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lunedì 7 maggio 2018

Le birrette ai tempi dei cinquestelle


Siamo un paese di alcolisti, bisogna prenderne atto.
Ma non di alcolisti fastidiosi come gli inglesi che bevono pinte su pinte a stomaco vuoto e poi vomitano nella metropolitana. Noi siamo più come quei vecchietti che "Bevo solo un bicchiere di vino a pasto, ma quello buono, che faccio io" e che poi vanno in astinenza 48 ore dopo il ricovero perché gli ospedali si ostinano inopinatamente a servire solo acqua.
Non sto scherzando. Secondo la definizione di alcolismo basta bere più di un bicchiere di vino (o di una birra piccola) al giorno o più di 4 bicchieri in una sola occasione per rientrare nella categoria... Fatevi due conti sull'ultima festa a cui avete partecipato.

L'alcol è connaturato alla nostra cultura: ci saranno tanti italiani non bevitori, ma vi sfido a trovare un vero, autentico astemio. Vi sfido a fare un tiramisù senza un goccio di rum nella crema o la torta di nocciole senza accompagnarla con lo zabaione o il risotto senza sfumarlo col vino bianco o il ragù senza vino rosso. Vi sfido ad andare ad una sagra in cui non scorra vino a fiumi, ad andare a cena dagli amici senza portare "una bottiglia buona" a festeggiare Capodanno senza stappare lo spumante, a mangiare una pizza senza birra.
In questo contesto i provvedimenti, sempre più disastrosi, della SindacA a 5 stelle hanno la stessa lungimiranza politica del sig. Rino, l'inquilino rompicoglioni del primo piano del palazzo dove abitavo da piccola che ci bucava il pallone con la speranza di poter proseguire meglio la siesta e che otteneva, per tutta risposta, l'odio del palazzo e i cori di sfottò dei bambini.
D'altro canto dagli inventori di uno vale uno e del potere al demerito non si può pretendere l'acume politico di Berlinguer.
Ma facciamo un breve, brevissimo riassunto.

Succede che, dopo il 2006, grazie a una gestione criticabile e dispendiosa, ma a posteriori abbastanza efficace, Torino acquista la fama di città giovane e vivibile. Succede che decine di migliaia di studenti universitari ci si trasferiscono. Poi, un po' per sfiga, un po' per mancanza di soldi, permessi ecc. succede che a Torino chiudono, negli ultimi 4-5 anni, un sacco di locali, tra cui i mai troppo compianti e celeberrimi Murazzi, luogo di devastazione semi-controllata e semi-isolata a due passi dal centro e a dieci metri di profondità. Succede che, a meno di instaurare una dittatura stile Iran, la gente che al sabato sera è sempre uscita continua pervicacemente a voler uscire. Chi è abituato a frequentare i Murazzi si sposta in Piazza Vittorio, chi viveva agli imbarchini del Valentino passa in San Salvario, chi non ne può più di San Salvario si sposta in Vanchiglia.
I residenti, come il sig. Rino, protestano per tutto il casino che va a formarsi per strada: i locali d'altra parte sono piccoli e il clima è decisamente più favorevole che in Canada o in Norvegia ed è normale che gli avventori apprezzino i tavolini all'aperto (che solo i torinesi chiamano, alla francese, dehor).

La giunta pentastellata, con abile mossa, nel 2017 emette un'ordinanza: niente alcol da asporto dalle 20 alle 8 nei quartieri più interessati dalla Movida: San Salvario, Vanchiglia e Centro.
Ora c'è solo una cosa che stimola gli italiani ad agire: vietare qualcosa. Il nostro popolo ha imparato nei secoli a sopravvivere sotto le più svariate dominazioni, ricavandone un allegro sprezzo dell'autorità e la profonda convinzione che fregare lo stato sia giusto e divertente.
Vieti l'asporto? nessun problema, si compra il vino al supermercato h24 e lo si beve per strada. Vieti di bere per strada? sono già pronti camelback e botti da San Bernardo o bottiglie di gin-tonic travestite da schweppes. Vieti San Salvario? Tutti si spostano su Corso Moncalieri e si ricomincia da capo.
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Me li vedo i consiglieri comunali alle prese con questo grattacapo. Peggio del signor Rino del primo piano. "Il nostro progetto è inaspettatamente fallito, vietare l'alcol da asporto non basta! La gente prende i cocktail nei locali e poi esce a berli al di fuori degli spazi consentiti"
"Eh già, il nemico è molto più astuto del previsto, pensa che alcuni hanno addirittura iniziato a cambiare quartiere"
"E ora come si fa?".
L'assessore alle politiche giovanili propone di creare degli appositi festival in periferia, che raccolgano i giovani e li allontanino dal centro e dai sig. Rino dei quartieri ricchi, ma viene immediatamente schernito: "Quanto credi che ci metteranno gli abitanti della periferia a lamentarsi di questi festival? Dovremo ricominciare tutto da capo".
"Vietiamo del tutto l'alcol alla sera!" interviene allora l'assessore all'innovazione e progresso cittadino.
"Ma non vi sembra irrealizzabile?" commenta qualcuno "Ma non pensate che perderemo consensi?" azzarda un altro
"Non pensi a tutti i consensi che ci deriveranno dalla QuieteDeiResidenti"
"Ma a me questa QuieteDeiResidenti sa un po' di SilenzioDegliInnocenti o di AlbaDeiMortiViventi"
"E non ti attrae forse l'idea di una città che all'alba è pacifica e silenziosa e può godere del sano riposo che deriva dalla morte di tutti i suoi abitanti?"
"Ma non pensate che i gestori dei locali possano protestare?" interviene il solito piantagrane "E come si fa con l'asporto e i vari foodora? Mica vogliamo far fallire questa risorsa di garanzie e di diritti per i giovani lavoratori!".
"Nessun problema - continua l'assessore alla genialità e al proibizionismo - Abbiamo pensato a tutto".

