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martedì 1 maggio 2018

Ma come ti permetti?




Da quando esiste la TV satellite ho un solo terrore: che un giorno mi suonino alla porta Enzo e Carla di Ma Come ti Vesti? Il programma più violento della TV.

La puntata inizia sempre con gli amici di qualcuno (che è praticamente sempre una lei) che si lamentano di come vesta male e di come sia insopportabile vederla così. Le lamentele principali sono tre: è troppo sportiva, è troppo originale o bizzarra e non porta i tacchi. Da notare, anche, che la lei in questione non è mai brutta, al massimo “poco curata” e non ha acconciature elaborate o trucco pesante.
Seguono riprese “di nascosto” della vittima nella sua normale interazione sociale, perché tutti possano apprezzare quanto sia obbrobrioso il suo stile. A questo punto, come dei veri supereroi, Enzo e Carla compaiono a tradimento e scatta l’operazione “Ma come ti vesti?” vera e propria. Questi due tizi dai gusti improbabili si insinuano, infatti, a casa della malcapitata e le svuotano il guardaroba al grido di “Ma che schifo questo” “Ma come fai a mettere quest’altro” “Ma che orrore” “Ma questo colore non va più di moda dal 96” e così via, con la poveretta che protesta e cerca inutilmente di salvare dal bidone della spazzatura i pezzi che le piacciono di più.

A questo punto Enzo e Carla elargiscono consigli come se fossero detentori della verità assoluta e concludono con un “Mai più con…” questo o quel capo o questo o quell’abbinamento.
Alla vittima viene consegnata una carta di credito ed è libera di andare a fare shopping in giro tentando di attenersi alle indicazioni che le sono state date.
Ne risulta, in genere, un miglioramento del look non completamente snaturante della personalità del soggetto. La stessa ragazza che prima portava solo scarpe da ginnastica e tute acetate magari compare con un paio di jeans con le paillettes e una maglia moderatamente elegante. Insomma una cosa normale.
Ma il programma è perverso e mentre la malcapitata prova, commenta e sceglie i capi, Enzo e Carla, a casa, seguano in diretta la scena e la deridano apertamente con “Non ha capito niente” “Proprio non ce la fa” “Che orrore” e così via.




A questo punto i due corrono per strada a fermarla, la insultano ancora un po’ e la accompagnano in una boutique di loro scelta dove si incaricano di scegliere e abbinare personalmente i capi mentre alla cavia resta il ruolo passivo di provarli di controvoglia.
Lo ammetto: ho sempre avuto la fobia dei negozi con lacommessa. Lacommessa è quel genere di creatura che ti guarda in faccia e ha già deciso cosa venderti e non c’è modo che tu possa esprimere perplessità riguardo a taglia/colore/modello di quello che ti sta facendo provare. Se sei fortunato e hai l’età della ragione puoi mettere da parte l’orgoglio e dartela a gambe il prima possibile, se invece sei un bambino puoi solo sperare che il genitore che ti accompagna non soccomba al “Ma ti sta così cariiiiino” de Lacommessa più deleterio del canto delle sirene di Ulisse. Da questo punto di vista sono grata all’invenzione dei grandi magazzini dove puoi girare liberamente, decidere cosa provare, nasconderti in un camerino, non farti vedere da nessuno e uscire con la merce che vuoi acquistare senza che nessuno intervenga con il proprio parere.
Questa parte del programma rappresenta quindi la materializzazione del mio incubo infantile e, lo ammetto, lo guardo solo per vedere lo sguardo riluttante della malcapitata e solidarizzare con lei. Un po’ come uno yeti che guarda King Kong, insomma.
La scena si svolge così: questa povera tizia è costretta a indossare cose che solo nel mondo fantastico e popolato di unicorni che costituisce il cervello di Enzo Miccio potrebbe essere considerato “elegante”. Pizzi ovunque, gonne con strascichi chilometrici, pantaloni d’argento attillatissimi e scintillanti, sandali di almeno 15 centimetri con cui neanche Naomi Campbell sarebbe in grado di percorrere più di 2 metri, borsette con nappi, frange, nastrini. Abbinamenti di colori improbabili e soprattutto completamente estranei alla personalità del soggetto che stanno vestendo e che è ridotto esclusivamente al proprio corpo.
La poveretta si lamenta e ad ogni “Non vedi com’è bello?” risponde con un incerto “Ma veramente a me…” ma non fa in tempo a finire la frase che viene sovrastata da un altro commento entusiastico di Enzo o da un commento sarcastico di Carla.
Ovviamente i due comprano per la tapina tutte le mise pre-abbinate e si passa alla stazione successiva: coiffeur e trucco.
E qui il messaggio è ancora più evidente: così come sei fai schifo, per essere accettata dalla società devi attenerti a certe regole, i capelli di questo colore non donano con il tuo incarnato, molto meglio una tinta così, con i colpi di sole cosà e il trucco che schiarisce, amplifica, colora, modella. Mica puoi pretendere di farti vedere così come sei, che se anche non sei nato con un aspetto repellente comunque dovresti un minimo sforzarti per renderti più gradevole alla vista.
Il finale ovviamente vorrebbe essere quello di una favola: la novella Cenerentola scende le scale con uno dei completi scelti da Enzo e Carla e finalmente riscontra la loro approvazione incondizionata, uno la riempie di complimenti mentre l’altra descrive minuziosamente pezzo per pezzo i capi. E si tratta di questi capi, non so se mi spiego.





