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martedì 7 agosto 2018

Socio-Soccorso


La signora che mi siede di fronte dimostra meno dei suoi 80 anni e, dopo cinque minuti abbondanti di colloquio non mi è ancora chiara la ragione dell'accesso. So solo che è stata registrata insieme al marito, il quale in questo momento è nella stanza a fianco con il mio collega. "Mio marito fa il matto, perchè non capisce che invecchio anche io. Lui ha 95 anni e si è preso la moglie giovane, ma io ormai ho 80 anni sa? E lui non lo capisce. E ho sette operazioni sulle spalle!". Inizia ad elencarmele, a partire dalla immancabile e piemontesissima, la parotomia (meglio nota agli addetti come isterectomia laparotomica).
"Perchè sa, io ho patito la fame dai 4 ai 14 anni, e poi di nuovo dai 20 ai 24. L'unico periodo in cui sono stata bene è stato quando sono andata in Inghilterra a fare l'infermiera... il mio errore è stato tornare, ma sa... avevo la mamma malata e cosa vuole fare, non potevo mica restare là". "Mio marito ha sempre avuto un brutto carattere, un dittatore, vuole comandare sempre lui. Io gliel'ho detto, meno male che non ti conoscevo, se no mica ti sposavo con questo carattere!" "Anche i figli... ne ho 3, ma nessuno vuole occuparsi di suo padre, con tutto quello che gli ha fatto quando erano piccoli". "Poi una si immagina di passare una vecchiaia tranquilla ma..." e qui la voce le si spezza in pianto "... Con quello lì".
"Quello lì" avrebbe bisogno dell'assistente sociale, ma, anche se avrebbero diritto all'accompagnamento, soldi non ce ne sono e chissà quando verrà attivato. D'altro canto loro di soldi per pagare un ricovero in struttura privata non ne hanno e così all'una di notte me li ritrovo in pronto soccorso entrambi. Perchè lui ha urlato svegliando tutti i vicini che la moglie lo faceva morire e lei in preda alla disperazione ha chiamato il 118, poi per un attacco d'ansia ha detto ai volontari che aveva male al petto ed eccoli qui tutti e due.

Il paziente successivo di anni ne ha meno di venti ed è già un tossico notevole. Cannabinoidi, crack, eroina, amfetamine. I genitori, disperati, l'hanno cacciato di casa, ma il ricovero dove dorme ad Agosto è chiuso per ferie e lui non ha più un posto dove stare. Cuore di mamma l'ha ripreso in casa, sfruttando l'assenza del papà per un viaggio di lavoro. Dopo poche ore, però, in seguito ad un problema informatico di cui capiamo poco il ragazzo, che ora parla con poche frasi esplosive e si sofferma su dettagli di nulla importanza perdendo il senso generale del discorso, dà di matto, la mamma si spaventa e chiama il 118 per farlo vedere da uno psichiatra.
Quando arriva però il ragazzo è tranquillissimo, sono le due di notte e non posso chiamare lo psichiatra reperibile per un litigio di famiglia.

La coppia che arriva dopo sembra quasi normale, a confronto. Lui, paziente, zitto. Lei, moglie, che parla per tutti e due e anche di più. Lui ha avuto una serie di ictus e anche se è ancora giovane, porta molto male i suoi anni. Lei non si rassegna a vederlo meno performante di un tempo, a tratti assente, talvolta sofferente e l'ha già portato da ogni specialista possibile e sottoposto ad ogni indagine immaginabile. Quando le spiego che ulteriori indagini sarebbero inutili, perchè ormai sappiamo qual è il problema di suo marito, ma purtroppo non è uno di quei problemi che la scienza attuale è in grado di risolvere perchè il cervello non ricresce, è come se parlassi ad un muro. "Deve pure esserci qualcosa, qualche indagine più approfondita, qualche esame che si può fare, qualche cura per farlo star meglio". L'eterna condanna della medicina moderna, schiacciata da un lato dai medievalisti che "è tutto un complotto, la medicina non funziona, l'HIV non esiste, la chemioterapia uccide i pazienti, i vaccini servono ad arricchire le case farmaceutiche" e dall'altro chi non si rassegna ai limiti della scienza e pretende una soluzione.

La signora che mi compare in carrozzina, 82 anni ben portati, è reduce da un tumore della laringe. Per sopravvivere si è dovuta sottoporre ad un intervento molto demolitivo, ora ha una tracheotomia (un buco in gola per respirare) e una gastrostomia (un buco nello stomaco per mangiare). Non può più parlare nè urlare, per questo arriva con una lavagnetta e un pennarello rosso con il quale traccia rapidamente e accuratamente, con quelle belle grafie che non si vedono più, una frase terribile "non ne posso più, voglio morire". A fianco a lei la figlia psicoterapeuta, che un po' legge, un po' anticipa, un po' indovina, un po' interpreta quello che la mamma vuole dire. La signora, di tanto in tanto, sfoga tutta la sua frustrazione per non essere compresa chiudendosi gli occhi con le mani e morsicando con la bocca senza denti un fazzoletto intriso di lacrime.
Il colloquio, tra interpretazioni della figlia e lettura della lavagnetta, richiede un sacco di tempo. In sostanza la signora, che fino a prima del ricovero era perfettamente autonoma, sta faticando ad adattarsi a questa nuova vita silenziosa e con assistenza continua. La badante non la aspira bene, il figlio ogni tanto si altera, lei non riesce a scrivere abbastanza in fretta ciò che vuole o intende e vorrebbe solo essere lasciata in pace. Al culmine di questo litigio ha radunato tutti gli ipnoinducenti che aveva in casa dichiarando di volerla fare finita. Poi se n'è pentita ed è scappata. Il lungo racconto deve averla calmata, o forse è solo sufficientemente intelligente da capire che per essere dimessa deve dichiarare di non aver veramente pensato di uccidersi.
Eppure quanto deve essere terribile una vita senza voce.
Quanto deve essere terribile tentare di stare vicino ad un figlio tossicodipendente, gestendo contemporaneamente i giudizi della gente, che se hai un figlio malato ti compatisce e se ce l'hai tossico ti accusa.
Quanto deve essere terribile vedere un proprio caro deteriorarsi a poco a poco, sapendo o temendo che non c'è niente da fare.
Quanto deve essere terribile invecchiare a fianco ad un compagno che invecchia più di te e non dà mai spazio alle tue lamentele.

Chi si fa carico di tutta questa sofferenza? La famiglia, se c'è e finchè dura. E quando la famiglia non ne può più, laddove c'è una necessità qualsiasi, c'è un posto sempre aperto, notte e giorno, che offre qualcuno con cui parlare e a cui chiedere una soluzione: il pronto soccorso. Solo che il pronto soccorso non è pensato per questo. Non abbiamo soluzioni se non un po' di tempo da dedicare, un po' di empatia da regalare e, se proprio va bene, una barella per dormire una notte. I più fortunati ottengono un sollievo di qualche ora, un esame inutile che placherà la loro ansia e li illuderà di poter resistere ancora un po'. Fino al prossimo passaggio in pronto soccorso.

Qualcuno torna a casa a mani vuote, come la madre del tossico, che se lo riprenderà in casa perchè lui rifiuta di dormire in barella fino alla visita psichiatrica del giorno dopo. Qualcuno trova conforto spontaneo in quello che accade, come la signora della tracheotomia, che torna a casa di umore leggermente migliore, o quanto meno pronta di nuovo a combattere.

Qualcuno, come la prima signora, vince alla lotteria. "Ho saputo che tenete mio marito questa notte! Grazie! è davvero un regalo che mi fate, almeno posso dormire una notte tutta filata senza che lui mi svegli ogni ora per andare in bagno e posso riposare un po' le orecchie senza che mi racconti di tutte le sue avventure prima del matrimonio! Grazie davvero! Siete proprio di buon cuore".

