tutti concordano che è meglio trasferire la paziente in terapia intensiva. Mentre scrivo il riassunto in cartella in attesa del cardiologo e dell'intensivista penso che non è poi male come fine del primo mese, anche se stasera farò per l'ennesima volta troppo tardi per passare a fare la spesa da Sainsbury e mi toccherà accontentarmi dei surgelati rimasti in freezer.




domenica 21 febbraio 2016

CONFESSIONI (1)


Un vecchio adagio sostiene che al medico e al prete si debba raccontare tutto, in tempi più recenti Dr House ci ha insegnato che tutti mentono e i pazienti non fanno certo eccezione... C'è un briciolo di verità in entrambi i punti di vista, ma di certo quello del nostro mestiere è un osservatorio speciale sull'umanità.

Il signor T., 80 anni, ha la pancreatite e non apprezza particolarmente la dieta postoperatoria a base di essenza di pollo. "Essenza di pollo", proprio così sta scritto sul menù dell'ospedale, ma che sarà mai l'essenza di pollo? odore di rosticceria in bottiglia?
Il signor T. Mi prende da parte e mi spiega nel suo italiano incerto in cui infila intere frasi in un dialetto del sud che una schifezza del genere non può proprio mangiarla, lui di carne se ne intende, ha fatto il macellaio per anni in una grande città.
"Non sono mai stato un delinquente", premette, come se le due cose fossero collegate. Le signore per bene del posto andavano a servirsi nel suo negozio e lui vestiva sempre in giacca e cravatta "Non con quei camici luridi, come usate qui al Nord".
Quel che gli capitò poi, almeno stando al suo racconto, è che tenne in frigorifero della carne non più fresca da dare ai cani, ma sfortuna volle che proprio quel giorno passasse l'ufficio d'igiene e che lo zelante controllore andasse a scovare nel frigorifero proprio quell'unico sacchetto di carne andata a male conservata per cibare i suoi amati quadrupedi.
Seguì un tira e molla tra l'ufficiale e il signor T.: uno minaccia la chiusura del negozio, l'altro si indigna, uno chiede la mazzetta l'altro non ha i soldi per pagarla.
"Lei capisce bene che se mi chiudevano il negozio ero finito, anche se lo aprivo da un'altra parte nessuno ci sarebbe più venuto, perché ormai il nome era perso".
Io annuisco con aria convinta, lui continua: "Allora io l'ho preso e l'ho appeso".
Appeso?
Appeso.
Al gancio. Quello dei maiali.

Quanto servirebbe un corso di nonchalance alla Facoltà di Medicina, per imparare in queste situazioni a guardarlo con calma immensa, sorridere e dire "Ah sì?" "Ma non è mica morto! Solo paralizzato da qui in giù" accompagna la frase con un inquietante gesto di sgozzamento.
Poi ovviamente mi hanno tolto la licenza e chiuso il negozio e sono dovuto venire al nord con la valigia di cartone.
"Non sono mai stato un delinquente" ribadisce, ma inizio ad intuire il nesso logico.


Non ho mai saputo se la storia fosse vera o se avesse riciclato una sceneggiatura di tarantino per manipolarmi, so solo che il giorno dopo gli ho permesso di mangiare le alette di pollo arrostite portate dalla moglie e al diavolo la pancreatite.

sabato 25 aprile 2015

LA PRIMA GUARDIA NON SI SCORDA MAI



Inizi della specialità, primo sabato di guardia in reparto, dicono che i novellini siano sempre i più sfortunati, ma io non sono superstiziosa.

"Hai già dato un'occhiata al 7? è venuto il medico di guardia tre volte questa notte".
Il ruolo degli infermieri, nelle guardie festive, è essenziale. Ti trovi con trenta malati sconosciuti e scegliere chi visitare per primo non sempre è semplice.
Il paziente in questione è, ad essere ottimisti, in coma, con un braccio rigido come un tronco e l'altro plegico, senza tono muscolare. Prendo i parametri, misuro la glicemia, faccio l'elettrocardiogramma, quando sto per chiamare la radiologia arriva lo strutturato che mi toglie le castagne dal fuoco insistendo personalmente con i radiologi per una TAC urgente.