Per finire in bellezza la poveretta fa il suo nuovo debutto in società, con le amiche che a momenti non la riconoscono e tutti che inneggiano alla bravura di Enzo e Carla, capaci di risolvere i problemi anche dove non esistono. La Cenerentola, ovviamente, non può che essere loro grata di essere stata trasformata da paria del suo gruppo di amiche nell’ennesima brutta copia di Chiara Ferragni.
Ora, sarebbe troppo facile fare una critica sociologica a questo programma, immaginarsi le conseguenze sulle adolescenti socialmente isolate e magari, con un briciolo di abilità dialettica, dimostrare che se una volta il bullismo non era un problema è perché la TV non trasmetteva “Ma come ti vesti” e “Vite al limite” (non lo penso, ovviamente. La colpa è dei cellulari e della nostra percezione distorta del mondo da quando c’è internet).
Non è mia intenzione fare niente di tutto questo, non voglio scagliarmi contro la televisione cattiva nè difendere un’immagine non superficiale della donna conducendo una campagna contro Enzo Miccio. Solo noto che, quando accendo la televisione per sentire del rumore di sottofondo mentre mi dedico ad altro, “il banco dei pugni” mi fa sorridere, “pronto soccorso H24” mi fa incazzare, ma “ma come ti vesti” mi fa proprio soffrire.

lunedì 14 marzo 2016

IL MIO PRIMO GIORNO A LONDRA



Ho sempre odiato l'idea di utilizzare questo blog come tale. Sì, ci scrivo, ma mai in tempo reale per raccontare cosa mi succede. Sì, sono storie della mia vita, ma raccontate magari a mesi o anni di distanza, su cui ho avuto il tempo di riflettere e che ho avuto modo di rielaborare.
Da una settimana però mi sono trasferita a Londra, dove starò, a quanto pare, per i prossimi sei mesi a completare una parte della specialità. Così la voglia di buttare giù le prime impressioni un po' mi è venuta e farò questo tentativo di post totalmente sperimentale in stile diario. Non vi aspettate il bollettino settimanale perché è più che probabile che tra una settimana mi sia stufata, sia troppo stanca o non abbia semplicemente voglia di scrivere e la storia finisca qui.

Due notizie al volo per chi non fosse aggiornato sulla mia vita, o magari neanche mi conosce.
Dove sono?
Al St. George's Hospital di Londra
In che reparto?
Acute Medicine, che in Italia non ha un corrispettivo vero e proprio e non saprei neanche bene spiegare cosa sia... non è un pronto soccorso, non è un'OBI (quella esiste pure qui e si chiama General Observation Unit), non è una medicina interna e neanche una medicina d'urgenza. Vi farete forse un'idea man mano che la descrivo.
A fare cosa?
Bella domanda, per ora osservo finché l'ordine dei medici inglese (il famigerato GMC di cui sentirete a lungo parlare se avrò voglia di continuare questi post) non approva tutti i miei documenti e mi fornisce una licenza. L'affiancamento qui è chiamato shadowing e trovo che la parola renda molto bene l'idea: sei l'ombra immateriale di qualcuno, lo segui ovunque senza toccare niente.




L'ospedale si trova nel [ehm] graziosissimo sobborgo londinese di Tooting (vedi mappa allegata, se state pensando di venirmi a trovare sappiate che è a una comoda mezz'ora di metropolitana dal centro), quartiere che alterna strade di casette basse all'inglese e corsi con grandi magazzini a buon mercato, macellai arabi, ristoranti indiani, negozi cinesi e tutto quanto il multietnico panorama locale abbia da offrire.



Il St George's è enorme, ma le indicazioni interne sono molto migliori delle nostre, e con le nostre intendo ovviamente quelle delle Molinette, dove il percorso per la risonanza magnetica può essere indicato con la stessa autorevolezza dalla segnaletica ufficiale gentilmente sponsorizzata dal San Paolo, così come da fogli A4 anonimi o da ancora più anonime scritte a pennarello sui muri.


La cosa che mi colpisce a prima vista, oltre alla reception degna di un albergo di lusso, è che l'ospedale pullula di caffetterie e supermercati, solo nella nostra ala ce ne sono 4. E i supermercati offrono esclusivamente pasti pronti o semi-pronti, da riscaldare al microonde. Mangiano tutti così, dai lavoratori ai parenti: all'ora di pranzo passano a comprare un pacco di patatine, una bibita, un dolce o un panino e mangiano in piedi, alla scrivania o nella stanza relax, in rigoroso silenzio.

Il mio primo giorno è un inferno di incomprensione. Quando arrivo al meeting del mattino nessuno pare fare caso a me, così copio due studentesse di medicina che sanno già dove trovare le consegne e inizio a leggerle.
Il reparto conta 58 letti divisi in 6 grossi stanzoni + la subintensiva + le side room per gli isolati: chiunque vomiti o abbia diarrea o per cui viga il sospetto clinico di influenza finisce di prassi in side room fino a termine degli accertamenti, così hanno un tasso di infezioni da contatto da clostridium difficile e MRSA pari a 0 nell'ultimo mese, almeno a dar retta ai cartelli orgogliosamente esposti in bacheca.