Bastasse quello, signora, bastasse quello.



domenica 21 febbraio 2016

CONFESSIONI (1)


Un vecchio adagio sostiene che al medico e al prete si debba raccontare tutto, in tempi più recenti Dr House ci ha insegnato che tutti mentono e i pazienti non fanno certo eccezione... C'è un briciolo di verità in entrambi i punti di vista, ma di certo quello del nostro mestiere è un osservatorio speciale sull'umanità.

Il signor T., 80 anni, ha la pancreatite e non apprezza particolarmente la dieta postoperatoria a base di essenza di pollo. "Essenza di pollo", proprio così sta scritto sul menù dell'ospedale, ma che sarà mai l'essenza di pollo? odore di rosticceria in bottiglia?
Il signor T. Mi prende da parte e mi spiega nel suo italiano incerto in cui infila intere frasi in un dialetto del sud che una schifezza del genere non può proprio mangiarla, lui di carne se ne intende, ha fatto il macellaio per anni in una grande città.
"Non sono mai stato un delinquente", premette, come se le due cose fossero collegate. Le signore per bene del posto andavano a servirsi nel suo negozio e lui vestiva sempre in giacca e cravatta "Non con quei camici luridi, come usate qui al Nord".
Quel che gli capitò poi, almeno stando al suo racconto, è che tenne in frigorifero della carne non più fresca da dare ai cani, ma sfortuna volle che proprio quel giorno passasse l'ufficio d'igiene e che lo zelante controllore andasse a scovare nel frigorifero proprio quell'unico sacchetto di carne andata a male conservata per cibare i suoi amati quadrupedi.
Seguì un tira e molla tra l'ufficiale e il signor T.: uno minaccia la chiusura del negozio, l'altro si indigna, uno chiede la mazzetta l'altro non ha i soldi per pagarla.
"Lei capisce bene che se mi chiudevano il negozio ero finito, anche se lo aprivo da un'altra parte nessuno ci sarebbe più venuto, perché ormai il nome era perso".
Io annuisco con aria convinta, lui continua: "Allora io l'ho preso e l'ho appeso".
Appeso?
Appeso.
Al gancio. Quello dei maiali.

Quanto servirebbe un corso di nonchalance alla Facoltà di Medicina, per imparare in queste situazioni a guardarlo con calma immensa, sorridere e dire "Ah sì?" "Ma non è mica morto! Solo paralizzato da qui in giù" accompagna la frase con un inquietante gesto di sgozzamento.
Poi ovviamente mi hanno tolto la licenza e chiuso il negozio e sono dovuto venire al nord con la valigia di cartone.
"Non sono mai stato un delinquente" ribadisce, ma inizio ad intuire il nesso logico.


Non ho mai saputo se la storia fosse vera o se avesse riciclato una sceneggiatura di tarantino per manipolarmi, so solo che il giorno dopo gli ho permesso di mangiare le alette di pollo arrostite portate dalla moglie e al diavolo la pancreatite.

sabato 20 giugno 2015

(CO)SCIENZA DELLA COMUNICAZIONE

Un medico che conosco ha ricevuto dalla sua banca una "Proposta di modifica unilaterale del contratto". Trovandola incomprensibile si è recato dal Direttore, ha appoggiato la lettera incriminata sulla scrivania del suddetto e gli ha cortesemente comunicato quanto segue: "Conosco bene l'Italiano, ho una laurea in medicina, insegno all'Università eppure non ho capito una virgola di quello che scrivete. Si può immaginare gli altri vostri clienti?".

Ecco, io penso che se i nostri pazienti fossero meno intimiditi dalla figura del Dottore spesso e volentieri ci direbbero la stessa cosa. Magari sono ingegneri nucleari con un dottorato al MIT, ma non per questo sono avvantaggiati rispetto al metalmeccanico nella comunicazione coi medici.

Negli anni da studenti tutti noi abbiamo goduto di una posizione privilegiata, abbiamo ascoltato "medici veri" spiegare diagnosi, illustrare procedure, descrivere condizioni, informare (o convincere) i pazienti, possedendo noi stessi una conoscenza della medicina di poco superiore a questi ultimi.
Forse abbiamo ammirato qualcuno per la sua chiarezza e pacatezza nel semplificare procedure complesse, ma quante altre volte ci siamo ritrovati a pensare che la spiegazione fosse incomprensibile o inquietante?
Magari ci siamo anche ripromessi di migliorare su questo aspetto, poi siamo cresciuti, siamo diventati medici anche noi e abbiamo ereditato lo stesso difetto.

Quando mia nonna era ricoverata all'ospedale, mia madre, un giorno, mi riportò il seguente bollettino: "Mi hanno detto che nonna ha i nervi scossi". Non riuscivo proprio a ricollegare l'immagine un po' sonnolenta di mia nonna con l'insufficienza renale a qualcuno con i "nervi scossi" finché non mi tornò in mente un pomeriggio di studio di fisiologia cardiaca.
"Mamma, non è che per caso ti hanno detto shock?"
"Sì, esattamente".
Mi ci era voluta Santa Wikipedia all'epoca di fisiologia per svelare l'arcano.
L'italiano comune ha ereditato questo orrendo anglicismo come sinonimo di scossa ("Giulio è stato licenziato in tronco: che shock!") mentre il medichese ne utilizza (in assenza di analogo italiano) il significato scientifico ovvero "grave e spesso irreversibile insufficienza circolatoria". Volendo scegliere un sostantivo dell'italiano comune per esprimere questo concetto ad un pubblico profano il termine migliore potrebbe essere collasso. 
Lo studente di medicina la prima volta che sente nominare lo shock in senso medico si chiede cosa sia, poi ne impara il significato come l'architetto impara quello di putrella e lo usa tranquillamente con i propri interlocutori, apparentemente del tutto immemore del ben più comune significato del termine e genera così ogni sorta di equivoci.

E già siamo fortunati rispetto al mondo anglosassone dove metà delle parole scientifiche, in quanto di derivazione latina, sono completamente diverse dal lessico di uso comune. Lieti del fatto che la differenza percepita in italiano tra addome e pancia e tra cranio e testa non sia così abissale, dovremmo quanto meno sforzarci di limitare l'uso degli acronimi. Cosa sia un ECG in ambio sanitario lo sanno anche i sassi, ma coi pazienti è sempre meglio sprecare quelle quattro sillabe in più per dire elettrocardiogramma, medesime sillabe che possono essere proficuamente investite per dire ecografia del cuore al posto di ecocardio.

Talvolta ho assistito a capolavori del tipo: "Il Suo parente ha dei piccoli ictus in ortostatismo di chiara natura emodinamica". L'unica parola comprensibile per il senso comune è ictus che evoca però vecchi paralitici, un messaggio non troppo rassicurante, soprattutto considerando che il senso della frase era "Ogni volta che Suo padre si siede non arriva abbastanza sangue al cervello e sembra che abbia un ictus finché non si sdraia di nuovo e tutto torna come prima".





Può anche capitare, però, che il problema non sia quanto sia comprensibile una frase, ma quanto sia emotivamente accettabile. "Domani deve fare la scintigrafia, è un esame in cui le iniettano un liquido radioattivo e poi la fotografano per vedere dove si accumula. Emanerà radiazioni per un po'". Descrizione scientificamente ineccepibile, discretamente comprensibile, ma a meno che il vostro paziente sia un fisico delle particelle (e poi ancora) alla parola "radioattivo" gli scorreranno sulla retina immagini di Hiroshima, di uomini in tuta bianca che maneggiano uranio con pinze lunghissime o, nella migliore delle ipotesi, dell'uomo ragno. Pazienza se per noi addetti ai lavori non c'è grande differenza fra un emettitore di raggi X che genera una TAC o un mezzo di contrasto che emette raggi gamma per la scintigrafia... per chiunque con una spiegazione del genere il primo esame sarà più accettabile del secondo.