L'emergenza in medicina interna non assomiglia per niente ad ER, anche perché siamo due medici per trenta malati i quali sembrano essersi  accordati per lamentarsi in contemporanea.

La signora del letto 15 deve essere dimessa e a quanto pare abbiamo perso parte della sua documentazione clinica, ma io non ho mai visto lei né la sua cartella e se anche quest'ultima fosse rimasta in qualche luogo dell'ospedale sarebbe di certo impossibile trovarla di sabato quando tutto, tranne i servizi essenziali, è chiuso. Ai parenti, però, viene una crisi di panico quando lo comunico, così, mentre dalla radiologia chiamano per avvisarci che il nostro 7 ha un'emorragia cerebrale e altri venti pazienti attendono di essere visitati bisogna anche attivare una catena telefonica per tentare di svelare il mistero della documentazione perduta.

I parenti della signora al letto 6, invece, ci tengono a sottolineare che secondo loro ha bisogno di una coronarografia e mi tocca spiegare la differenza tra questa e la scintigrafia miocardica che è stata richiesta dai colleghi e perché nel suo caso si tratti dell'approccio migliore.

Poi c'è il signore al letto 9 che mi convoca d'urgenza per informarmi che vuole firmare ed andarsene. Intanto il 7 torna con la sua diagnosi di ictus e bisogna chiamare il neurochirurgo, impostare la terapia dell'edema cerebrale e spiegare per telefono l'accaduto ai parenti che sono in arrivo e per poco non si schiantano in macchina alla notizia.

Fa poi il suo ingresso in reparto un nuovo paziente da ricoverare, perché il pronto soccorso è sommerso e non può fare a meno di mandarci un tranquillissimo caso di crisi epilettiche recidivanti.
Mentre compilo la cartella alla meglio, con mezzo reparto ancora da visitare, torno a parlare con il 9 spiegandogli che sì, se vuole può tornare a casa a neanche 24 ore dal ricovero, ma in fondo è stato lui a recarsi in pronto soccorso perché non respirava bene e la speranza che risolvessimo il suo problema tra le 18 del venerdì e le 14 del sabato era piuttosto irrealistica.

"Dottoressa?"

No, non credo di poter sopportare un altro parente insoddisfatto del cibo, delle attenzioni, dei vicini di stanza.

Mi volto di scatto con l'aria un po' scazzata.

Quello che mi viene incontro con l'andatura un po' incerta, un bastone in una mano e nell'altra un pacco di dolci è il marito della 6, la signora che non voleva fare la coronarografia.

"E' stata così gentile a prendersi cura di mia moglie, sa, mia figlia e mio genero parlano tanto ma è perché ci vogliamo bene".

Mi porge il pacco.

"Tenga, ma prima di mangiarli, mi raccomando, ci canti sciuri sciuri così si credono che è siciliana anche Lei e si fanno più buoni".

giovedì 2 aprile 2015

IL VOLO

E adesso?

Adesso che l'ultimo post ha totalizzato quarantamila visite raddoppiando da solo quelle degli ultimi sette anni?
Cosa scrivo?
Dovrei forse commentare, giustificare, spiegare, andarmi a infilare nel ginepraio della medicina difensiva per giustificare, sostenere, dibattere?

Ho ricevuto i commenti più svariati (e vi ringrazio per tutti).
Brava, ci voleva qualcuno che facesse capire che i medici sono uomini e che ci vuole umanità nella medicina.
Brava, io apprezzo sempre il cinismo.
Molto meglio di Gramellini.
Ecco perché non mi piaceva Gramellini.
Sembra scritto da Gramellini.
Ha ragione Gramellini.
Dovresti farlo leggere a Gramellini.

E invece sapete che c'è? C'è che non ho voglia di rispondere, di spiegare, di argomentare.
Le parole stanno lì, nella loro evidente ambiguità di interpretazione. Fatene cosa volete.
Oggi ricomincio da capo, con un fatto brevissimo, che da tempo volevo condividere.