Le consegne sono praticamente in codice. Usano più sigle che parole e solo alcune sono di immediata comprensione o almeno intuibili: DOA (day of admission), DOB (Day of birth), T2DM (diabete mellito tipo 2), IECOPD (inflammatory? infectious?  sì, infectious exacerbation of chronic obstructive pulmonary disease), T1RF (type 1 respiratory failure) CXR (Chest X-ray). La decrittazione di altri acronimi mi richiede alcuni giorni tra slang locale e idiozia mia. Per venerdì comunque ho capito anche che SOB sta per shortness of breath, che STAR è un tipo di fisioterapia (ma neanche lo specializzando sapeva per cosa stessero le lettere) e TTO vuol dire to take out e sono i farmaci che vengono consegnati direttamente al paziente in dimissione senza che debba passare in farmacia o dal curante.
Il consultant (medico specialista) che conduce il giro visite il primo giorno è un centometrista, tra le 9 e le 11 visitiamo 21 pazienti, quattro chiacchiere (comprensibili) con i malati, quattro ordini (incomprensibili) agli specializzandi che prendono freneticamente appunti e annotano l'esame obiettivo in cartella e via, al paziente successivo.
Alle 11 pausa caffè: ordino un espresso e la specializzanda del secondo anno si gira verso di me e mi guarda con gli occhi di chi non ha mai visto nessuno ordinare un espresso nella sua vita. Il suo stupore perdura quando nota il piccolo bicchiere bianco in cui me lo consegnano (probabilmente non ha mai visto un espresso). E tra l'altro non era neppure così terribile, nei bar della stazione ho ingerito di peggio.

Il mio esordio clinico non è dei più brillanti: dal momento che non posso toccare niente e partecipare a nessuna procedura invasiva, ma non ho neanche l'indispensabile tesserino dell'ospedale che va inserito nei computer per avere l'accesso al sistema informatico, il lavoro che mi resta da fare è il fattorino. Peccato che è il mio primo giorno, parlo male inglese e non conosco l'ospedale e il suo personale. Il mio primo incarico è di far fare l'ECG al paziente del letto 25, ma quando entro nella stanza è vuota. Cerco disperatamente qualcuno, senza successo. Mi rivolgo allora all'infermiera della stanza a fianco che mi manda gentilmente a stendere perchè lei è occupata lì e qualcuno dall'altra parte dovrà pur esserci (o almeno così mi pare di capire). Torno nella mia stanza e piantono il letto decisa a non farmi scappare il passaggio dell'infermiere incaricato della zona, finalmente all'orizzonte compare una ragazza bionda e magra in una divisa bianca con motivo geometrico. Cerco di spiegarle che vorremmo un ECG a 12 derivazioni del paziente al letto 25, ma mi guarda stranita. Attribuendo questo smarrimento al mio inglese approssimativo mi lancio in più dettagliate descrizioni di cosa vorremmo, ma il suo smarrimento aumenta a vista d'occhio. Poi finalmente mi risponde: "Ma io sono quella delle pulizie!".


Da ER a Scrubs in un nanosecondo:




Tra lavoro altrui e figure di merda mie si fa mezzogiorno e gli esami del sangue non sono ancora arrivati. Il laboratorio sostiene di non averli mai ricevuti, ma non si riesce a capire se i prelievi siano stati fatti e poi smarriti o non siano stati fatti proprio. Ci metto un po' a capire l'inghippo, poi finalmente mi spiegano: esiste qui la figura del phlebotomist un infermiere specializzato che al mattino passa in tutti i reparti dell'ospedale e fa i prelievi ai pazienti. Meraviglioso esempio di efficienza e settorializzazione, non fosse che quando i phlebotomist non riescono a prelevare i campioni a qualcuno non è che avvisano, ma se ne vanno, furtivi come quando sono arrivati, senza prelievi. Così ci si accorge solo dopo ore che metà dei pazienti sono ancora da bucare. Quando racconto che in Italia i prelievi li fanno gli infermieri mi guardano di nuovo tutti come se venissi da Marte. Così chiedo che tipo di studi facciano i phlebotomist e mi dicono che sì, in effetti sono infermieri, ma fanno solo quello, è impensabile chiedere agli infermieri della corsia di fare i prelievi, piuttosto li fanno i medici. Ma saranno strani 'sti inglesi...


Però per essere un paese in cui in cartella esistono grossi fogli rossi per chi non desidera essere rianimato e che per cultura preferisce la verità brutale alla nostra versione edulcorata non comunicano male.
Tra i nostri pazienti c'è una settaquattrenne con un tumore alla mammella in stadio avanzato e un'insufficienza respiratoria. La ventilazione non invasiva aiuta, ma la signora non è in grado di tollerarla a lungo. Il consultant decide che è il momento di chiederle fino a che punto voglia proseguire con le cure e lo fa in modo dolce e chiaro, ma senza nasconderle che il rischio, se la intubano, è che non si svegli più. Le parla inginocchiato a terra nella posizione dei cavalieri che ricevono l'investitura, per portare gli occhi alla stessa altezza dei suoi.
Alla fine potrei quasi sentirmi a casa.