Un chirurgo ha spiegato così l'intervento di paratiroidectomia ad una mia paziente: "E' molto facile, facciamo un taglio qui sul collo, isoliamo i vasi, togliamo queste ghiandole e gliele reimpiantiamo in un braccio".
Lui era serafico, lei terrorizzata. Per lui era odrinaria amministrazione, per lei un intollerabile frugare nelle profondità dei suoi organi.
Non si può negare che ciascuno di noi la primissima volta che ha visto mettere un catetere vescicale è stato percorso da un brivido freddo lungo la schiena o si è sentito a disagio vedendo il paziente contorcersi mentre il medico cercava con l'ago di pungere l'arteria del polso per un'emogasanalisi.
Dopo decine o centinaia di procedure, un così elevato grado di empatia col paziente per fortuna scompare, o non saremmo in grado  di svolgere il nostro lavoro serenamente, ma non possiamo scordarci che per chi ci sta di fronte "buchiamo un vaso del collo" o "mettiamo un tubicino nel torace per togliere il liquido e farLa respirare meglio" può essere di un'invasività insostenibile.

Partendo da questo mucchio di problemi di base, le cose non possono che complicarsi immensamente quando si tratta di comunicare notizie difficili. Gli eufemismi, ci insegnano, sono da evitare, altrimenti la speranza ha sempre il sopravvento. Ho visto mariti chiedere "Ma quindi come sta?" in risposta a un troppo sensibile "Sua moglie non ce l'ha fatta".
D'altro canto troppo spesso ci dimentichiamo che dopo aver pronunciato parole come morto, tumore, incurabile il cervello del nostro interlocutore sta girando a tremila per elaborare e accettare l'informazione e non è in grado di effettuare contemporaneamente lo sforzo (come abbiamo visto già gravoso) di comprendere i dettagli che gli stiamo fornendo.
Ma noi siamo in pronto soccorso e di là all'accettazione c'è uno che urla perché è in coda da sei ore e non è ancora stato visitato.

E' così che mi chiedo, quand'è che di preciso abbiamo perso la capacità di distinguere ciò che è chiaro a noi da ciò che è chiaro al paziente? Quand'è che abbiamo perso il contatto con la realtà? A forza di frequentare solo medici e studenti di medicina? A forza di sforzarci di non farci capire dai pazienti mentre parliamo tra noi? Perché non si tratta di avere doti comunicative particolari, che per un mestiere come il nostro sarebbero pure fondamentali, si tratta del puro e semplice atto di comunicare, ovvero generare una relazione in cui si trasmette un messaggio e si recepisce un feedback, possibilmente positivo, di quanto trasmesso.

Ricordate Paco Lanciano il modellinista di SuperQuark capace con un telo di gomma e quattro sfere metalliche di far comprendere a chiunque la teoria della relatività generale?
Forse dovrebbero chiamare lui a tenere il corso di comunicazione nelle facoltà di medicina. In fondo il diritto del pubblico di imparare la teoria dei buchi neri non è sicuramente maggiore di quello del paziente ad essere rassicurato e a comprendere cosa avverrà della sua salute.

sabato 25 aprile 2015

LA PRIMA GUARDIA NON SI SCORDA MAI



Inizi della specialità, primo sabato di guardia in reparto, dicono che i novellini siano sempre i più sfortunati, ma io non sono superstiziosa.

"Hai già dato un'occhiata al 7? è venuto il medico di guardia tre volte questa notte".
Il ruolo degli infermieri, nelle guardie festive, è essenziale. Ti trovi con trenta malati sconosciuti e scegliere chi visitare per primo non sempre è semplice.
Il paziente in questione è, ad essere ottimisti, in coma, con un braccio rigido come un tronco e l'altro plegico, senza tono muscolare. Prendo i parametri, misuro la glicemia, faccio l'elettrocardiogramma, quando sto per chiamare la radiologia arriva lo strutturato che mi toglie le castagne dal fuoco insistendo personalmente con i radiologi per una TAC urgente.

L'emergenza in medicina interna non assomiglia per niente ad ER, anche perché siamo due medici per trenta malati i quali sembrano essersi  accordati per lamentarsi in contemporanea.

La signora del letto 15 deve essere dimessa e a quanto pare abbiamo perso parte della sua documentazione clinica, ma io non ho mai visto lei né la sua cartella e se anche quest'ultima fosse rimasta in qualche luogo dell'ospedale sarebbe di certo impossibile trovarla di sabato quando tutto, tranne i servizi essenziali, è chiuso. Ai parenti, però, viene una crisi di panico quando lo comunico, così, mentre dalla radiologia chiamano per avvisarci che il nostro 7 ha un'emorragia cerebrale e altri venti pazienti attendono di essere visitati bisogna anche attivare una catena telefonica per tentare di svelare il mistero della documentazione perduta.

I parenti della signora al letto 6, invece, ci tengono a sottolineare che secondo loro ha bisogno di una coronarografia e mi tocca spiegare la differenza tra questa e la scintigrafia miocardica che è stata richiesta dai colleghi e perché nel suo caso si tratti dell'approccio migliore.

Poi c'è il signore al letto 9 che mi convoca d'urgenza per informarmi che vuole firmare ed andarsene. Intanto il 7 torna con la sua diagnosi di ictus e bisogna chiamare il neurochirurgo, impostare la terapia dell'edema cerebrale e spiegare per telefono l'accaduto ai parenti che sono in arrivo e per poco non si schiantano in macchina alla notizia.

Fa poi il suo ingresso in reparto un nuovo paziente da ricoverare, perché il pronto soccorso è sommerso e non può fare a meno di mandarci un tranquillissimo caso di crisi epilettiche recidivanti.
Mentre compilo la cartella alla meglio, con mezzo reparto ancora da visitare, torno a parlare con il 9 spiegandogli che sì, se vuole può tornare a casa a neanche 24 ore dal ricovero, ma in fondo è stato lui a recarsi in pronto soccorso perché non respirava bene e la speranza che risolvessimo il suo problema tra le 18 del venerdì e le 14 del sabato era piuttosto irrealistica.

"Dottoressa?"

No, non credo di poter sopportare un altro parente insoddisfatto del cibo, delle attenzioni, dei vicini di stanza.

Mi volto di scatto con l'aria un po' scazzata.

Quello che mi viene incontro con l'andatura un po' incerta, un bastone in una mano e nell'altra un pacco di dolci è il marito della 6, la signora che non voleva fare la coronarografia.

"E' stata così gentile a prendersi cura di mia moglie, sa, mia figlia e mio genero parlano tanto ma è perché ci vogliamo bene".

Mi porge il pacco.

"Tenga, ma prima di mangiarli, mi raccomando, ci canti sciuri sciuri così si credono che è siciliana anche Lei e si fanno più buoni".

giovedì 26 marzo 2015

IL WEB, GRAMELLINI E IL MESTIERE DI MEDICO


Molto scalpore ha suscitato, riportano quasi tutti gli articoli che accompagnano quest'immagine, la foto scattata in un pronto soccorso californiano: mostra un medico fisicamente piegato da dolore subito dopo aver perso un paziente di diciannove anni.

Come in ogni notizia dal buonismo facile ci si è gettato a capofitto anche il nostro Gramellini, che chiosa, al termine del suo Buongiorno: "Dovrebbero farne un poster e appenderlo nelle facoltà di medicina".

No, caro Gramellini, le facoltà di medicina non hanno affatto bisogno di questo monito, e ti spiego brevemente il perché.

Quando mi sono iscritta all'università pensavo, come tutti, che quello del medico fosse il mestiere più bello del mondo, perché mi avrebbe consentito di prendermi cura del prossimo, di guarirlo da terribili malattie e nulla mi avrebbe gratificato di più che arrivare a fine giornata sapendo di aver salvato una vita.

Ora che sono un medico penso ancora che il mio sia il mestiere più bello del mondo, ma penso che sia anche uno dei meno gratificanti in assoluto.