Ecco il risultato.

Se non avete voglia di leggere l'articolo originale ve lo riassumo: dalle 21 è possibile ordinare nei ristoranti e locali bevande alcoliche solo se accompagnate a piatti caldi e in misura "proporzionata" (1 bicchiere per porzione). Ma solo fino alle 23, dopodiché tutti a casa a vedere ballando con le stelle. Idem per l'asporto: ogni pizza uscirà con la sua birra e se per caso con i 50 gradi di agosto desiderate la seconda birra... pizza in omaggio! Ma sempre rigorosamente prima delle 23. Prevedo apocalittiche gare di ingollamento pizze che manco a San Francisco con gli hot dog.
Saranno limitate, anche se non si sa ancora in che modo, la vendita di bevande alcoliche anche nei supermercati e distributori. Nulla si sa di come fare a trasportare gli alcolici di casa in casa: sarà consentito portare bottiglie chiuse? E chi verificherà che le stesse non vengano invece utilizzate per i demoniaci boteillon?
Ancora non si sa cosa ne sarà di piole e vinerie che da secoli a Torino servono solo piatti freddi come acciughe al verde e uova sode. Probabilmente sarà consentito ubriacarsi ma solo in orario lavorativo, o comunque prima delle 21.
Diventeremo come l'Inghilterra, dove il venerdì è riconoscibile dal casino che si sente per strada. E il casino è prodotto da centinaia di persone vestite da ufficio che chiacchierano, spesso sotto la pioggia, con la loro quinta pinta di birra in mano, rigorosamente servita in boccali di vetro. C'è rumore, inevitabilmente. A Londra ce n'è così tanto che sembra di camminare in un alveare. I residenti se ne fanno una ragione, magari scendono anche loro a bersene una. Alle 19, quando i pub chiudono, sono tutti ubriachi come delle pigne e tornano a casa cantando e rumoreggiando. Ma prima delle 21, s'intende. Questo sì che è progresso.
Forse potremmo rispolverare anche l'idea degli speak easy, come ai tempi del proibizionismo anni '20. Anzi, prevedo fantastici toga party a tema: capelli alla maschietta, bretelle, bocchini per le sigarette, whiskey distillato in casa e parola d'ordine per accedere a un locale nascosto sotto ad una cabina del telefono.
Ci sono voluti vent'anni per togliere a Torino la fama di città che muore al tramonto, per insegnare ai pizzaioli a sfornare anche dopo le 22, per convincere i ristoratori che non tutti gli avventori sono piemontesi che amano mangiare alle 19.30 e anche chi va al cinema al primo spettacolo ha diritto a cibarsi uscito dalla sala... e ora tutto è frantumato grazie a questa geniale mossa politica.
Me li immagino gli entusiasti sig.ri Rino che finalmente ad Agosto potranno aprire le finestre e godere della placida quiete della città deserta, anzi morta. Nessuno per strada, solo un lontano coro di ubriachi. Possibile? Ma da dove arriverà mai? Chi mai può osare sfidare apertamente le ire della sindacA? Sono gli inquilini del piano di sopra. Hanno regolarmente acquistato vino e superalcolici in orario diurno e ora stanno dando una festa openbar che si protrarrà sicuramente per tutta la notte.
In fondo è questo che accade in Iran, dove l'alcol è proibito: lo si distilla a casa e si organizzano feste. E lì hanno pure la polizia politica che può arrestarli. Ecco, io fossi la SindacA almeno su questo ci farei un pensiero: se proprio devi prendere spunto almeno fallo bene, Chiara!

martedì 1 maggio 2018

Ma come ti permetti?




Da quando esiste la TV satellite ho un solo terrore: che un giorno mi suonino alla porta Enzo e Carla di Ma Come ti Vesti? Il programma più violento della TV.

La puntata inizia sempre con gli amici di qualcuno (che è praticamente sempre una lei) che si lamentano di come vesta male e di come sia insopportabile vederla così. Le lamentele principali sono tre: è troppo sportiva, è troppo originale o bizzarra e non porta i tacchi. Da notare, anche, che la lei in questione non è mai brutta, al massimo “poco curata” e non ha acconciature elaborate o trucco pesante.
Seguono riprese “di nascosto” della vittima nella sua normale interazione sociale, perché tutti possano apprezzare quanto sia obbrobrioso il suo stile. A questo punto, come dei veri supereroi, Enzo e Carla compaiono a tradimento e scatta l’operazione “Ma come ti vesti?” vera e propria. Questi due tizi dai gusti improbabili si insinuano, infatti, a casa della malcapitata e le svuotano il guardaroba al grido di “Ma che schifo questo” “Ma come fai a mettere quest’altro” “Ma che orrore” “Ma questo colore non va più di moda dal 96” e così via, con la poveretta che protesta e cerca inutilmente di salvare dal bidone della spazzatura i pezzi che le piacciono di più.

A questo punto Enzo e Carla elargiscono consigli come se fossero detentori della verità assoluta e concludono con un “Mai più con…” questo o quel capo o questo o quell’abbinamento.
Alla vittima viene consegnata una carta di credito ed è libera di andare a fare shopping in giro tentando di attenersi alle indicazioni che le sono state date.
Ne risulta, in genere, un miglioramento del look non completamente snaturante della personalità del soggetto. La stessa ragazza che prima portava solo scarpe da ginnastica e tute acetate magari compare con un paio di jeans con le paillettes e una maglia moderatamente elegante. Insomma una cosa normale.
Ma il programma è perverso e mentre la malcapitata prova, commenta e sceglie i capi, Enzo e Carla, a casa, seguano in diretta la scena e la deridano apertamente con “Non ha capito niente” “Proprio non ce la fa” “Che orrore” e così via.