martedì 16 febbraio 2016

IL TEMPO CHE PASSA

Rubo all'inimitabile ZeroCalcare

Sono su internet dal 2007. Fa strano a pensarci, ma nove anni nel metro della tecnologia sono ere geologiche.
Se risaliamo di un'altra decade (al 1997 cioè) scopriamo che Google non esisteva, il motore di ricerca più popolare era Altavista, i siti internet erano circa 100.000 (entro il 2008 però saranno 160 milioni, tra cui il mio) e non esisteva neanche ancora il modem a 56 k.
Nel 2007 a casa mia l'ADSL era appena arrivata (sì, siamo sempre stati un po' tardi a recepire le novità tecnologiche), Facebook non si era diffuso e predominava MSN.
Qui lascio uno spazio lacrimuccia per chi sulla chat di MSN ha vissuto amicizie e amori, spesso finiti per via degli status personalizzati, ha ingannato gli amici stando sempre su "invisibile", ha scoperto nuovi artisti con la funzione "sta ascoltando adesso..." e nonostante tutti i WhatsApp, FaceBook Messenger e Telegram ancora sente la mancanza dell'emoticon che si spancia dal ridere battendo i piedi per terra.
Lo ridico per chi non avesse colto: nel 2007 Facebook non esisteva, o meglio, non si era ancora diffuso in Italia: quando mi ci sono iscritta, nel 2008, gli utenti italiani erano pochissimi al punto che la descrizione personale l'avevo scritta in inglese.
YouTube esisteva da appena due anni e non se lo filava nessuno.
E poi nel 2007 non esistevano gli smartphone. Il primo iPhone è del 2008 ed era cosa per ricchi, ricchissimi. Non come ora che anche alle elementari hanno almeno un Lumia o un Samsung versione sfigata.
MSN oltre alla piattaforma Chat offriva una cosa chiamata "spazi", la versione per poveri di MySpace (che a sua volta per chi non lo sapesse era una specie di Facebook ante litteram, in cui tutti i gruppi musicali avevano una loro pagina). In questi spazi si potevano caricare fotografie e scrivere cose, più o meno come un blog, ma senza dover programmare e con più gif sberluccicose e all'avanguardia (sì, nel 2007 le gif erano all'avanguardia).
Va da sè che un sito internet del 2007 ora sembri preistorico.
Poiché però ora non ho il tempo che avevo al primo anno di università, e neanche la voglia di imparare un nuovo linguaggio di programmazione o il desiderio di spendere per acquistare un pacchetto con un editor di siti moderno, ho deciso che posso farmi bastare il blog.
Questo è il motivo per cui se digitate www.triptofun.it venite reindirizzati direttamente al blog.
Il vecchio sito è ancora on-line, con la stessa grafica desueta degli esordi e lo potete raggiungere dal pulsante sotto il logo Mikipedia.
Gli scritti vagamente meritevoli sono comunque stati integrati nel blog con la data appropriata. Data preistorica, ovviamente. Tipo 2003-2005. Facevo il liceo, abbiate pietà.

mercoledì 24 luglio 2013

Un medico



Sono sei anni, da quando ho iniziato a tenere questo sito, che il sottotitolo sta lì dov'è e penso che i tempi siano finalmente maturi per spiegarne il perché.


Il protagonista della canzone di De Andrè e prima ancora della poesia di Lee Masters da cui il suddetto titolo è tratto è un giovane dottore appena laureato che vuole "essere buono e saggio e coraggioso e utile al prossimo", ma poi si rende conto che i suoi compaesani sono dei poveracci e che non sopravviverà mai con quel poco che guadagna, così inizia a vendere elisir di giovinezza e finisce i suoi giorni in carcere scontando la pena per truffa.

De Andrè aggiunge alla storia lapidaria di Lee Masters un tocco di romanticismo: un bambino che vede ogni anno sfiorire i ciliegi per far posto ai frutti e in questo passaggio stagionale legge il male del mondo, quello a cui desidera porre fine aiutando "i ciliegi a tornare in fiore". Non per un dio (De Andrè non avrebbe mai detto come Masters "porterò il credo cristiano nella pratica della medicina"), ma nemmeno per gioco, perché il bambino è ormai cresciuto, è un dottore vero.
Il prosieguo della storia è il medesimo, con l'aggiunta di un solo, piccolo, insignificante e poetico dettaglio: quell'elisir di lunga vita altro non è se non l'estratto dei fiori di ciliegio, di quei sogni di bambino sbriciolatisi all'impatto con l'amara realtà.

Bella storia di merda a fare da frontespizio a un sito di medicina no?

Le aspettative del bambino di De Andrè sono spropositate: lui vuole "guarire i ciliegi" che da un lato è impossibile (se sfiorire è ammalarsi allora sono destinati a farlo), dall'altro è inutile perché rifioriscono da soli ogni primavera. Non importa, quindi, se la sua motivazione è la più giusta del mondo, è destinato a fallire in ogni caso e la caduta da un'altezza simile non potrà che essere vertiginosa.

Di certo più in basso di così il dottore non poteva scendere, "bollato come imbroglione e truffatore dall'integerrimo Giudice Federale" dice Masters, il giudice sì che ha capito tutto, sembra sottintendere, lui e gli altri medici che "sanno cosa c'è nel tuo cuore" e ti condannano a morire di fame.

Quello che mi chiedo, però, è se la storia del medico di Spoon River potesse finire meglio. Era davvero l'unica soluzione passare da medico degli ultimi a truffatore di danarosi? La caduta è una conseguenza aritmetica dell'avere delle aspettative eccessive?
Molti di coloro che aspirano a fare questo mestiere lo fanno per una generica necessità di essere utili al prossimo o di sentirsi buoni per aver alleviato le sofferenze di qualcuno. Motivazioni che vengono però messe alla prova molto presto, prima ancora di avere la possibilità di "giurare ricevendo il diploma". Ci sarà sempre la circostanza, il paziente, l'evento che ti insinua il dubbio di essere stato troppo ingenuo, di aver avuto aspettative troppo alte.