Il collega che smonta dal turno di notte ci si avvicina con la faccia stanca e una storia da raccontare. "Non l'avete ancora saputo?" si stupisce, il fatto è successo da poche ore, ma in ospedale il tempo non segue le leggi del mondo di fuori.
Inizia a raccontare come chi si toglie un peso dal cuore.
Questa mattina, saranno state le sei - comincia - è arrivato un ragazzo sui trent'anni. Ieri sera era a casa con suo figlio, di circa due anni, e il figlio, coetaneo, di una coppia di amici.
Stava giocando con i bambini a lanciarli in aria e riprenderli al volo.
Lancia uno, lancia l'altro - Il nostro narratore accompagna con partecipazione le parole con gesti eloquenti al punto che vediamo nitidamente l'eccitazione di un bambino immaginario tra le sue braccia.
Lancia uno, lancia l'altro, in un turbine di piccole grida gioiose, finché uno, il figlio degli amici, gli sfugge di mano.
I cento e passa chilometri che li separano dall'ospedale pediatrico sono percorsi invano.
Rimaniamo tutti senza parole per un momento.
L'uomo funziona così, a confronti, quei maledetti neuroni a specchio non fanno altro che ricordarti tutti i giorni che chi ti trovi davanti potresti essere tu.
Brivido collettivo al solo pensiero: la telefonata all'amico, i pianti, il rimorso. Tra dieci anni, tra venti, il figlio che cresce e ti ricorda di un altro che non crescerà. Immagini che ti passano davanti agli occhi in un nanosecondo.
Poi ti rendi conto del perché, anche quando questo ti sembra un mestiere di merda, anche quando non c'è niente da fare, anche quando sei solo spettatore privilegiato dei fatti che la vita ti mette davanti, vale la pena di farlo.
Perché quando tornerai a casa stasera ti verrà voglia di abbracciare un po' più forte quelli a cui vuoi bene e per loro sarà così, senza un motivo apparente.

venerdì 10 gennaio 2014

DISCORSI IN CORSIA

Parte del fascino dell'ospedale sta nell'estrema variabilità delle persone ricoverate e delle loro storie. Il mondo ti passa a fianco e tu non devi fare altro che registrare con gli occhi la sua stravaganza.
Questo è un minimo estratto delle conversazioni più assurde degli ultimi anni.

Paziente biascicante pressocchè inintellegibile, dai suoi discorsi estrapoliamo qualche frase qua e là
"Io lavoravo nei servizi speciali!"

"Perchè voi credete che sia facile pilotare un aereo, ma le selezioni sono durissime! Ti mettono prima tutti in una centrifuga che gira velocissimo e poi devi scendere e camminare diritto"
"Immagino non sia facile" gli do corda io
"Eh no, infatti di 700 che si sono presentati ne hanno selezionati solo 50" e lui a quanto pare era uno di quelli.



Alcolista ricoverata per motivi internistici, per evitare la crisi di astinenza e controllare l'introito alcolico riducendolo gradualmente lasciamo che la madre le porti il liquore che le sarà somministrato a dose controllata con il resto dei farmaci, così la sua terapia, tra le altre cose, riporta GIN x 3 (30 ml h. 8.00; 14.00; 20.00). Infermiera: "Scusate ma questo GIN che avete scritto in terapia è una sigla? Perchè non so dove prenderlo, sul prontuario non lo trovo!"




"Lo sa? Io giocavo a calcio balilla con Aldo Moro! Ma voi sapete chi è Aldo Moro?"
"Sì, certo!"
"Solo che lui poi è stato più fortunato, è diventato più famoso di me!"
...ora non so che concetto di "fortuna" abbia, ma non è che poi abbia fatto tanto una bella fine...






Dexter si preoccupa dell'effetto del cortisone
paziente di circa 170 kg, col BMI e i doppi menti di dexter, il locandiere alieno di Star Wars episodio 2 (per i meno nerd tra i miei lettori trovate una comoda fotografia qui accanto).

Ricoverato per insufficienza respiratoria acuta ed edema polmonare, diuretizzato e ventilato, in pochi giorni vanta un raro successo terapeutico ed è in forma discreta.

Lo visitiamo, auscultiamo i polmoni, misuriamo pressione e saturazione, scriviamo in cartella.

"Dottore posso farle una domanda?"

"Mi dica!"
"Ma per caso mi avete dato del cortisone in questo ricovero?"
"Sì, all'inizio è possibile... per i polmoni"

"Ah ecco"
Si guarda con aria sconsolata l'enorme pancione
"Infatti ho notato che mi sono gonfiato!"