A questo punto i due corrono per strada a fermarla, la insultano ancora un po’ e la accompagnano in una boutique di loro scelta dove si incaricano di scegliere e abbinare personalmente i capi mentre alla cavia resta il ruolo passivo di provarli di controvoglia.
Lo ammetto: ho sempre avuto la fobia dei negozi con lacommessa. Lacommessa è quel genere di creatura che ti guarda in faccia e ha già deciso cosa venderti e non c’è modo che tu possa esprimere perplessità riguardo a taglia/colore/modello di quello che ti sta facendo provare. Se sei fortunato e hai l’età della ragione puoi mettere da parte l’orgoglio e dartela a gambe il prima possibile, se invece sei un bambino puoi solo sperare che il genitore che ti accompagna non soccomba al “Ma ti sta così cariiiiino” de Lacommessa più deleterio del canto delle sirene di Ulisse. Da questo punto di vista sono grata all’invenzione dei grandi magazzini dove puoi girare liberamente, decidere cosa provare, nasconderti in un camerino, non farti vedere da nessuno e uscire con la merce che vuoi acquistare senza che nessuno intervenga con il proprio parere.
Questa parte del programma rappresenta quindi la materializzazione del mio incubo infantile e, lo ammetto, lo guardo solo per vedere lo sguardo riluttante della malcapitata e solidarizzare con lei. Un po’ come uno yeti che guarda King Kong, insomma.
La scena si svolge così: questa povera tizia è costretta a indossare cose che solo nel mondo fantastico e popolato di unicorni che costituisce il cervello di Enzo Miccio potrebbe essere considerato “elegante”. Pizzi ovunque, gonne con strascichi chilometrici, pantaloni d’argento attillatissimi e scintillanti, sandali di almeno 15 centimetri con cui neanche Naomi Campbell sarebbe in grado di percorrere più di 2 metri, borsette con nappi, frange, nastrini. Abbinamenti di colori improbabili e soprattutto completamente estranei alla personalità del soggetto che stanno vestendo e che è ridotto esclusivamente al proprio corpo.
La poveretta si lamenta e ad ogni “Non vedi com’è bello?” risponde con un incerto “Ma veramente a me…” ma non fa in tempo a finire la frase che viene sovrastata da un altro commento entusiastico di Enzo o da un commento sarcastico di Carla.
Ovviamente i due comprano per la tapina tutte le mise pre-abbinate e si passa alla stazione successiva: coiffeur e trucco.
E qui il messaggio è ancora più evidente: così come sei fai schifo, per essere accettata dalla società devi attenerti a certe regole, i capelli di questo colore non donano con il tuo incarnato, molto meglio una tinta così, con i colpi di sole cosà e il trucco che schiarisce, amplifica, colora, modella. Mica puoi pretendere di farti vedere così come sei, che se anche non sei nato con un aspetto repellente comunque dovresti un minimo sforzarti per renderti più gradevole alla vista.
Il finale ovviamente vorrebbe essere quello di una favola: la novella Cenerentola scende le scale con uno dei completi scelti da Enzo e Carla e finalmente riscontra la loro approvazione incondizionata, uno la riempie di complimenti mentre l’altra descrive minuziosamente pezzo per pezzo i capi. E si tratta di questi capi, non so se mi spiego.





Per finire in bellezza la poveretta fa il suo nuovo debutto in società, con le amiche che a momenti non la riconoscono e tutti che inneggiano alla bravura di Enzo e Carla, capaci di risolvere i problemi anche dove non esistono. La Cenerentola, ovviamente, non può che essere loro grata di essere stata trasformata da paria del suo gruppo di amiche nell’ennesima brutta copia di Chiara Ferragni.
Ora, sarebbe troppo facile fare una critica sociologica a questo programma, immaginarsi le conseguenze sulle adolescenti socialmente isolate e magari, con un briciolo di abilità dialettica, dimostrare che se una volta il bullismo non era un problema è perché la TV non trasmetteva “Ma come ti vesti” e “Vite al limite” (non lo penso, ovviamente. La colpa è dei cellulari e della nostra percezione distorta del mondo da quando c’è internet).
Non è mia intenzione fare niente di tutto questo, non voglio scagliarmi contro la televisione cattiva nè difendere un’immagine non superficiale della donna conducendo una campagna contro Enzo Miccio. Solo noto che, quando accendo la televisione per sentire del rumore di sottofondo mentre mi dedico ad altro, “il banco dei pugni” mi fa sorridere, “pronto soccorso H24” mi fa incazzare, ma “ma come ti vesti” mi fa proprio soffrire.

domenica 29 maggio 2016

L'INGLESE, CONSIDERAZIONI SEMISERIE

Fare un lavoro come il nostro, che ha uno dei suoi cardini nella relazione verbale e necessita per essere svolto dell'interazione efficace con moltissime persone, in un'altra lingua è di per sè un'impresa. Non importa quanto quella lingua tu l'abbia studiata, quanto tu sia intuitivo, quanto dall'altro lato ci sia altrettanta ignoranza di lessico e grammatica, hai la costante sensazione che se solo avessi più padronanza linguistica lavoreresti molto meglio.

Eppure qui (e per qui intendo un sobborgo di Londra, città di 8,5 milioni di abitanti di cui meno del 45% britannici) capirsi è più l'eccezione che la regola.
Più di metà dei lavoratori dell'ospedale è originaria di altre parti del globo, ma non c'è correlazione tra competenze linguistiche e origine geografica. Ci sono immigrati di terza generazione nati qui che parlano un inglese pessimo e altri che nemmeno hanno la cittadinanza che parlano così bene da non avere quasi accento.
I pazienti a loro volta possono essere perfette ladies scozzesi come turchi arrivati da pochi giorni o italiani che vivono qui da decenni e ancora non parlano inglese in modo accettabile. Nessuno di loro pare scomporsi all'idea che il loro medico/ infermiere/ assistente/ portantino possa parlare inglese peggio di loro.