Non è più una questione di "morire di fame" perché all'onorario dei nobili salvatori del popolo ci pensa (per ora) lo Stato, è più una questione di "morire dentro".
La bilancia della soddisfazione in medicina è composta da granelli di sabbia e da macigni. Un solo macigno è in grado di buttare al vento milioni di sassolini faticosamente raccolti.

Purtroppo nell'immaginario collettivo, e quindi anche in quello di chi si accinge a intraprendere questo percorso, il medico "salva delle vite". Nella realtà no, non salva vite,non sempre almeno, ma le incontra.
Si interfaccia con persone di ogni tipo, in condizioni particolari usufruendo di un rapporto peculiare, quello in cui il paziente può/deve fidarsi/confidarsi di e con chi sembra avere per caso in mano la sua salute.
Ogni giorno ci sono momenti in cui, come medico, senti di dovere a tutti una risposta, ma quello che importa in realtà è la domanda. In queste circostanze si può imparare molto tacendo, non abbandonando, ma ascoltando.

Qualcuno una volta su questo mio frontespizio ebbe a dire che per quanto rileggesse la frase gli piaceva sempre meno:
Perchè mi hanno insegnato che i ciliegi non hanno bisogno di noi per tornare in fiore ogni primavera... e "fare", "agire", "pensare", insomma "vivere" per qualcosa che non necessita del nostro "vivere" mi sembra tempo sprecato.

E' vero, guarire i ciliegi è inutile, lo è perché è il sogno di un bambino, del tutto irreale.
Ma anche la medicina è inutile, vana, irreale: combatte una battaglia che sa di perdere, solo per allungare e forse migliorare una vita che è destinata a finire.
Perché qualcosa cambi bisogna credere che il cambiamento sia possibile e che possiamo esserne artefici, ma è possibile che il macigno che spazza via tutte le illusioni arrivi indipendentemente dalle nostre convinzioni. Ed è qui che si apre il bivio tra un medico, quello di De Andrè, e il medico che vorremmo essere. Non più ingenuo, ma altrettanto desideroso di volare alto.

Per questo, anche se allora non lo sapevo, mi piaceva quella frase e per questo non l'ho mai cambiata: perchè è un monito a non trasformare l'odore dei fiori di ciliegio di quando eravamo bambini nell'elisir della nostra rovina.

sabato 29 giugno 2013

L'ANGINA DELL'ANIMA



  • l'albero puzzolente di via Cernaia
  • la Feltrinelli di Porta Nuova
  • il cineteatro Baretti
  • un bar di via Cibrario che non ho riconosciuto finché non ci ho messo piede dentro
  • il pub Nelson
  • la panchina di XVIII dicembre quella dal lato dei giardini
  • piazza Paleocapa
  • piazza Bodoni
  • l'angolo del controviale di corso Vittorio con il Palagiustizia
  • il cinema Ideal
Mi piace camminare per la mia città, dà la sicurezza di un posto familiare: all'inizio pensavo che il trucco fosse la semplice assuefazione, il vederlo migliaia di volte, come le pareti della tua stanza. Poi ho capito che ciò che conta, invece, è il ricordo.

Casa tua non è tua perché ne hai aperto la porta milioni di volte, ma per l'insieme delle emozioni che ci hai vissuto. Non sei particolarmente affezionato al soffitto che vedi appena sveglio ogni mattina a meno che tu non l'abbia fissato almeno una volta con sguardo sognante durante una lunga telefonata.
Lo stesso vale per le strade della città: vuoi bene a ogni angolo perché ti ricorda qualcosa.

L'ho capito perché da sei mesi a questa parte mi capita, mentre vivo la mia vita normale, di passare in un posto, di imbattermi in qualcosa di apparentemente insignificante e di avvertire una fitta, come un'angina dell'anima.
Uno scherzo delle associazioni spazio-temporali dell'ippocampo, che mi fa voltare all'improvviso e cercare a fianco a me qualcuno che non c'è più.
Come nell'angina vera resto ferma, in mezzo alla gente, e per non sembrare troppo scema guardo una vetrina aspettando che passi. Come l'angina vera, infatti, passa da sola: dura qualche minuto e poi ti abbandona a un fragile benessere.
Ti chiedi perché mai, tra i miliardi di attimi vissuti, è stato sorteggiato quello di un giorno qualunque, durante una passeggiata qualunque, in cui in corrispondenza della terza lastra di via Garibaldi a partire da piazza Statuto è stata pronunciata una frase sicuramente non memorabile. L'interrogativo rimane, ma tutto ciò, ora, in qualche modo misterioso, rende quel posto immensamente speciale.

mercoledì 20 marzo 2013

Che poi alla fine le statistiche mi stanno anche sul culo

Ho sempre pensato che i blogger che parlano di come sta andando il loro blog facciano un po' pena. Forse perchè non me ne è mai fregato un gran che di come vada il blog.

Però cavolo, ho appena scoperto le statistiche di blogger (in ritardo di qualche anno, lo so, ma vi ho detto non me ne frega niente) quindi ho delle informazioni di cui vi devo assolutamente mettere a parte, non potete farne a meno, giuro.