Andate in un pub al sabato sera, prendete un campione di cento ragazzi tra i ventuno e i ventisei anni e chiedete loro quante persone, nella loro vita, hanno visto morire, con quanti malati terminali hanno parlato, quanti bambini o coetanei hanno visto soffrire.
Ora ripetete l'esperimento in un'aula del quinto anno di medicina. Forse non tutti avranno avuto un primo tirocinio come il mio, ma ogni studente di medicina, prima della laurea, si è trovato a contatto con la morte e ha sviluppato una strategia per affrontarla, per renderla tollerabile o per chiamarsene il più possibile fuori.
Qualcuno ha scoperto che proprio non ce la fa e ha trovato delle alternative, qualcuno ne fa la propria vocazione, ma, vi svelo un segreto: per nessuno è mai facile.

E quindi sì, meraviglia, il medico che si accorge di essere impotente di fronte alla malattia e alla morte si sente male, quasi come se quello sconosciuto che il caso gli ha affidato fosse un suo amico. Talvolta ce la fa a sopportare il peso, talvolta si convince che si tratti del termine di una sofferenza, talvolta si interroga per giorni su cosa avrebbe potuto fare di diverso o di migliore, talvolta soccombe. Lo fa magari in modo meno plateale del dottore californiano, a casa, sfogandosi con la famiglia o con i colleghi, può persino accadere che la sua psiche ne riporti danni permanenti (si chiama sindrome da burnout).

E quindi no, Gramellini, quella foto non va appesa nelle facoltà di medicina, va mostrata ai sessantaquattromila ragazzi che ogni anno tentano il test di ingresso (un diplomato su otto, è possibile che un diplomato su otto voglia davvero fare questo lavoro? E' possibile che sappia cosa sta facendo?).
Va mostrata a chi in pronto soccorso scalpita e protesta perché la coda già lunga è bloccata da un codice rosso e deve aspettare quattro ore per essere visitato per la sua lombalgia cronica.
Va mostrata a chi si lamenta dei medici perché dopo tre infarti, un arresto cardiaco, due mesi in rianimazione e un intervento cardiochirurgico complesso ha un piede insensibile (comune complicanza da allettamento), senza pensare che è vivo per miracolo. 
Ma soprattutto va mostrata a chi distribuisce questi volantini fuori dall'ospedale, inducendo chiunque a tentare la strada del rimborso facile (tanto è gratis, tanto qualche errore si trova, tanto paga l'assicurazione che male c'è).

Nessuno sa nulla del medico della foto, né si sa di chi sia la colpa della morte del ragazzo (se mai colpa c'è stata), eppure "il web si commuove" e "l'immagine fa il giro del mondo": nella semplicistica sfera emotiva di internet il dolore di questo medico lo assolve, così come le fotografie di autopsie di gatti condannano perpetuamente gli scienziati a truci sofferenze.

Ebbene, forse serviva una foto di così forte impatto per far comprendere che ogni medico si è sentito così, almeno nell'anima, almeno una volta nella sua carriera. Ricordatevelo la prossima volta che "Se guarisco è merito di padre Pio, se non guarisco è colpa dei medici".


domenica 2 novembre 2014

Caro MIUR, Caro CINECA

Caro MIUR,
Caro CINECA,

Ho sostenuto il test di Medicina nel 2006 (eravamo 2700 nella mia Università per 300 posti) e l'ho superato, mi sono laureata a Luglio 2012, abilitata all'esercizio della professione a Febbraio 2013 e ho partecipato al concorso di specialità della mia regione a Luglio 2013. Il concorso non l'ho superato, non metterò in mezzo Baroni e strani complotti, diciamo che, pur essendo preparata, sono stata sfortunata.

Caro MIUR, 

hai deciso a Novembre che il concorso successivo sarebbe stato nazionale, hai aspettato Marzo per farci capire cosa volesse dire e Maggio per decidere le modalità. Poi hai atteso Luglio per comunicare che le prove sarebbero state a Ottobre.
Io intanto ho studiato, per 8 mesi, anche se non sapevo bene cosa perché la bibliografia non ce l'hai mai fatta avere. Ho studiato di tutto, sui vecchi appunti dell'Università, su libri in italiano, in inglese e in spagnolo.
Ho mandato anche il curriculum all'estero, perché alla fine ho quasi trent'anni e se non superassi il concorso neanche quest'anno non potrei permettermi altri dodici mesi di incertezza e lavori occasionali. Ma alla fine ho deciso di restare, non per viltà come sostiene chi è emigrato, anche se ovviamente in Italia ho parenti e amici, ma in parte anche perché mi piace il mio Paese, ci sto bene e vorrei lavorarci.


Caro CINECA,

mi hai rinchiuso in un aula per quattro giorni, dalle 8 alle 14 senza poter mangiare, bere o andare in bagno. Sono uscita il 31 ottobre senza aver bisogno di travestirmi da zombie per Halloween perché le mie occhiaie e il mio colorito verdastro erano fin troppo realistici. Mi sono goduta l'aria fresca come chi è in pace con la propria coscienza e sa che il peggio è passato.
Sono partita per un week end col mio fidanzato che trascuravo da mesi, ma appena scesa dall'aereo mi ha raggiunto una tua mail. "Scusate, ci siamo sbagliati, ci rincresce immensamente ma dovete rifare le prove". No, non tutte, solo un pezzo, magari quello che mi era andato meglio, quello su cui contavo per superare questo concorso. "Scusate il disagio, ma errare è umano".
Anche nel mio lavoro errare è umano, per questo prima di somministrare i farmaci si fa attenzione e si controlla in tanti. Se inverto le medicine a due pazienti i parenti mi possono denunciare, ma, ancora peggio, qualcuno può morire.


Caro MIUR,
Caro CINECA,

Non voglio fare ricorso, perché nei ricorsi, come sempre, sarà avvantaggiato qualcuno che non lo meritava e qualche meritevole resterà ingiustamente fuori. Ma provatela voi la sensazione che il futuro di dodicimila giovani non vale un doppio controllo sulle domande. Provatela voi l'amara sensazione di essere svalutati e presi in giro dallo Stato per cui vorresti lavorare per i prossimi quarant'anni.


Tratto da "Note di un universo alternativo in cui un anno fa non avessi avuto il culo di superare il concorso di specialità".

sabato 21 giugno 2014

L'ASSURDO MONDO DELLA SPECIALITA': IL DIARIO ELETTRONICO


Ah va' che prima dell'esame c'è da compilare il diario elettronico.

Questa comunicazione non giunge, come sarebbe logico, dalla segreteria di scuola di specialità, ma corre di bocca in bocca, dallo specializzando più anziano a quello più giovane come da tradizione aedica.
Leggende narrano della inaudita difficoltà nel compilare il libretto e farlo validare dal tutor universitario dedicato, soprattutto quando quest'ultimo è in un altro continente, ha perso la smart card o semplicemente non sa usarla.

La mania dell'informatizzazione ha ormai contagiato l'Università intera così ora gran parte delle procedure burocratiche va svolta on line. Bene, benissimo, direte. Benissimo se funziona come la banca on line che mi permette di pagare i bonifici in modo efficiente e sicuro su internet anzichè dovermi mettere in coda alle 6 del mattino per passare davanti ai vecchietti insonni che devono ritirare la pensione. Meno bene se devo, tramite una procedura piuttosto concettosa, autocertificare il mio orario di lavoro e le competenze acquisite tramite un software poco funzionale e un server lento come un bradipo narcolettico.

Nell'urgenza della semplificazione e dell'informatizzazione qualcuno deve aver pensato che anziché permetterci di utilizzare le bollatrici come tutti i lavoratori dell'ospedale, fosse un'idea geniale fornirci di una smart card (ossia una carta con chip) con apposito lettore al fine di poter firmare i documenti per via elettronica e gestire il libretto delle attività.