Il problema è così frequente che le cartelle cliniche non solo riportano l'etnia in prima pagina insieme ai dati anagrafici, ma, dal momento che i due parametri hanno ben poche possibilità di essere correlati, hanno un campo apposito per elencare eventuali "problemi di comunicazione". Purtroppo per me in questo campo non si può scrivere "il paziente parla inglese, ma ha solo 4 denti e la specializzanda italiana non capisce cosa dice".
Succede però spesso che la comunicazione in inglese sia del tutto impossibile e l'unica possibilità sia cercare un operatore che parli italiano/ spagnolo/ polacco/ russo/ arabo/ hindi/ urdu/ mandarino e la cosa sorprendente è che questi sono tutti esempi reali e in ciascuno di questi casi in turno c'era almeno un lavoratore parlante la lingua desiderata.

Il vantaggio di tutto ciò è che nessuno correla le tue competenze lavorative alla tua conoscenza linguistica. Lo svantaggio, per chi come me è appena arrivato, è che nessuno ti considera "il povero straniero che va aiutato perchè non capisce e non riesce a parlare". E' talmente normale che tu abbia un accento e faccia mille errori nel parlare anche se vivi qui da decenni che a nessuno viene in mente che tu lo faccia perchè sei appena arrivato e a tutti gli effetti non stai capendo niente.

Ci tengo a dire, prima di rendermi pubblicamente ridicola coi paragrafi successivi, che il mio lessico inglese è piuttosto buono. Riesco a leggere qualsiasi cosa senza fare ricorso al dizionario, per dire. Ma la comunicazione orale è differente e implica delle abilità che troppo spesso diamo per scontate. Ad esempio ciò di cui la lingua straniera ti priva è il multitasking, che sembra inutile finchè non lo perdi.
Vuol dire che all'inizio non riesci a sentire e scrivere contemporaneamente senza perdere metà delle parole che vengono dette. Non solo sei lento e devi pensare a come si scrivono le parole, ma se intraprendi questo sforzo titanico mentre un altro sta parlando (il che è definito prendere appunti e nel mio mestiere capita di frequente) ti trovi a metà della frase che non sai più come andare avanti perchè non riesci a prestare attenzione ai due compiti.
Vuole anche dire che se mentre stai leggendo o scrivendo qualcuno ti chiama, non lo distingui dal rumore di sottofondo e sembri sempre un po' sordo o un po' tanto scemo.

A me ci è voluto un mese per riuscire a portare a termine alcuni compiti banali quali:
  • seguire le consegne (in inglese) e pensare contemporaneamente ad altro (in italiano)
  • seguire una conversazione mentre gli allarmi suonano, i trapani trapanano, i carrelli passano e la gente urla
  • partecipare ad una conversazione senza farmi distrarre dagli altri discorsi in atto nelle vicinanze

Mentre dopo un mese non riuscivo assolutamente a:
  • capire la gente che parla con la bocca piena
  • capire i bisbigli
  • seguire due conversazioni in contemporanea
  • capire il gracchiare dei cercapersone

Ora al secondo mese riesco addirittura a:
  • girarmi quando mi chiamano anche da 30 metri di distanza e anche se sto parlando con qualcuno
  • essere distratta dalla gente che chiacchiera attorno a me mentre sto cercando di fare qualcosa (prima era tutto un mormorio indistinto e indecodificabile)
  • chiacchierare con qualcuno e percepire sprazzi di altre conversazioni intorno
  • capire da che reparto chiamano il crash code con quel maledetto cercapersone che parla
Purtroppo ancora non riesco a capire cosa si dice la gente nei locali rumorosi, o meglio, ci riesco solo guardando il labiale e ciò mi costringe a dei movimenti saccadici fulminei che manco alla finale dei mondiali di ping-pong. Senza contare che se per caso si portano una mano o un bicchiere davanti alla bocca perdo interi stralci di conversazione e va a finire come l'ultima volta che siamo andati al pub coi colleghi che il discorso è magicamente transitato da "quali sono i migliori non-teaching hospital di Londra" a "una volta quando ero in Australia è arrivato in pronto un tizio a cui uno squalo aveva staccato un braccio". Salvo che non sono sicura che abbiano detto veramente questo, anche se il fatto che abbiano parlato per la mezz'ora successiva di gabbie da sub e sporgere arti dalle sbarre mi fa supporre che abbia capito giusto, per quanto improbabile possa sembrare.

In compenso, ora che più o meno capisco quello che accade attorno a me, imparo un sacco di cose utilissime sugli inglesi e sull'inglese.

1) I termini latini sono fatti per le lingue latine, se la tua lingua prevede di mangiarsi tutte le vocali è un casino. Per questo motivo gli anglofoni non sono in grado di distinguere Hypo da Hyper perchè entrambi sono pronunciati più o meno Aip(*) dove (*) è una vocale inintellegibile simile a una e chiusa e la r non si sente. Così tutte le volte che qualcuno (e intendo qualcuno che parla inglese vero, non uno dei mille stranieri con accenti strani) dice che il paziente è hyponatraemic qualcun altro gli chiede, per sicurezza, "hypoooo?" ottenendone in cambio un "Yes, Hypooooonatraemic". Ogni. Singola. Volta.

2) 1235 si può leggere in vari modi: uno-due-tre-cinque, dodici-trentacinque, tredici centinaia, ma proprio mai milletrecentoventicinque. Se dici a qualcuno che ti sei laureato nel duemiladodici o che il paziente tale ha milleduecento di troponina ti chiedono sempre di ripetere. Per mimetizzarsi almeno un po' sarebbe duopo chiamare 2012 venti-dodici e 1200 dodici cento.