Il fatto che il mio attuale sito (www.triptofun.it) sia al quinto posto come sorgente di caricamento della pagina mi inquieta un po' (google supera 7 a 1 il secondo in classifica che è il blog stesso, seguito a ruota da facebook e dal vecchio host altervista.
Che la maggior parte delle visite arrivasse dall'Italia potevo aspettarmelo, 3350 dagli USA mi sembrano un po' tanto per dipendere dai pochi italiani che conosco laggiù.
Si sono però aggiunti alla collezione Spagna, Regno Unito, Portogallo, Austria , Giappone (!!), Canada, Francia, Romania, Ucraina. La Svizzera è sempre al terzo gradino del podio, ne approfitto per salutare tutto il canton Ticino e qualche signor Rezzonico che ci segue.
La maggior parte dei miei lettori ha Windows, ma almeno installa Chrome. Il 9% sono fighetti con l'iPhone.

E ora il pezzo forte:
circa 2100 persone sono capitate sul mio blog digitando su google parole come "apericena" "apericena cos'è" "apericena immagini" e varianti....
altri 1590 cercavano Hogwarts
qualcuno cercava "bignami di biochimica"
meno male che 14 cercavano Mikipedia (nice try, vi voglio bene ragazzi)
a nessuno è mai venuto in mente di cercare nulla di neanche solo vagamente correlato con l'università o la medicina.

Posto che posso benissimo fare a meno delle visite di sconosciuti che trovano questo blog tramite google (scrivo soprattutto per gente che mi conosce se no non mi diverto)
credo di aver colto per la prima volta la natura dell'eterno dilemma del blogger: o inizio a scrivere culo tette figa come titolo dei post o cambio mestiere... che è decisamente meglio.

domenica 17 marzo 2013

Tachicardia Parossistica Sopra Ventricolare



Succede così, all'improvviso, e non sai spiegarti perchè.
Hai parlato in pubblico mille volte, a una platea di genitori, ai tuoi compagni di corso, alle assemblee, alle feste in discoteca, alla televisione, anche in diretta. Tutto sommato pensi che il peggio che ti possa capitare per l'agitazione è di usare troppo il diaframma o sbagliare qualche parola qua e là.



Arriva il giorno che devi leggere un comunicato a 150 professori che si fanno i fatti loro e forse il problema è solo che non dovevi farlo tu, ma il designato è in ritardo, così ti ritrovi all'improvviso con questo foglietto in mano mentre il Preside ti chiama sul palco.

Scendi le scale e la tua frequenza standard di 90 è già a 120.

Sali sul podio, accendi il microfono, 140.

Fai in tempo a dire "Grazie" e puoi nettamente percepire il cuore che si contrae a tutta forza, pompando il suo contenuto in aorta 170 volte al minuto, senti che si spreme, senti il secco Toc della chiusura delle valvole semilunari, senti l'apice che in diastole batte contro le coste.

Leggi le prime parole dal foglio, mentre nel tuo cervello emerge la formula, letta chissà dove e chissà quando "Tachicardia Parossistica Sopra Ventricolare - TPSV". E anche senza elettrocardiogramma sai che è giusto.

"Adesso passa" - ti dici - "Mica ho il monitor, non se ne accorge nessuno". Continui a parlare, lentamente, scandendo le parole.
A metà della frase, però, il cuore ha già fatto 20 battiti, troppi per non respirare, ma non puoi fermarti.
Quando arrivi alla fine è come se fossi in apnea da 10 minuti, tiri un sospiro lunghissimo.

Adesso passa.

Invece no.

E il comunicato è lungo, mentre combatti con la tua frequenza cardiaca pensi che non vorresti leggerlo pedestremente, vorresti soffermarti a guardare uno a uno i tuoi uditori, capire chi ti ascolta e chi si fa i fatti propri, forse ti rilasserebbe.
Ma, mentre sollevi gli occhi dal foglio e riformuli le frasi, ti inciampi nelle parole e non sai quando prendere fiato e questo ti agita ancora di più.

La prima pagina è finita.
Non passerà, ormai l'hai capito, ma hai imparato a conviverci, sai fare le pause per respirare anche a metà della frase in modo che sembrino quasi espressive e non i rantoli di uno strangolato... in fondo potrebbe andare peggio.

Infatti succede.

Ti trema la voce, non hai un nodo in gola, non hai le mani sudate, eppure la voce ti esce incerta e si incrina quando meno te l'aspetti. Per fortuna mancano poche frasi, ormai senti solo nel cervello il Ta-Tun del cuore, il sibilo dei pochi respiri che riesci a fare e in lontananza l'eco al microfono di una voce spezzata che continui a sperare non sia la tua.

La prossima volta, magari, piglio un inderal.

martedì 12 marzo 2013

IL PASSO PIU' LUNGO DELLA GAMBA


"Credo che il suo video l'abbia visto anche Kandel se la cosa può costituire per Lei motivo di vanto..."
Montarolo è seduto a fianco a me sulla seggiovia, sta dondolando uno sci su e giù come fanno i maestri quando si annoiano e mi fissa col suo mezzo sorriso aspettando la mia reazione.
Oh beh, in fondo è solo Eric Kandel
Cazzo.

sabato 22 dicembre 2012

ISTOLOGIA (atto unico) (Le nebbie del tempo 3)

Sugli esami di Comoglio se ne sentono di ogni sorta, non potevo, anche a distanza di anni, non dire la mia. Questo dialogo porta data 2 Luglio 2007 e riporta il più fedelmente possibile il (piacevole) trauma del mio primo esame orale di medicina, così come trascritto il giorno stesso del suo svolgersi. E' bastato aggiungere le didascalie per farne una vera e propria piece teatrale. Inutile a dirsi che nulla è stato inventato e che il voto di istologia resta uno dei più immeritati sul mio libretto.