Io ho avuto appena qualche difficoltà con questo metodo, così ho pensato di scrivere una breve guida per chi necessita o necessiterà in futuro di apprendere ad utilizzare questa imprescindibile tecnologia.

MATERIALE NECESSARIO
- smart card e lettore
- PC
- doti di hackeraggio o in alternativa un amico che lavora per Anonymous
- tempo illimitato
- la supervisione di un coinquilino
- svariati litri di caffè o amfetamine


FASE 1 - PROCURARSI LA SMART CARD
difficoltà: +
trovo la smart card dove l'ho lasciata, cioè in una busta con tutto il resto della documentazione consegnatami al momento dell'iscrizione.


FASE 2 - PROCURARSI IL LETTORE DELLA SMART CARD
difficoltà ++++
livello di pazienza: take it easy
Qui la faccenda si complica. L'ultimo ricordo che ho di quell'infernale oggetto è abbandonato ad impolverarsi su uno scaffale della libreria a casa dei miei. Purtroppo tale ricordo non corrisponde alla realtà. Passo un pomeriggio a cercarlo, poi mi autoconvinco che la compilazione non sia così urgente e rimando. Dopo svariate settimane, per puro caso, lo ritrovo nella tasca sinistra del cappotto di lana che stavo per archiviare nel cambio armadi.


FASE 3 - INSTALLAZIONE DEL LETTORE
difficoltà ++
livello di pazienza: yoga
Inserisco il lettore nella porta USB del PC illudendomi che lo riconosca come tutte le altre periferiche dell'universo, cosa che ovviamente, non accade.
Cerco sul sito dell'Università qualcosa che mi possa aiutare nell'impresa e... miracolo! Trovo addirittura dei tutorial video che spiegano passo per passo come fare.
Peccato che il tutorial inizi con "Introdurre nel lettore CD l'apposito CD di installazione fornito con l'apparecchio" e io sono certa che un CD tra il materiale fornitoci non ci sia mai stato. Poco male, scopro come si chiama il software, lo cerco su Google, lo scarico e lo installo, mandando a stendere il tutorial che mi spiega quante volte cliccare "avanti" sul wizard di windows per poter installare il programma.
Apro il software e clicco sull'icona che mi pare più appropriata, cioè "verifica smart card" e... terrore... mi chiede la password.
Provo con quelle che utilizzo più di frequente finché non mi torna in mente da un recesso lontano della memoria la vocina della ragazza che mi ha aiutato a firmare il contratto per via telematica "Vi consiglio sempre di mettere come password *"!$£"£! [questa parte è stata censurata per rendere lievemente più difficile all'FBI compilare il mio diario elettronico] così è facile da ricordare per tutti!".
Lo faccio, compare una finestra con il mio nome e... basta. Il programma apparentemente non serve ad altro.


FASE 4 - E ORA?
difficoltà ++++
livello di pazienza: anacoreta
Wow. Grazie a una tecnologia avanzatissima ho collegato il mio tesserino di riconoscimento riportante nome, cognome e fotografia al PC e questo è in grado di dirmi, tramite un elaborato sistema di calcolo, come mi chiamo. Miracoli dell'informatica.
Ora devo solo capire cos'è il diario elettronico, dove si trova e come fare a compilarlo.
Per prima cosa provo a cercare tra le mail ricevute dalla scuola di specialità se (per caso) qualcuno si fosse degnato di comunicarci istruzioni e scadenze per questo compito.
Sicuramente ce l'avranno detto e io avrò archiviato la mail come scadenza troppo lontana, mi illudo. Purtroppo nessuna mail fa menzione all'esistenza del diario elettronico, né alla necessità di compilarlo o ad eventuali scadenze.

La seconda possibilità che mi sovviene è che il sito dell'Università, tra i tutorial per decerebrati sull'installazione del lettore, ospiti anche dei video che spieghino come come compilare il diario elettronico. Ma anche questa speranza si rivela vana. L'intero sito fa menzione una sola volta al diario elettronico, all'interno del "Regolamento generale dell'attività dei medici chirurghi in formazione specialistica" dicendo che la scuola è tenuta a crearlo e il tutor a convalidarlo. Il diario elettronico diventa automaticamente più essenziale della naftalina per eta beta e più introvabile dell'arca dell'alleanza.

La terza idea che mi viene in mente è che questo fantomatico diario sia sulla stessa piattaforma delle lezioni on-line (altra grandiosa trovata di cui magari parlerò la prossima volta).
Tra tutte le mail ricevute in quest'anno dalla segreteria di specialità due solo sono di qualche utilità: la prima ci comunica dopo soli sei mesi e con un certo fastidio che è inutile che continuiamo a scrivere per lamentarci che la nostra posta elettronica da studenti non funziona più, perché ovviamente ora abbiamo un altro account di cui nessuno ci ha comunicato le credenziali. La seconda fornisce delle credenziali sbagliate e un link per accedere alle lezioni on line. Ovviamente le credenziali giuste sono quelle della posta elettronica citata nella prima mail. Sono questi i momenti in cui ti rendi conto che aver investito i pomeriggi a leggere Dan Brown al liceo anzichè studiare una volta per tutte l'aoristo è stata, sul lungo termine, una scelta saggia.

Mentre tento di accedere alla pagina delle lezioni on line noto che nella pagina del login oltre allo spazio per le credenziali, in una riga a parte, con carattere da postilla notarile, compare la scritta "accesso con smart card". Proprio quando penso di trovarmi davanti al sacro Graal dello specializzando, però, ricevo l'ennesima delusione: compare un'odiosa finestra "errore non specificato, connessione internet assente". Vuoi vedere che questi geni non hanno pensato alla compatibilità con Google Chrome? mi dico. Così provo con Firefox e, non senza un filo di ribrezzo, perfino con Internet Explorer ma senza risultato alcuno. Spengo tutto e vado a dormire, non prima di aver provocato acufeni all'Università tutta, dalla segretaria di Scuola al Rettore.


FASE 5 - CHIEDERE AIUTO
difficoltà +++
livello di pazienza: monaco buddista
Non sapendo più a che santo votarmi chiedo alla mia coinquilina che, in qualche modo, ha già risolto il mistero.
E' che devi usare Firefox se no non funziona.
Già fatto.
E' che devi aprire prima il programma del lettore e solo dopo andare sul sito.
Già fatto pure questo.
Così ci mettiamo assieme e mi mostra dov'è il problema: bisogna prima fare login con l'account delle lezioni on line (che per farmi perdere tempo decide anche di modificare la password con, non sia mai, - almeno un numero - almeno una lettera minuscola - almeno una lettera maiuscola - almeno un segno di interpunzione - almeno un carattere elfico) solo dopo, nascosto in un menù secondario, si può scovare il link "diario elettronico degli specializzandi".
A questa epifania un raggio di sole passa dal velux sopra la mia scrivania e si posa sulla tastiera facendo discendere lo spirito santo sul mio PC.
Ce l'ho fatta, penso.
E invece, come nel primo Indiana Jones, non faccio in tempo a rubare l'idolo d'oro che una gigantesca palla di pietra si mette a rincorrermi.
La pagina non funziona. Mancano i permessi.

Per fortuna delle comode istruzioni da smanettoni forniscono il link della dll del software del lettore della smart card che va aggiunta alle eccezioni alla sicurezza di Firefox prima di poter continuare.
E non pensate di poterla cercare da un elenco, come la finestra vi illude si possa fare, per motivi misteriosi funziona solo se si digita il percorso carattere per carattere "C:\\Windows\System32 ecc ecc ecc.
Meno male che alle medie crackavo i videogiochi su DOS.