3) E' vero che alla domanda "how do you feel?" rispondono sempre "good" a meno che siano in punto di morte e in tal caso si lanciano in un "not too bad". In effetti ho sentito rispondere più di una volta “not to bad" a gente che non aveva fiato per respirare.

4) Se sono di madrelingua inglese usano moltissime perifrasi. Ad esempio ho sentito una graziosa vecchina rivolgersi a noi in questo modo: “I’m very sorry to bother you and steal your precious time, but I’m very concerned about something. This morning I had two wrist bands and they took one off, so I am very worried about where could the first one possibly have gone”.
Persino le minacce sono britanniche, ad esempio un paziente di 70 anni, confuso, ha apostrofato la guardia così (e qui le guardie sono dei neri di due metri col fisico dei buttafuori delle discoteche e il giubbotto antiproiettile, non come da noi che si fanno rubare la pistola dal primo folle che passa)
paziente: "Please, Sir, let me go"
guardia: "You can't move"
paziente: "I am going anyway"
guardia "You can't move"
paziente: "Sir, I'll bet you regret it"

Senza contare siparietti di una britannicità unica che hanno sempre al centro il thè.
assistente: "Do you want a cup of tea dear?" (qui si chiamano tutti dear, tranne gli afrocaraibici che per qualche ragione chiamano tutti love)
paziente: "Yes I'd love to"
assistente: "Any sugar?"
paziente: "No I'm sweet enought, or that's what I like to say anyway."

Più in generale questa esperienza mi sta facendo riflettere su quanto debba essere inquietante parlare una lingua diffusa e storpiata al punto che è difficile imbattersi in qualcuno che la parli veramente bene. Si tratta di un prezzo che si paga al colonialismo e che noi italiani tutto sommato ignoriamo. L'italiano lo sai perchè sei italiano, o perchè vivi in Italia o perchè sei un melomane e hai deciso di impararlo, ma in tal caso desti più tenerezza e ammirazione che fastidio. L'inglese lo sanno male tutti e bene in pochissimi, e di questi un numero ancora minore lo sa scrivere. Penso che l'unica situazione storicamente paragonabile sia l'impero romano. Chissà com'era il latino parlato da un bretone o da un gallo, da un bizantino o da un trace? Chissà se si capivano davvero parlando questa specie di lingua franca? A giudicare dal fatto che dopo duemila anni un italiano e un tedesco non riescono ancora a mettersi d'accordo sulla pronuncia di Caesar mi viene da avanzare qualche dubbio.


martedì 15 dicembre 2015

Evidence Based Galaxy: quando la medicina incontra Star Wars


Qualora qualcuno non se ne fosse ancora accordo domani esce il nuovo capitolo di Star Wars.

Mi rifiuto di nutrire la più vaga speranza che si tratti di un capolavoro, mi aspetto al più duelli tamarri a colpi di spade laser e coltivo una flebile curiosità su un Harrison Ford sull'orlo della pensione che ha sacrificato un piede pur di tornare sul Millennim Falcon.  
L'effetto collaterale della febbre da Star Wars (almeno per chi è un fan di lunghissima data come me) è vedere i negozi insolitamente pieni di gadget, cartelloni pubblicitari enormi per strada e soprattutto la bacheca di Facebook intasata da meme, trailer e notizie sulla galassia lontana lontana.

Tutto è cominciato con un articolo scovato per caso di link in link:
Pulmonary Pathophysiology in Another Galaxy, Anesthesiology 2014. Uno studio quasi serio sulle cause dell'insufficienza respiratoria di Darth Vader (si sono presi la briga di calcolarne la frequenza respiratoria a riposo e sotto sforzo, per dire). Un'infanzia passata a tremare per quel sinistro whisss-shha per arrivare alla soglia dei trent'anni e scoprire che si tratta di una banale BiPAP.

Così mi è venuta l'insana tentazione di aprire PubMed e cercare "Star Wars" e...

...in fondo dovevo saperlo che nel mondo della scienza (medicina inclusa) i nerd abbondano.

La ricerca produce 76 risultati e ho selezionato per voi i migliori.

Ora, come i fan di Star Rats, prendete il monitor del computer, inclinatelo e allontanatelo piano piano canticchiando la sigla di Star Wars.

Nota per gli studenti di medicina e i colleghi: molti articoli non sono disponibili gratis, ma la nostra università con la lungimiranza che le è propria è spesso abbonata alle riviste in questione, se non vedete l'ora di immergervi nei full text accedete con le credenziali!

10) Su Psychiatry Research si sono chiesti non più di due mesi fa se Anakin Skywalker potesse soffrire di disturbo borderline di personalità e la risposta pare essere sì (soddisfa ben 6 dei 9 criteri del DSM).
Il full text merita: l'autore propone un audace paragone tra Anakin Skywalker e Spock di Star Trek indicando come causa comune del disturbo di personalità dei due personaggi la perdita precoce della madre, arrivando inoltre a sostenere che l'assenza di una figura paterna efficace abbia segnato il destino malvagio del giovane Anakin a differenza di quanto accaduto a Spock, protetto in questo sensodal benefico influsso del padre vulcaniano [beccati questa Obi-Wan].

9-8-7) Più genericamente Australas Psychiatry suggerisce di utilizzare i personaggi di Star Wars (ben noti agli studenti e agli specialisti e destinati ad incrementare ulteriormente la propria popolarità grazie alla nuova trilogia in arrivo) come modelli psicopatologici. ADHD, cleptomania, ansia, pedofilia... a quanto pare la galassia lontana lontana ha in comune con la nostra almeno il DSM.
La stessa idea è venuta anche ad Academic Psychiatry che aggiunge al già nutrito elenco dei disturbi psichiatrici tipici del lato oscuro il disturbo post traumatico da stress, la violenza nei confronti del partner e, ovviamente, il complesso di Edipo.
Per par condicio esiste anche un articolo gemello sul lato chiaro che è tutt'altro che immune da psicopatologia annoverando tra le sue file il disturbo ossessivo compulsivo, i disturbi psichiatrici perinatali, la schizofrenia, la pseudo-demenza, le lesioni del lobo frontale [questa sono proprio curiosa di sapere a chi l'hanno attribuita], il gioco d'azzardo patologico e l'ipocondria.