Anziana e distinta signora classe 1922 "Eh sa dottore è successo che nel cuore della notte mi sono svegliata intontita e ho pensato... certo che il Gin Tonic di ieri sera lo devo aver caricato un po' troppo! Invece era un ictus"

martedì 14 maggio 2013

QUANDO LA MEDICINA INCONTRA WALT DISNEY

Cose per cui vale la pena studiare sei anni:

Quinto anno, lezione di medicina del lavoro.
L'intossicazione cronica da mercurio può provocare diversi sintomi dovuti all'accumulo del metallo a livello cerebrale. Tra i più comuni si rilevano perdita di coordinazione motoria, tremori, disturbi dell’umore tra cui depressione, ansia, stanchezza cronica, apatia, insonnia, psicosi, irritabilità, sbalzi d’umore, delirio.
Il mercurio metallico viene utilizzato per la produzione dei feltri dei cappelli, chi vi fa venire in mente?

Il cappellaio matto di Alice nel Paese delle Meraviglie!
Era matto perché faceva il cappellaio.
In Inghilterra è proverbiale "Mad as a hatter", matto come un cappellaio, proprio perchè i cappellai avevano tale fama e, si scoprì poi, c'è una giustificazione scientifica per questa caratteristica.



Quinto anno. Lezione di Pediatria.
La sindrome di Angelman è una malattia genetica caratterizzata dai seguenti sintomi
- ritardo mentale
- problemi nell'uso del linguaggio (minimo utilizzo delle parole, capacità di comunicazione non verbali che superano di gran lunga quelle verbali)
- problemi di equilibrio, atassia o movimenti maldestri degli arti e soprattutto delle mani
- riso e sorriso frequente, umore apparentemente felice, personalità altamente eccitabile, spesso ipercinetica con difficoltà di attenzione.
La sindrome prende il nome dal dr. Harry Angelman che per primo la descrisse nel 1965, ma spesso viene denominata "Happy puppet syndrome" per via dell'apparenza giovanile e felice di chi ne è affetto.

La descrizione vi ricorda qualcosa?
Pare che ne sia affetto Cucciolo (Dopey - addormentato- in lingua originale), il più giovane dei nani di Biancaneve che non ha mai imparato a parlare.

domenica 10 marzo 2013

DALL'ALTRA PARTE




un giorno come tanti ai monitoraggi pressori.

"Lei signore è destro o mancino?"

vedo che esita a rispondermi

"Con che mano scrive?"

"Con la destra, però sono un caso un po' particolare... sono un situs viscerum inversus totale"

alzo gli occhi e lui riconosce subito la scintilla nel mio sguardo, deve averla vista accendersi un milione di volte grazie a quelle tre parole latine, una formula magica infallibile.

"Pensi che quando ero al mare mi hanno dovuto operare d'urgenza di appendicite, sono andato al Policlinico e mi hanno fatto un taglio assurdo. Poi ci hanno messo quattro ore e mezza perchè sono venuti da tutto l'ospedale a vedere l'operazione... mia moglie era preoccupatissima, pensava fossi grave, invece volevano tutti vedere!"

a mio eterno demerito il primo pensiero non è andato a quella povera donna, ma a quanto avrei voluto essere lì anch'io. L'immagine del chirurgo che si attacca al cicalino, degli specializzandi che si precipitano, della affannosa ricerca di una machina fotografica, di lezioni che si progettano mi si è affacciata alla mente ben prima di quella di questa moglie disperata, chiusa fuori da una porta con gente sovraeccitata che continua a entrare e uscire, in un corridoio silezioso, preoccupata per il marito che teme stia per morire.

Nel pieno dell'immedesimazione cerco di giustificare i colleghi



"Eh sa è una condizione rara, saranno stati stupiti [al settimo cielo dalla gioia N.d.R.]"