ISTOLOGIA (ATTO UNICO)



PERSONAGGI:
C: professore ordinario con personalità istrionica e uscite balzane
T: giovane e appassionato professore associato con la prospettiva di una brillante carriera
M: timida studentessa di medicina al primo esame orale

AMBIENTAZIONE:
Aula ottocentesca ad anfiteatro con i banchi di legno.
C è seduto alla cattedra e domina la scena, nei banchi decine di studenti fungono da pubblico. M è seduta in prima fila in disparte

SCENA PRIMA
T, C, due studenti

T fa il suo ingresso dalla porta laterale, si rivolge a C
T: Tu come sei messo? io ne ho ancora 4 di là [indica la porta da cui è entrato oltre la quale attendono dei tapini da interrogare]
C: io ho finito
T: allora te ne mando due
M e M: veramente siamo già qui, ci sono venuti a chiamare prima!
T si volta senza aggiungere nulla ed esce

SCENA SECONDA
C ed M

C [al pubblico]: vedete... in questi anni di esami ho acquisito una tale capacità che dalle prime TRE parole che lo studente dice so già se devo dargli 30, 20 oppure trombarlo... certe volte lo decido senza neanche le tre parole, solo guardandolo in faccia e vedendo come si siede. Allora a chi tocca?

M con aria preoccupata si alza e prende posto davanti alla cattedra

C: ah ecco, Lei era stata dirottata di là ma l'hanno rimandata di qua

M: sì

C: bene, scommettiamo che in tre minuti ha già finito?

M: non so, faccia Lei

C [ridacchia]: bene, allora facciamo un gioco... io prendo questo pezzo di carta [strappa dal foglio che ha davanti un rettangolo delle dimensioni di un assegno] e scrivo... anzi no, non è un bel gioco. Però facciamo così, io Le faccio una domanda, dopo tre parole scrivo il voto su questo foglio e poi senza pregiudizi continuo l'interrogazione, poi vediamo se mi sono sbagliato o se è uguale... può darsi che mi sbagli... chi vuole scommettere?

silenzio dalla platea

allora Le faccio una domanda [prende il programma e figura di sfogliarlo lungamente, scorrendo il dito su e giù sugli argomenti] mi dica la struttura... anzi no... Lei la parte dei vetrini l'ha già fatta...

M: sì, prima, di là

C: Benissimo allora mi dica [sfoglia ancora il programma] cos'è un impulso nervoso

M: sì, dunque l'impulso nervoso è il sistema di comunicazione utilizzato dalle cellule nervose, cioè i neuroni, e consiste nell'inversione temporanea della polarità di membrana

C: STOP! Aspetti. [si rivolge alla platea] scrivo! [con ampi gesti prende il foglietto strappato, scribacchia qualcosa e ripiega, poi si rivolge di nuovo a M] vada pure avanti

M: [un po' inquietata dall'interruzione] Sì, le cellule nervose hanno infatti una differenza di potenziale fra l'interno e l'esterno della membrana pari, se non soggette a stimoli, a -70 mV che è detto appunto potenziale di membrana a riposo. Questo potenziale è dovuto alla presenza di anioni fissi che sono...

C: [interrompendo e gridando in modo concitato] ANIONI FISSI! [rivolgendosi alla platea e gridando ancora più forte] HA DETTO ANIONI FISSI!!

M: [ancora più inquietata] sì... che sono delle molecole organiche cariche negativamente che costituiscono il punto di base da cui parte la cellula e poi è dovuto alla concentrazione del potassio che può uscire dalla cellula grazie alla presenza di canali del potassio che sono detti Leaky

C: [ripetendo la scena di prima] CANALI LEAKY!! HA DETTO LEAKY

M: sì, leaky significa semipermeabili e quindi gli ioni potassio possono uscire dalla cellula finchè non sono richiamati per gradiente chemiosmotico. Poi c'è la membrana sodio-potassio

C: AAAAH piccola imprecisione

M: la pompa sodio potassio

C: ah molto bene, si è corretta

M: perchè che ho detto?

C: ha detto membrana

M: ah, no, è stato un lapsus

C: [alla platea] vedete? è stato un lapsus

M: dicevo la pompa sodio-potassio ha lo scopo di mantenere o restaurare il gradiente perchè qualche ione sodio tende ad entrare nella cellula

C: un attimo e da dove entra?

M: dagli stessi canali Leaky, è un evento molto raro

C: mah... quello che mi sta dicendo io non lo so! Però è ragionevole... significherebbe...

M [esasperata dall'ennesima interruzione]: ...sì che una molecola di sodio ogni tanto, per caso, statisticamente, entra attraverso la membrana che pure è impermeabile al sodio e quindi questo alla lunga se non ci fosse un sistema di contrasto porterebbe all'annullamento del potenziale.

C: adesso non esageriamo, non si annulla! La membrana è impermeabile!

M: però si ridurrebbe il potenziale

C: mi sembra una cosa molto ragionevole, l'ha letto da qualche parte o è una congettura sua?

M: l'ha detto il prof. T. a lezione

C: allora è una cosa sicura, T è molto scrupoloso... Peccato però, poteva dire che ci aveva pensato Lei! Poteva mentire!

M: non mi sembrava proprio il caso... quindi la pompa sodio/potassio serve a mantenere il gradiente

C: sì, ma l'impulso nervoso cos'è?