6) La psicoanalisi va a nozze con la storia della lotta padre-figlio con duplice voltafaccia di Episodio VI - Il ritorno dello Jedi. Imperdibile, in particolare, la descrizione di un duello condotto con "spade laser dall'aspetto fallico simili ad un calippo alla frutta gigante". 

5) Ma Star Wars non serve solo da modello per i pazienti psichiatrici, a quanto pare può tornare utile anche come esempio di comportamento del terapeuta nella psicoterapia di liason.

4) Finora sembra che la saga interessi principalmente gli psichiatri, ma ecco giungere la vendetta dei gastroenterologi che si lanciano in ardite metafore tra Jedi ed endoscopisti e spade laser e pinze bioptiche. Che il gastroscopio sia con voi.

3) questo potrebbe considerarsi uno spin off. Tra i mille temi trattati in Star Wars c'è quello della clonazione umana (tema a quanto pare condiviso da almeno altri 33 film negli ultimi quarant'anni). Fino a che punto l'opinione pubblica sulla clonazione è influenzata da simili film? Se siete curiosi il full text è gratuito.

E poi ci sono i geni, quelli che per rendere interessante un articolo lo scrivono come se fosse Star Wars.
Abbiamo due articoli in questa categoria


e il vincitore indiscusso, che vi traduco per intero, perchè dopo l'ematologia non potrà più essere la stessa. Altro che "Esplorando il Corpo Umano".

Quando i vasi sanguigni si lacerano, le forze della circolazione sanguigna aumentano e si modificano. Il lato oscuro di queste forze causa l'emorragia e la morte, ma il fattore di Von Wiellebrand, con l'aiuto del nostro sistema circolatorio e delle piastrine, imbriglia le stesse forze nel coagulo. La Forza e la funzione del fVW sono così interconnesse che, come i membri dell'ordine Jedi nel film Star Wars che imparano ad utilizzare "la Forza" per fare del bene, il fVW può essere considerato il cavaliere Jedi del flusso sanguigno.


E' in momenti come questi che quasi (quasi) rimpiango di aver già dato l'esame di EBM.

domenica 12 aprile 2015

LA BUONA SQUOLA

Vengo da un'epoca in cui un qualsivoglia errore ortografico al liceo (classico) significava 4, indipendentemente dal contenuto del compito. Una volta scrissi strattagemma e mi vidi riconsegnare il tema con un fregaccio blu. Combattei per quello che non credevo un errore e mi salvai grazie al (sempre-sia-lodato) Devoto-Oli  il cui lemma riportava: "stratagemma sost. s. m.; anche popol. strattagemma". Il mio voto tornò sufficiente, ma imparai a scrivere stratagemma.
Ora so che i miei vecchi professori del liceo (classico!) non correggono più gli errori ortografici nei compiti di matematica e scienze perché "E' compito del collega di italiano...." il quale si giustifica "Se dessi 4 a tutti i temi con un errore non avrei neanche una sufficienza".

Primo Levi, diplomatosi nella mia stessa scuola nel 1937, era in grado di conversare in latino intendendosi perfettamente con un prete polacco*.
I diplomati del 2017 potrebbero non essere più in grado di scrivere poche frasi in corretto italiano.
Cosa diamine è accaduto nel frattempo?
Sarà colpa degli sms, dei videogiochi, di internet, della globalizzazione, dell'inglese?

Sarà colpa nostra?

Se entrate in una classe delle elementari o delle medie di oggi su venti ragazzini almeno quattro saranno certificati come DSA ovvero disturbi specifici dell'apprendimento, un gran calderone in cui rientrano dislessici, disgrafici, discalculi, disprassici.
Tento una piccola spiegazione per chi, come me, non è né neuropsichiatra né insegnante.

Agenore ha sei anni e frequenta la prima elementare. A un certo punto dell'anno scolastico la maestra si rende conto che Agenore è indietro con la lettura, fa indubbiamente più fatica degli altri bambini, eppure è tanto intelligente e capisce al volo le spiegazioni.
Ludmilla, invece, legge come una scheggia, ma fa molta fatica a scrivere e ogni volta incappa negli stessi errori: la b al posto della v, la m al posto della n.
Agenore e Ludmilla vengono valutati da uno specialista dei disturbi dell'apprendimento in età pediatrica e viene loro diagnosticata rispettivamente una forma lieve di dislessia e di disortografia. Entrano così nel circuito dei DSA: hanno (come da definizione) un funzionamento intellettivo di norma e un disturbo specifico dell'apprendimento.

Nella scuola del 1990 sarebbero stati etichettati come un po' lenti, la maestra avrebbe chiesto più spesso ad Agenore di leggere in classe e avrebbe convocato i genitori di Ludmilla per esortarli a farla esercitare a casa con i dettati.
Ma è preistoria.
Cosa accade nella scuola del Ventunesimo secolo?
Accade che l'insegnante è costretto per legge a "tenere conto delle specifiche situazioni soggettive di tali alunni "[...] attuando "nello svolgimento dell'attività didattica e delle prove di esame [...] gli strumenti metodologido didattici compensativi e dispensativi ritenuti più idonei" per evitare di trasformare in sofferenza il percorso scolastico e valorizzare le abilità proprie di ciascuno.

Così Agenore dovrà sempre essere interrogato e Ludmilla avrà un compito diverso da tutti i suoi compagni, con le domande a risposta multipla anziché aperta. In fondo quello che conta è che i bambini abbiano appreso il contenuto delle lezioni, non che sappiano per forza leggere e scrivere.