"Sì, infatti, poi c'erano anche tutte le dottoresse giovani che mi hanno preso a cuore e venivano a chiedermi tutti i giorni come stavo ed erano molto gentili"

E voi penserete: erano gentili per tentare di compensare di aver quasi fatto prendere un colpo a sua moglie, di averlo tenuto quattro ore in sala operatoria inutilmente e di avergli squarciato orrendamente l'addome.
No.
Vi posso assicurare che quello che sentivano loro lo sento anch'io, e con me la quasi totalità dei medici, è come avere nel pre-frontale un neon colorato di dieci metri che si accende a intermittenza e dice "è un situs viscerum inversus CHE FIGO".
E va bene che in questo caso è una malattia che non dà particolari problemi, il dramma viene quando una malattia rara e "figa" è anche mortale, in tal caso a fianco al neon si accende la lampadina del senso di colpa che ricorda "non dovrebbe sembrarti figo, perchè per lui non lo è affatto". La seconda lampadina però non spegne la prima, fa solo più confusione.
Non c'è niente da fare, siamo programmati così. Voi potreste pensare che sia inumano trovare interessante una malattia mortale o un'anomalia raccapricciante e vi sembrerà inquietante che l'unico a provare piacere da un orrore del genere è proprio il dottore che vi dovrà curare.
Eppure siamo fatti così, forse uno non sceglie medicina se non ha almeno un po' di quel senso del mistero della natura che nell'ottocento spingeva le folle a pagare il biglietto del circo per vedere i monstra e oggi alza lo share dello show dei record.

Un interrogativo però è doveroso, è giusto preoccuparsi di più, seguire meglio un paziente solo perchè ha una condizione strana? In fondo l'appendicite del mio paziente aveva la stessa probabilità di dargli complicazioni, la sua ferita la stessa probabilità di sovrinfettarsi di quella del suo vicino. Ma gli specializzandi si interessavano a lui perchè il suo cuore è a destra, mentre quello del vicino è, banalmente, a sinistra, come quello di tutti gli altri.
Naturalmente nessun medico dovrebbe trattare i pazienti in modo diverso in base a cose futili come l'età, la simpatia o la posizione del loro cuore, eppure lo facciamo... forse è inevitabile.
Resta da stabilire se l'attenzione in più, pur se dovuta alla curiosità scientifica, può considerarsi lo stesso un maldestro "scusi per il disturbo".
Il mio paziente fortunatamente sembrava pensare di sì.

sabato 8 dicembre 2012

CANCER (Le nebbie del tempo 2)


Il dizionario etimologico per la parola cancro riporta:

deriva da lat. Cancer, granchio. Genere di grave e dolorosa malattia in forma di tumore ulcerato e livido, che attacca di preferenza le parti del corpo dotate di senso più squisito, come la lingua, le labbra, gli occhi, le mammelle ecc. così denominato, perché suole essere circondato di vene turgide e varicose, che sembrano le gambe e le branchie del granchio, ovvero perché come questo animale è tenace alla preda, ed una volta afferrata colle sue branchie mai più l’abbandona.

E’ una descrizione bella, romantica, ottocentesca, ma si comprende a fondo solo se ne sei testimone.

A lezione ti dicono che i T4* della mammella non esistono più. Che “Sì, una volta quando ero studente mi è capitato di vederne uno su una signora che stava in un paesino sperduto in montagna…” Che ormai c’è lo screening, prevenzione serena per tutti.

Invece anno 2010, M. 54 anni, un marito amorevole ha proprio un T4.
T4N?M? per essere precisi, ma solo perché è appena arrivata e non hanno ancora fatto la TC, nessuno nutre dubbi sulla positività di quel N e quell’M. 
Le stanno facendo una biopsia al letto e gli specializzandi mi spronano ad assistere. 
Quando entro in stanza l’odore è strano, caratteristico della necrosi, scopro poi. Il chirurgo ha già predisposto tutto e quello che intravedo tra i telini verdi è a prima vista una mammella rivoltata. A una più acuta osservazione si dimostra in realtà tessuto tumorale, rigido e coriaceo che pian piano ha eroso la cute sovrastante esitando in una massa dura bianchiccia e in parte nerastra-necrotica che ricopre interamente la mammella destra. Per essere precisi se l’è mangiata, ha “afferrato colle sue branchie la preda” e non ha alcuna intenzione di abbandonarla.