M: quando giunge uno stimolo si aprono i canali del sodio e poichè il sodio è estremamente più concentrato all'esterno che all'interno della cellula questi entrano nel neurone e causano una temporanea inversione di polarità da -70 mV a + 30 mV circa. Dopo l'ingresso del sodio i canali si bloccano e non si aprono più per un certo periodo di tempo, rimangono in uno stato inattivo e questo garantisce la propagazione unidirezionale dell'impulso.

C: si ma questo impulso come si genera?

M: beh, c'è una cellula a monte, un neurone o una cellula sensoriale che costituisce una sinapsi con il neurone a valle e rilascia dei neurotrasmettitori

C: sì, ma all'interno della stessa cellula com'è che si propaga l'impulso?

M: per l'apertura sequenziale dei canali del sodio che percepiscono l'inversione di polarità di membrana e quindi l'ingresso del sodio fa aprire i canali del sodio a porta elettrica.

C: ecco il termine giusto è A PORTA ELETTRICA

M: sì sono canali che percepiscono la temporanea inversione di polarità...

C [interrompendo]: va bene, quindi in ultima analisi, la cosa che quasi nessuno capisce, cos'è che permette la formazione del potenziale di membrana?

M: i canali del potassio....?

C: che come sono??

M: leaky

C: SI'!!!!!!!!! è questa la cosa fondamentale! Non si è capito un accidente per 50 anni finchè non si è scoperto che i canali del potassio perdono! Senza i canali del potassio che perdono saremmo lì ancora adesso a chiederci come funzionano le idee, l'universo, la memoria... eppure lo capiscono in pochissimi... anche i libri di fisiologia spesso sbagliano!
Va bene, allora guardi... mi ero sbagliato? [prende il foglio, lo apre, e lo gira con aria trionfale come i presentatori televisivi con la busta del vincitore], cosa c'è scritto?

M: 30...

C: ...e lode, naturalmente! Vede che anche io ogni tanto mi sbaglio? [afferra una penna e corregge il foglio con foga, poi apre il libretto e scribacchia anche lì, quando alza gli occhi vede M ancora seduta in attesa del libretto] Cosa fa ancora qui? Vuole darmi un bacio?

M: NO! cioè sì, no!

C: guardi che se no ci sto!

M si alza e si gira

C: aspetti un attimo!

M si rigira

C: Lei cosa vuole fare dopo?


M: pensavo qualcosa di inerente alla clinica però in ambito medico tipo neurologia o medicina interna

C: magnifico! Tutte le persone intelligenti al primo anno di medicina vogliono fare neurologia, tutte le persone intelligenti al sesto anno scelgono oncologia.

M sorride con aria ebete e si allontana di nuovo

C: ASPETTI!

M si immobilizza all'istante

C: ma cosa ha preso di vetrini?

M: non lo so, non me l'han detto

C: devo andare a vedere!

C esce dalla porta posteriore

SCENA TERZA
C ed M

C rientra dalla porta posteriore, si avvicina a M e sussurra: per fortuna è andata bene anche di là... sa se no che figura di merda ci facevo??



sipario



domenica 19 agosto 2012

PER LA STESSA RAGIONE DEL VIAGGIO, VIAGGIARE




Non c'è cammino troppo lungo per chi cammina lentamente, senza sforzarsi; non c'è meta troppo alta per chi vi si prepara con la pazienza.
Jean de La Bruyère







Estate 1998
in partenza per il Canada, mi innamoro di un paio di quei sandali che iniziano appena a diffondersi in Italia, quelli che di solito si vedono, accompagnati da immancabile calzino di spugna, ai piedi dei turisti tedeschi in vacanza sulla riviera romagnola.
Sono brutti, anche senza calze, ma sono freschi, ci si cammina bene, si asciugano in un attimo, non vanno cambiati quando cresci, si foggiano direttamente sulla forma dei tuoi piedi.

Così non li ho mollati più.



Hanno camminato con me: dalle foreste del Canada ai fiordi della Norvegia, dalla piovosa Stoccolma, al paese di babbo natale in Finlandia, dal ghiaccio del vatnajokull in Islanda all'asfalto cotto dal sole di Manhattan, dal Pier di San Francisco alle feste della birra della Baviera, dalla terra nera dell'Etna alla sabbia dell'Alentejo dallo stadio di Olimpia ai templi di Agrigento, dai ventimila gradini della Sagrada Familia a Barcellona a quelli del cupolone di San Pietro a Roma, dalla death valley a Las Vegas, dalle viuzze di Arles alle verdi praterie del Devonshire. Hanno fatto il bagno in quasi tutte le sponde del mediterraneo, nell'oceano Atlantico e nel Pacifico, nel golfo del Messico e nelle acque termali islandesi.
Per un totale (approssimativo) di almeno 6000 chilometri. Quanto il raggio terrestre, chilometro più, chilometro meno.
Sempre fedeli, mai una vescica, mai un crampo, mai una caduta o una scivolata sotto la pioggia. Fresche nei climi torridi, pronte ad asciugarsi sotto le piogge torrenziali e, confesso, ottime con i calzini in caso di freddo intenso.
Dimostrano tutti gli anni che portano, nelle suole consumate si intravede appena il marchio, il plantare ha assunto una tonalità di grigio inusuale, indelebile, la pelle non ha più la morbidezza di un tempo e il colore originale si intuisce solo dalla sfumatura ormai sbiadita dei legacci superiori, il velcro tiene appena...

ma potevo portare con me qualcos'altro in Sud America?