Un po' come dire che se non ho il fisico o il fiato di Stefano Baldini non importa, posso correre 10 Km invece di 42 e se arrivo entro lo stesso tempo del campione olimpico vincerò anch'io la medaglia d'oro (senza che, ovviamente, risulti da nessuna parte che ho corso 10 km o potrebbero discriminarmi).

Molto bello, molto egualitario.

Mi chiedo solo come farà Agenore tra dieci anni a leggere gli stati facebook dei suoi amici e come Ludmilla manderà un sms al suo ragazzo. Ma è una distorsione del mio antiquato modo di pensare: chiaramente il primo chiederà a Siri di leggerglieli e la seconda manderà messaggi vocali su whatsapp.
E un contratto? Agenore se lo farà leggere confessando di essere dislessico o farà finta di nulla e firmerà sulla fiducia?

A complicare il tutto nella classe di Agenore e Ludmilla ci sono anche Teofrasto e Berenice, due bambini con identici sintomi: fanno fatica a studiare, a memorizzare, ogni pochi minuti alzano la testa dal libro e si distraggono. I genitori di Teofrasto all'ennesima insufficienza lo portano dal neuropsichiatra. Quelli di Berenice non sono così attenti e si limitano a liquidarla con un "non ti impegni abbastanza".
A Teofrasto viene diagnosticata una dislessia lieve, diventa quindi un DSA e i suoi compiti in classe si fanno automaticamente più semplici. Poiché il bambino non è stupido, capisce subito che con questa nuova modalità di verifica gli basta studiare la metà per prendere 6, così regola il lavoro a casa in modo da assestarsi su un nuovo (più basso) livello di sufficienza e finalmente ha più tempo per la playstation 4 che i genitori gli hanno regalato in premio per i suoi nuovi successi scolastici.
Berenice, invece, arranca con i compiti in classe "normali" e colleziona un 4 dopo l'altro, al punto da rischiare di essere bocciata. Eppure i due bambini sono identici.

Forse questo è un po' meno egualitario.

Il fatto è che ciascuno di noi nasce più o meno fortunato e con più o meno doti e abilità, nessuno nasce onnisciente ed onnipotente.
Chi nasce gracile avrà difficoltà a primeggiare nel sollevamento pesi, chi è stonato farà fatica a suonare il violino, chi è disortografico farà fatica a scrivere.
Se sei stonato, però, sento già qualcuno obiettare, nessuno ti obbliga ad andare al Conservatorio.
Giusta osservazione, allora chiediamoci perché esiste la scuola dell'obbligo.
Esiste perché un tale, già nel 1859, deve essersi reso conto che non saper leggere, scrivere, fare di conto e parlare una lingua comune costituiva un handicap, ovvero non consentiva di vivere bene a questo mondo, più di quanto potesse esserlo non riuscire a correre o a cantare.

Non mi sembra sia necessario un ministro dell'istruzione per capire che chi ha difficoltà a scrivere non ha bisogno di essere esentato per legge dalla scrittura per il resto dei suoi giorni, ma ha bisogno di fare il triplo di esercizi per raggiungere un grado sufficiente. Poi magari non diventerà Proust, ma avrà lavorato negli anni per ridurre lo svantaggio e allora sì che la scuola sarà servita a qualcosa.
Solo che ovviamente per creare appositi corsi di sostegno per i disturbi più svariati servono fondi e competenze, mentre obbligare l'insegnante ad arrangiarsi da solo con 5 DSA diversi purché dia a tutti la sufficienza è gratis.

Consideri Renzi, se questa è una buona scuola.

Watterston aveva già capito tutto un sacco di tempo fa...


* Primo Levi, La Tregua, Einaudi, 1997

giovedì 10 aprile 2014

PERCHE' (FORSE) LA CULTURA GENERALE NON E' DA BUTTAR VIA


E' tempo di test d'ingresso e no, non mi addentrerò nella polemica su Chomsky o Hobsbawm (o Hobsbawn che dir si voglia). Nè tanto meno su o-mio-dio-hanno-messo-una-N-al-posto-di-una-M-inducendomi-in-errore-RICORSO!.
Ho già detto la mia anni fa sul test di medicina e non intendo ripetermi, anche perchè continuo a pensarla più o meno allo stesso modo.
Oggi mi lamenterò invece della mia vita quotidiana, fatta di cartelle, referti, verbali di pronto soccorso e di linguaggio tecnico, amichevolmente detto "medichese".

Contrariamente a quanto si pensa, medicina non è una facoltà esclusivamente scientifica. Una buona fetta del nostro lavoro, infatti, consiste nel comunicare col prossimo: con i colleghi per capirsi e con i pazienti nel tentativo di farsi capire (ma non troppo). Per fare ciò è necessario avere una conoscenza adeguata del su citato linguaggio tecnico, ma diciamo che non guasterebbero delle solide basi di italiano.

A questo proposito mi viene sempre in mente quella barzelletta del tipo che va in un allevamento per prenotare una coppia di cani e sul modulo alla voce "razza e quantità" scrive: "Due pastori belghi". Poi rilegge, scuote la testa sconsolato, corregge: "Due pastori belgi". Guarda di nuovo, non sembra convinto. Straccia il modulo, lo compila da capo: "Due pastori belgici". No, eppure stona. Mordicchia la penna e alla fine ha il lampo di genio: "Un pastore belga. Anzi, due."

Il mestiere di medico non rappresenterà più l'elite socio-culturale di una volta, quando 'l dutùr era onnisciente per definizione, ma è pur sempre una figura culturale di riferimento ed è per questo che Mikipedia oggi presenta l'utilissima guida in 5 punti: "Come evitare figure di merda nelle lettere di dimissione: errori comuni e meno comuni del medichese moderno".