La signora è pacifica e serena, per nulla inquietata dall’orrendo spettacolo, dalle facce sbigottite o schifate che la circondano e dall’armeggiare di bisturi del patologo al suo fianco. Chiacchiera del più e del meno con gli infermieri che passano le garze, ride e scherza. Il nodulo le era stato diagnosticato anni fa, ma da allora l’ha sempre e di proposito ignorato per motivi non chiari.

Per lo psichiatra è un chiarissimo caso di negazione, ora che inizia ad essere più consapevole c’è il serio rischio di un tentativo anticonservativo. Al termine della consulenza dà indicazione a smontare la maniglia della finestra della stanza.

Mi chiedo cosa abbia pensato il marito tutto questo tempo e se la consapevolezza della malattia le sia giunta all’improvviso, come una folgorazione, una mattina, guardandosi allo specchio. Mi chiedo qual è il punto di non ritorno, quando esattamente capisci che non puoi più ignorare. E cerco di immaginare l’abisso che ne segue. Molto, molto più della distanza tra terzo piano e il cortile.


*    T4 fa riferimento alla classificazione anatomo-patologica TNM dove T (seguito da un numero tra 1 e 4) indica le dimensioni e l'invasione della massa neoplastica, N l'estensione del coinvolgimento dei linfonodi e M specifica se ci sono metastasi a distanza. Il punto interrogativo o la x dopo la lettera stanno ad indicare che non è stata ancora eseguita una stadiazione. Un T4 è un tumore molto esteso, che nel caso della mammella erode i tessuti circostanti.

sabato 1 dicembre 2012

PRIMO TIROCINIO (Le nebbie del tempo 1)

C’è di buono che scrivo.

Ho frequentato il liceo classico e me ne vanto, ma, come per la musica e per tante altre cose che ho lasciato cadere nel tempo per colpa della medicina, non ho più quella vis nella scrittura che mi contraddistingueva al liceo. Mi è rimasta solo l’assoluta necessità di scrivere, di riportare le cose che accadono, ma lo faccio con difficoltà.
Di scrivere di getto a computer non sono capace. Il pensiero, per me, deve scorrere fluente dal cervello alla mano, uscire dalla penna e riversarsi sul foglio. Una volta mi riusciva bene, poi sempre peggio. Ma mi sono incaponita, ho continuato a riversare stentatamente sui miei quaderni le mie giornate, le impressioni. 
Ho sempre invidiato i blogger che raccontano la propria vita in tempo reale. Io necessito di rielaborazione, lunghissima rielaborazione prima di produrre un testo stampato. Per questo gran parte dei miei post non ha caratterizzazione temporale. In un certo senso questo è l’anti-blog, l’anti-diario.

Penso sia giunto tempo di rielaborare. Ci sono brani che possono essere recuperati dalle nebbie del tempo, ve li proporrò in ordine sparso sulla base dell’umore della giornata.

Questo è il primo.

18/11/2009


Oggi è l’ultimo giorno del primo tirocinio, tempo di bilanci. Ho visitato quotidianamente un totale di 27 pazienti, alcuni per qualche giorno appena, altri per più di un mese. Due sono morti, stessa patologia, stessa età, stesso letto, stessa settimana. Non è come nei film, dove la gente ha sempre la risposta pronta.
E’ un caso di sfiga clamoroso, a luglio il paziente vomita sangue, fanno gli accertamenti, ha la cirrosi HBV+ con ipertensione portale ed epatocarcinoma all’ultimo stadio. A metà ottobre capita nel nostro reparto.


Non c’è nessuna speranza – dice la nostra tutor

ma parla, sta bene! – a noi sembra impossibile

Non arriva al week end.

Ma lui lo sa?

La risposta ci arriva da sola.