FASE 6 - COMPILAZIONE
difficoltà ++
livello di pazienza: atarassia zen
Ora che finalmente ho ottenuto l'accesso al diario non mi resta che compilarlo. Peccato che le funzioni del diario siano nascoste da titoli simili a quelli che i designer danno alle cose per non farle sembrare troppo triviali... le attività vanno registrate sull'agenda, validate sul diario e la percentuale di ore date/dovute compare sul cruscotto.
Esiste un piano di studio che ci informa quali materie dovremmo svolgere per quanti crediti e se si tratta di attività professionalizzanti (P) di formazione (F) o di formazione a distanza (FD). Ma si dimentica di specificare a quante ore corrisponde un CFU per ogni tipo di attività e che le attività di formazione vanno registrate mentre quelle di formazione a distanza no. Per di più la differenza tra le materie è di difficile comprensione: in cosa si distinguerà mai Medicina Interna 1 da Medicina Interna 2 e Medicina Interna 3? Quando avremo fatto una e quando l'altra?
Per finire l'host del server probabilmente è ubicato a Paperopoli così è tutto di una lentezza esasperante. Da quando clicchi su salva a quando l'attività viene registrata fai in tempo a mettere su il caffè, farti una chiacchierata con il vicino dalla finestra, rispondere a 34 messaggi su whatsapp, bere il caffè e quando torni c'è ancora il simbolo di caricamento in corso.

In queste circostanze ogni strategia per accorciare i tempi è vitale. Ho scoperto così che:

1- si possono copiare le attività da un giorno all'altro ma solo all'interno della settimana, copiare la lezione del martedì al martedì successivo è impossibile.

2- a caricare una singola attività si impiegano circa 80 secondi, ma a copiarla da un giorno all'altro solo 30.

3- esiste una freccetta bianca su sfondo panna che permette di navigare da una settimana all'altra senza passare dalla visualizzazione mensile, il che consente di risparmiare circa un minuto per settimana, quindi ben 52 minuti sul totale.

4- la funzione copia non vale per le APO (attività professionalizzanti obbligatorie, come leggere gli ECG, fare le ecografie, firmare le cartelle e così via). Quindi conviene inserirle ogni lunedì.

5- a passare da una settimana all'altra con questo metodo ci si mettono 30 secondi quindi caricare un mese con una sola attività richiede circa 17 minuti, se la connessione non si pianta. Per l'intero anno ci vogliono circa 4 ore e poi restano le attività varie che non si possono copiare da una settimana all'altra, come le lezioni.

Ma soprattutto

6- andare a dormire all'1 di notte il venerdì sera dopo aver compilato 10 mesi di diario elettronico è improvvisamente balzato ai primi posti della classifica della sfiga mondiale nerd, scalzando i campionati mondiali di lancio del telefonino, le canzoni klingon e perfino le nozze Jedi in Scozia.



martedì 17 dicembre 2013

Sherlock Holmes e il caso del concorso di specialità

piccola nota introduttiva: rielaboro questo post da mesi, scrivo, cancello, riscrivo, mi stufo e lo abbandono per giorni. Da quando l'ho iniziato, fresca del concorso appena sostenuto, ad oggi sono accadute molte cose. Il concorso di specialità è diventato nazionale (non si sa a partire da quando, non si sa con quali modalità). Si sa per certo che i posti diminuiranno drasticamente, o si lotterà disperatamente per ottenere lo stesso insufficiente numero di borse dello scorso anno. E questa improvvisa fretta di nazionalizzare, scelta così ardentemente desiderata dai neo-laureati come invisa alle alte cariche universitarie puzza parecchio di fregatura. Questo non rende il racconto datato, ma anzi, ancora più necessario. Sempre che qualcuno abbia voglia di leggerlo fino al fondo. E sempre che qualcuno legga ancora questo blog che non viene aggiornato da ottobre. Io nella speranza vi ci ho messo le foto di Robert Downey Jr.



Fuori nevicava, io ero appena rientrato da una lunga serie di visite, principalmente acciacchi dovuti alla stagione invernale, e tentavo di riscaldarmi allo scoppiettante tepore del camino. Holmes, seduto sulla sua poltrona al mio fianco mordicchiava la pipa e apriva una ad una le sempre più numerose lettere recapitate al 221/b di Baker Street.

Ad un tratto smise di tormentare il bocchino della pipa e mi lanciò una busta: "Vorrei un suo parere su questa richiesta, Watson"
La busta era di spessa carta filigranata e la lettera, vergata in una grafia nervosa e scarsamente comprensibile, recitava quanto segue:

10 Dicembre 1899
Alma Universitas Augustae Taurinorum,
Gentile Signor Holmes,
la voce delle sue gesta nella lotta al crimine e della sua abilità logica nel risolvere ogni tipo di questioni è giunta fino ai confini del mondo, Le scrivo pertanto dalla terra dei Cesari perchè nessun altro è in grado di consigliarmi correttamente.Sono un futuro collega del suo aiutante, il dottor Watson, avendo da poco conseguito il titolo di dottore in medicina. Nel nostro Paese, tuttavia, col solo titolo di dottore si può far poco, meglio sarebbe avere accesso ad uno dei corsi di specializzazione che garantiscono formazione e professione futura. Poichè, però, ogni giovane dottore condivide questa opinione, la richiesta per questi corsi di specializzazione è molto alta e nel tempo si è resa necessaria una selezione dei candidati. La selezione viene operata sulla base di parametri apparentemente corretti per cui a prima vista è impossibile trovare da ridire, tuttavia l'esperienza insegna che non sono sempre i migliori ad ottenere i posti, deve quindi esserci qualche problema non immediatamente evidente. Per questo scrivo a Lei, signor Holmes, perchè spero che sia in grado di spiegarmi dove sta il trucco così che io possa farlo presente ai luminari incaricati della selezione dei candidati e trovare una nuova soluzione migliore.
Distinti Saluti,
Dottor Umberto Nicodemo Tonara
"Mi sembra una richiesta ben strana, Holmes" osservai appena terminata la lettura, mentre sfogliavo il resto dei fogli allegati che illustravano nel dettaglio il sistema utilizzato nell'ateneo del collega per selezionare gli specialisti.

"Ha se non altro il privilegio di essere insolita e in una fredda sera invernale in cui tutti i nostri casi sono ad un punto morto potrebbe costituire un interessante accompagnamento alla come sempre ottima cena preparataci da Mrs. Hudson".

A queste parole non potei che capitolare, nessuno meglio di me sapeva quanto Holmes avesse bisogno di mantenere in esercizio le proprie facoltà cerebrali e quanto i periodi di inattività gli fossero intollerabili al punto da costringerlo, qualora non avesse trovato casi a cui dedicarsi, a rifugiarsi nell'oblio donato dall'oppio.
Mi misi comodo in poltrona ad attendere la cena mentre Holmes tormentava le corde del violino pizzicandole con sguardo assente. "Mi dica un po', Watson" disse quando finalmente riprese a parlare "Quali sono i parametri più rilevanti per questa selezione in ordine di percentuale?"

Sfogliai il materiale del nostro cliente alla ricerca delle informazioni che, finalmente, trovai "Il 60% dipende da una serie di domande a scelta multipla, il 25% dal curriculum e il restante 15% da una seconda prova scritta".

"Benissimo Watson, quindi se Lei dovesse sostenere questo esame su cosa punterebbe di più?"

"Certamente sulle domande a scelta multipla, mi pare la cosa più logica da fare, anzi, mi sembra strano che il mio collega non ci abbia pensato"

"Pare strano anche a me, vorrebbe controllare sul materiale inviatoci se abbiamo qualche informazione in più riguardo a questi quesiti a scelta multipla?"

Trovai presto la risposta nei documenti che, a parte la pessima grafia, si rilevarono piuttosto ordinati e comunicai immediatamente a Holmes "Si tratta di 40 domande di medicina generale e 20 domande inerenti la singola specialità per la quale si fa domanda, estratti rispettivamente da un archivio di 5400 e 350 domande, la selezione dei quesiti presentati è casuale, una commissione nazionale prepara tre diversi compiti, uno dei quali viene estratto il giorno stesso della prova e viene somministrato a tutti i candidati"

"Ottimo Watson, con queste informazioni aggiuntive cosa possiamo dire riguardo a questa prova?"

"Mi sembra un modo corretto per selezionare, non vedo come si potrebbe manometterla per favorire qualcuno!"

"Oh, non si tratta di manomettere" mi interruppe Holmes "Cerchi qualche informazione in più su quell'archivio di domande"

"Qui dice che viene reso noto 60 giorni prima dell'esame con l'indicazione della risposta corretta per ogni domanda... inizio a capire, Holmes, pensa che qualcuno potrebbe impadronirsi dei compiti prima che vengano inviati dal ministero!"

"No, Watson, è molto più semplice, penso che ogni candidato ragionevole, che sa che il 60% del suo esame è costituito da queste domande, ha 60 giorni di tempo per imparare a memoria tutte le risposte"

"Ma Holmes, è impossibile! Sono quasi seimila domande, forse con un cervello come il Suo sarebbe concepibile, ma non c'è persona al mondo in grado di una simile impresa"

"Quante sono le ossa del corpo umano, Watson?"

"Se la memoria non mi inganna dovrebbero essere 270"

"E quanti i muscoli?"

"656, ma che senso hanno queste domande?"

"Se consideriamo che ogni muscolo ha un'origine e un'inserzione e aggiungiamo i nervi con il loro decorso arriviamo facilmente a seimila nozioni da sapere, in quanto tempo ha studiato Anatomia, Watson?"

"Sono passati molti anni, ma era un corso semestrale, penso di averci messo più o meno quel tempo"

"Seguendo le lezioni all'anfiteatro anatomico e corteggiando quella che sarebbe poi stata sua moglie, però, non lo dimentichi! Pensa che dedicandosi tutto il giorno solo allo studio in due mesi avrebbe potuto preparare quell'esame?"

"Sì, penso di sì"

"E, non si offenda, ma la Sua intelligenza, Watson, è nella media, non è neanche lontanamente paragonabile alla mia. Rifletta: se tutti i dottori durante gli studi sono stati in grado di sostenere l'esame di anatomia sono anche in grado di imparare la risposta delle seimila domande dell'archivio e di ottenere il massimo dei punti di questa prova in modo perfettamente onesto".


Ci pensai per un secondo e poi convenni che probabilmente Holmes aveva ragione, anche se mi sembrava impossibile che qualcuno dedicasse tanto tempo e tanti sforzi a un'operazione così insulsa. Mi vennero però in mente decine di casi in cui mi ero imbattuto durante la mia carriera di giovani appassionati di francobolli o di storia che erano in grado di recitare a memoria lunghe liste di oggetti, date o persone apparentemente senza sforzo. Anche se certamente non era questo il caso del povero dottor Umberto e dei suoi colleghi; mentalmente ringraziai di aver studiato medicina in un momento storico meno problematico.
"E' stato proprio fortunato, Watson"

Sobbalzai, Holmes aveva spesso questa capacità di leggere apparentemente nella mente, ma raramente era stato così accurato. "Ma come fa a..." balbettai
"Sarebbe evidente anche a un bambino, Watson! Lei aveva la classica espressione scettica di quando non crede che io abbia ragione, poi ha assunto un'aria pensosa, segno che stava riflettendo più attentamente su quanto ho detto e le sue mani sono andate a cercare la catena dell'orologio da taschino, regalatale da quel paziente appassionato di treni, quello che sapeva recitare orario di partenza, stazioni di fermata e composizione dei vagoni di ogni treno transitato da King's Cross tra il 1850 e il 1895. Il ricordo di questo individuo l'ha convinta della veridicità della mia teoria e l'improvvisa espressione di sollievo sul suo volto non si può certo ricondurre alla sventurata situazione del nostro amico, quanto piuttosto alla sua personale fortuna di aver studiato medicina in tempi e luoghi diversi dal nostro cliente.".

Ora che Holmes me l'aveva spiegato sembrava tutto troppo semplice e mi maledissi tra me per aver mostrato tanto stupore alla sua osservazione, ma non feci in tempo a lamentarmene che Mrs Hudson fece il suo ingresso con un enorme vassoio d'argento ricolmo di prelibatezze.
Holmes ed io abbandonammo per un momento la conversazione e ci accomodammo a tavola.

"Cosa ne pensa ora della situazione del nostro amico italiano?" mi chiese infine Holmes, pressando il tabacco nel cannello della pipa al termine della cena.

"Mi sembra che rispondere correttamente alle domande a scelta multipla non sia sufficiente per garantire dei buoni risultati"

"Sono d'accordo con lei, Watson, qualunque persona razionale non potrebbe che giungere a questa conclusione, quindi come si può ottenere un vantaggio sugli altri concorrenti sfruttando al meglio la propria intelligenza?"

"La carriera conta nel complesso per il 25%, quindi immagino che ciò avvantaggi gli studenti con un migliore curriculum universitario, insomma essere studenti più bravi premia di più, ma non mi sembra una grande novità... nè mi pare che questo punto si possa sfruttare a proprio favore a posteriori, ovvero dopo la laurea, nè prima, dovrebbe infatti essere compito di ciascuno studente universitario ottenere i risultati migliori possibili in base alle proprie capacità".

"E questo avverrà sicuramente, Watson, ma c'è di più, questo apparente 25% come si articola?"
Andai a sfogliare nuovamente i documenti e trovai subito la risposta "7% in base al voto di laurea, 7% per l'attinenza dell'argomento della tesi di laurea con la specializzazione desiderata, 5% grazie ai voti di 7 esami che sono giudicati inerenti la singola specializzazione, 3% se il candidato ha partecipato ad altre attività inerenti quella materia durante il corso di studi, 3% se ha pubblicato articoli di interesse scientifico"

"Bene, Watson, abbiamo un 25% che, considerando l'assoluta parità delle risposte della prima prova, costituisce in realtà il 100% del valore utile a determinare la graduatoria che è quasi equamente ripartito in quattro parti: voto di laurea, attinenza tesi, esami e pubblicazioni ed altre attività. In cosa si concentrerebbe se fosse uno studente di medicina italiano, caro dottore?"

Ci riflettei un attimo e poi risposi: "Sicuramente cercherei di avere ottimi risultati agli esami, garantendomi così 7 punti di voto di laurea e 5 di esami, ma come ho già detto penso sia una preoccupazione di ciascun bravo studente avere un buon rendimento e penso che ognuno alla fine sia valutato per quanto può raggiungere in base al proprio intelletto".


"Qui sbaglia, invece, caro amico, è evidente che non ha considerato il problema da un punto di vista strategico: gli esami considerati sono solo 7 su un piano di studi che ne prevede 35, quindi conviene concentrarsi per prendere voti eccellenti in quei 7 esami a scapito degli altri pur di mantenere una media adeguata a raggiungere il massimo del punteggio"

"Ma non sarà mica tanto facile!" sbottai "è pur sempre medicina!"

"Il suo problema, Watson, è che non segue i ragionamenti in prospettiva, se solo si sforzasse di farlo gioverebbe molto alle sue doti investigative. Ci pensi bene, la durata media della carriera di un professore universitario è di almeno 30-40 anni, quindi vede passare innumerevoli generazioni di aspiranti medici. Tutti i suddetti studenti, essendo dotati di raziocinio e desiderando in futuro accedere ad una specializzazione, fanno il ragionamento che abbiamo appena espresso e cercano di mantenere il proprio rendimento scolastico più alto possibile col minimo sforzo possibile. Ovviamente nel far ciò si scontrano con la concorrenza costituita dai propri compagni, che hanno il medesimo obiettivo, la preparazione media dello studente tenderà così a crescere di anno in anno"

"Ottimo!" osservai
"Per i futuri pazienti è possibile" proseguì Holmes "Ma lei trascura un dettaglio: i voti degli studenti non sono normalizzati, ovvero non accade mai che il più bravo prenda sempre il voto massimo (30 per questi assurdi italiani) e il peggiore venga sempre bocciato... è il professore ad assegnare un voto a proprio insindacabile giudizio".