Quattro studenti che giocano a fare il dottore da due settimane appena lasciati soli in stanza con un malato terminale che a quanto pare sta benissimo. Si lamenta della disorganizzazione del reparto, magnifica i termometri del pronto soccorso, poi d’improvviso cambia argomento
“Ma voi che siete così giovani… quanti anni avete?”
21, 22…
“Chi ve lo fa fare di stare in un posto di sofferenza così? Parlare con gente che oggi c’è, domani chissà… ci avete pensato? Vi sentite pronti?”
La mia compagna fa cenno di no con la testa perché già le viene da piangere
“Io non riuscirei a tornare a casa e dimenticare, a separare le cose, non ci sono mai riuscito, se avevo qualcosa in sospeso continuavo a pensarci finchè non era risolto”.
Che lavoro fa?
“Facevo” – sottolinea lui con aria triste
“Facevo una cosa completamente diversa e molto meno importante. Il contabile”.
Ma serve anche quello
“Certo serve” – alzata di spalle, seguita da lunga pausa.
“Io sarei pronto ad andarmene anche adesso, tanto ormai…”
A questo punto nelle serie televisive sui medici c’è sempre il dottore di turno Carter, JD, Chase o chicchessia che dice qualcosa tipo “non importa quello che si è fatto se lasciamo qualcosa di bello e viviamo quel che resta”
Il problema è che nella vita reale ti dici “Che ne so di quest’uomo? Che ne so se ha avuto una vita felice, se ha una moglie, dei figli, degli amici… Come posso fare il dottorino ventenne delle serie televisive?”
Così non gli ho detto la frase del copione né quel giorno né i successivi.
Il lunedì non rispondeva più.
Forse a qualcuno tocca sempre insegnare questa lezione ai futuri dottori e per noi quattro sei stato tu.
Ciao Vincenzo.


per questo e per i post passati e futuri: i dettagli, le storie, i nomi e i luoghi sono stati lievemente modificati per renderli non identificabili in nome del segreto professionale.



mercoledì 16 febbraio 2011

PEDIATRIA




Lorenzo ha sempre gli occhi aperti, si guarda intorno con curiosità e ha una smorfia sul viso che assomiglia a una perenne risata. Ogni tanto alza un braccio per afferrare qualcosa di reale o di immaginario che si trova nel suo campo visivo, ma non riesce mai a stringere bene la mano. Allora parla, emette un suono profondo che non si capisce da dove arriva, sempre con quella specie di risata stampata in volto, senza muovere le labbra, senza girare la testa.


La mamma di Sara ha sempre qualcosa da fare. Le lava i denti, le cambia i cerotti sugli occhi, aspira con estrema abilità le secrezioni bronchiali dalla tracheostomia, pulisce la peg con il liquido di lavaggio, le sistema il cuscino sotto le gambe. Però non la accarezza e non la bacia.

Giovanni dorme tranquillo sul letto troppo grande. E' appoggiato sul cuscino ed è in pace con il mondo. Non sa cosa accade attorno a lui e non gli interessa. Non sa che il suo corpo è grande e la sua testa troppo piccola. Respira velocemente ma senza sforzo. La mamma lo spoglia, lo lava, lo riveste, gli dà un bacio sulla fronte e lui apre gli occhi solo un attimo, poi si riaddormenta.

Irene non sta un attimo ferma, quando la mamma prova a metterle le calze si divincola, si agita, muove le gambe e le braccia come un polipo, come nessuno potrebbe. Li chiamano "moviementi afinalistici" ed è improbabile che siano dovuti ad una caduta accidentale. Così come è improbabile che la stessa caduta abbia causato una frattura temporo-occipito-parietale.

Chiara ha vent'anni e un padre che è a tutti gli effetti un membro dello staff. Sa dove prendere i tubi e le mascherine, discute sulle terapie antibiotiche, lava, aspira, coccola e interpreta gli strani mugugni come segni positivi o di disagio. Ha gli occhi di chi per anni ha dormito più sulla poltrona di questa stanza che nel suo letto.

Alessandro da grande vuole fare il dottore. Ha una valigetta di giochi e di strumenti recuperati in ospedale. Urla, piange e strepita, si divincola "La punturina no". Resiste mezz'ora poi capitola, ma rimane ferito nell'orgoglio. Quando ritorna a letto è rosso e fremente di rabbia, fulmina con lo sguardo ancora umido di lacrime tutti i dottori che si trova davanti e grida come vendetta, le parole spezzate dai singhiozzi: "Voglio vedere voi se vi faccio la punturina". Poi due carezze, un palloncino azzurro a forma di spada e la rabbia svanisce. "Vuoi sentire il cuore che batte?" gli sistemano un fonendo nelle orecchie e lo appoggiano sul suo petto. "Lo senti?" Sorride, di quella gioia pura dei bambini.