"Penso sia tutto sommato un metodo corretto, in fondo è meglio valutare la reale preparazione del candidato che trasformare tutto in una gara di corsa che può essere tra ghepardi o tra lumache".

"Un altro dei suoi difetti è essere carente nei nessi, Watson, metta assieme quanto abbiamo detto poco fa, sugli studenti che sono sempre più preparati, e quanto appena affermato, ovvero che i voti non sono normalizzati"

"Significa che mano a mano i voti si appiattiranno verso la parte alta della scala?"

"Esattamente, caro amico, è un processo che ha avuto inizio decenni fa, ma ne troverà facilmente riscontro tra le carte del nostro cliente. Un professore che si trova davanti studenti sempre più preparati li valuta sempre con lo stesso metro di giudizio fino all'appiattimento totale. In Italia un buon voto universitario è di 27/30 e circa la metà degli studenti attualmente raggiunge questa soglia, il che significa che per graduare 150 studenti un professore ha a disposizione 4 voti, tra cui il massimo assoluto: 30 e lode".

"Che paese assurdo" borbottai indignato "Ancora però non vedo il problema riguardo al concorso!"

"Abbiamo tolto dal conteggio il 60% costituito dalla prima prova, ora abbiamo capito che anche i voti di laurea e degli esami non sono così discriminanti come potrebbero apparire a prima vista, ci restano da analizzare tre elementi: l'attinenza tesi, le attività elettive e le pubblicazioni, orsù Watson da quale iniziamo?"

"L'attinenza tesi mi sembra la più semplice, e mi sembra anche più che sensato che sia avvantaggiato chi ha iniziato  per tempo ad interessarsi di una certa disciplina rispetto, ad esempio, a chi la sceglie come seconda possibilità"

"Va bene, allora parliamone. A prima vista intravedo due problemi: dover scegliere con molto anticipo la propria specialità senza poterla cambiare in un secondo momento e l'impossibilità di spostarsi tra specialità anche affini. Supponiamo che Lei, Watson, desideri specializzarsi in endocrinologia, chiede la tesi e le viene affidato un lavoro sulle patologie dell'osso. In un secondo momento viene a contatto con i geriatri, che anch'essi si occupano delle patologie dell'osso, ma in un modo che Le è più congeniale. Ebbene, se decidesse di sostenere il concorso per geriatria, anzichè per endocrinologia, sarebbe penalizzato due volte: per aver fatto a suo tempo una scelta avventata e per avere di fatto una tesi con lo stesso titolo che Le avrebbero dato i geriatri, ma al quale viene attribuito un punteggio minore perché firmata dal professore sbagliato, ovvero da un endocrinologo."

"L'assurdità di questo mondo italico è sempre più evidente, Holmes... ma che mi dice delle pubblicazioni? Non sono forse un buon modo per distinguere gli studenti davvero eccellenti? In fondo pochi sono in grado a quell'età di produrre lavori scientificamente così rilevanti!"

"Ha ragione, Watson, sono pochi, pochissimi! Ma anche questo va a loro svantaggio"

"Non vedo come potrebbe, Holmes"

"E' evidente invece... chi ha potere di scrivere un articolo e scegliere che nomi apporvi?"

"Il suo autore, mi sembra chiaro! Oltre al proprio può inserire il nome di coloro che hanno collaborato come co-autori, soprattutto se si tratta di grandi studi"

"E cosa si intende per collaborare, Watson?"

"Fornire un contributo scientifico utile alla stesura dell'articolo"

"E chi raccoglie i dati non merita forse di essere menzionato? Chi si sobbarca tutti quei calcoli? Chi raccoglie le immagini e scrive il testo?"

"Oh beh, suppongo che meritino una citazione anche loro"

"Siamo d'accordo. Ora immagini di essere il capo di un gruppo di ricerca, quello che firma ogni articolo prodotto perchè le idee da cui parte la ricerca sono le Sue. Non potrebbe forse decidere a quale dei suoi collaboratori affidare l'incarico di raccogliere i dati offrendo in cambio il nome sull'articolo?"

"Non vedo che male ci sia nello scegliere i propri collaboratori"

"Nessuno, infatti, ma se Lei si trovasse dall'altra parte, Watson, non farebbe forse di tutto per essere tra i prescelti? Tra coloro che potranno firmare l'articolo e quindi saranno avvantaggiati nel concorso?"

"Certamente! Ancora non capisco il suo ragionamento Holmes"

"Non sarebbe disposto a fare orari impossibili e cose che poco hanno a che vedere con l'apprendistato da medico come andare a comprare pranzi, o accompagnare in carrozza i superiori agli appuntamenti..."

"Ma Holmes, queste sono sue illazioni! Sono sicuro che non possa accadere"

"Anche io, caro dottore, ma chi pensa ad una legge pensa a proteggere i cittadini onesti da chi li vuole raggirare e non deve per nessun motivo consentire scappatoie di sorta, invece guardi qui che razza di situazione.
In conclusione abbiamo un concorso in cui più di metà del punteggio viene
azzerato dalle assurde modalità della prova scelta, la bravura dei candidati è difficile da discriminare perchè la scala di valutazione è totalmente appiattita verso l'alto, il poco che resta è in varia misura discrezionale, insomma con un sistema del genere non è impensabile che i candidati vengano scelti a tavolino ancora prima di iniziare le prove. D'altro canto non sono neanche da biasimare i direttori che, trovandosi nell'impossibilità di discriminare in modo oggettivo i concorrenti scelgono quelli che hanno visto lavorare e della cui bravura hanno avuto prove certe.
E' però un sistema molto pericoloso, se si lascia la totale discrezionalità nei metri di giudizio ci si espone al rischio di avere specialisti incompetenti scelti solo perchè graditi ai propri capi"

"Cosa risponderà quindi al mio giovane collega, Holmes?"

"Quello che ci siamo detti, credo abbia sufficiente materiale a scatenare una rivolta".

"Ottimo! Ciò significa che presto cambierà tutto e i giovani medici potranno tornare a sorridere"

"Con calma, Watson, in verità credo che purtroppo non cambierà nulla sul lungo periodo"

"Va bene che non è noto per il suo ottimismo, Holmes, ma non le sembra di esagerare?"

"Niente affatto, amico mio! La storia è destinata ciclicamente a ripetersi e un nuovo concorso avrà l'effetto di cogliere di sorpresa i primi che saranno costretti ad affrontarlo perchè non hanno avuto modo di studiare una strategia mirata al suo superamento, non nascondo che sia possibile, almeno all'inizio, una selezione migliore, sempre che i criteri siano scelti in maniera adeguata! Ma a lungo termine... non c'è nulla da fare, è una rincorsa al raggiungimento dei limiti fissati, prima o poi la maggioranza riuscirà a superarli e discriminare sarà nuovamente impossibile"

"E ha intenzione di dirlo al nostro giovane amico?"

"Devo metterlo in guardia, anche se la cosa non interesserà lui in prima persona, nella scelta di questi criteri bisogna stare molto attenti... sono gli obiettivi che si porranno le generazioni di domani, basta una piccolissima falla e ci si ritrova in pochissimo tempo in una situazione di gran lunga peggiore di quella da cui si è tentato di sfuggire. Ma ora basta, abbiamo avvelenato fin troppo la cena con questi discorsi" Holmes afferrò violino ed archetto, come sempre faceva quando aveva intenzione di suonare sul serio, in genere per farsi perdonare le lunghe ore passate a pizzicare le corde rimuginando su un caso irrisolto "Cosa le piacerebbe ascoltare questa sera, Watson?".