1) Ago-canula o ago-cannula? Se va scritto pazienza, tanto si sa che i medici hanno una pessima grafia, basta un numero casuale di ondine in mezzo e via in scioltezza. Ma se si fosse costretti a digitarlo, o pronunciarlo?
Cannula è un derivato di canna, quindi ha due n. Questa è la definizione del dizionario Treccani.

cànnula s. f. [dal lat. cannŭla, dim. di canna «canna»]. – Cannello, cannuccia. In partic., nome dato a strumenti, loro parti o segmenti, di forma più o meno cilindrica, aperti ai due estremi, oppure a tubicini di vario calibro e materiale, usati per varî scopi in chirurgia e tecnica terapeutica; spesso qualificati a seconda degli organi cui sono destinati: c. tracheale, c. esofagea, ecc.


2) Analogamente vaselina o vasellina? Qui la dizione non corretta è quella con la doppia ed è comune, ma non per questo giustificabile. Ce lo ricorda di nuovo il dizionario Treccani, insieme all'interessante etimologia. Di conseguenza le garze sono vaselinate non vasellinate.


vaṡelina (non corretto vaṡellina) s. f. [dall’ingl. vaseline, in origine nome brevettato, formato con il ted. Wasser «acqua», il gr. ἔλαιον «olio» e il suff. -ine «-ina»]. – Miscela di idrocarburi paraffinici solidi e liquidi, chimicamente neutra, in forma di massa molle, untuosa, incolore o giallastra, inodore, insapore, stabile all’aria, insolubile in acqua; si ottiene dai residui della distillazione dei petrolî e, pur non essendo assorbita dalla pelle, si usa in farmacia come eccipiente di pomate (cui si aggiunge lanolina, che viene invece assorbita) e inoltre nella fabbricazione di lubrificanti, prodotti antiruggine, creme da scarpe, ecc. V. artificiale, miscela di paraffina solida con olio di paraffina in proporzioni varie; olio di v., altro nome dell’olio di paraffina; v. ossidata (o ossigenata), prodotto di ossidazione della vaselina che si emulsiona abbastanza facilmente con l’acqua e viene assorbito dalla cute, usato anche come lubrificante.


3) Si può risolvere il problema definendo il paziente eutermico, ma se si decide per apiretico allora deve esserci una T sola. Perchè? Perchè viene da pyretòs e non da derivati di pratto o da sostantivi uscenti in -ekto. Per questa spiegazione scomodiamo addirittura l'Accademia della Crusca.


«L'unica forma corretta è apiretico: si tratta di un termine ricavato modernamente (XIX sec.) dal greco apýretos 'senza febbre', composto di a- con valore negativo (il cosiddetto alfa privativo) e pyretós 'febbre, forte calore' (la radice è la stessa di pŷr, pyrós 'fuoco', e si ritrova in pirite, piromane, pirosi ecc.). Perché la doppia t? Probabilmente per analogia con le numerose parole - anch'esse di origine greca - uscenti in -ettico: apoplettico, asettico, dialettico, epilettico, scettico. Molti sono oltretutto i termini che condividono il comune àmbito medico e questo può aver favorito l'indebito allineamento di apiretico alla serie con -tt-».

4) L'errore di gran lunga più comune e il più insopportabile, tanto che mi è costato un litigio con un paio di specializzandi e uno strutturato anni fa... la peristalsi è torPida non è assolutamente mai e per nessun motivo torBida. Ogni volta che sento quest'ultima dizione non posso fare a meno di immaginare uno stagno putrido al posto dell'addome che mi suscita conseguenti movimenti emetici antiperistaltici. Ebbene sì, torpido è un aggettivo italiano con un suo lemma nel dizionario:

tòrpido agg. [dal lat. torpĭdus, der. di torpēre «essere torpido»]. – 

1. Che ha temporaneamente perduto la prontezza dei riflessi e dei movimenti, riferito al corpo o a parti del corpo: avere le membra torpide. Più genericam., lento, pigro, fiacco, riferito sia ai movimenti del corpo sia alle facoltà intellettuali e morali:mente, intelligenza t., ingegno t., volontà t.; Torpido per natura, e impazïente D’ogni pastoia (Giusti); i poliziotti oziavano, con l’occhio t. che non vede niente (I. Calvino). Con valore attivo, poet., che rende torpido: a lui nel reo cuore germoglia Torpida la selva di barbarie (Carducci). 

2. Nel linguaggio medico, di ulcera o altra lesione o manifestazione patologica che mostra scarsa tendenza a guarigione. ◆ Avv. torpidaménte, con torpidezza o torpore: starsene torpidamente disteso al sole.


5) Non strettamente correlato all'ambito medico ma diffusissimo e sempre più odioso, si dice "LA settimana prossima", non "settimana prossima". Secondo la solita accademia della crusca le ragioni di questo orribile modo di dire sono due: l'analogia con l'inglese (next week, next month, last year) e l'imitazione di espressioni apparentemente simili in italiano (Giovedì prossimo). E' vero, in italiano dire il prossimo Giovedì o Giovedì prossimo è la stessa cosa, ma con settimana non funziona. La prossima settimana e la settimana prossima richiedono entrambe l'articolo, proprio come lo scorso anno o l'anno scorso e il prossimo mese e il mese prossimo.

Ora so già che qualcuno obietterà che tra non sapere come si scrive cannula e sapere se Chomsky è mai stato senatore americano o se si è solo occupato occasionalmente di politica c'è un abisso e forse in questo test sarà premiato il perfetto ignorante che la risposta l'ha azzeccata per caso... 

ma, tutto sommato, penso che se facessero più domande così sarebbe meno penoso leggere le lettere di dimissione.


mercoledì 24 luglio 2013

Un medico



Sono sei anni, da quando ho iniziato a tenere questo sito, che il sottotitolo sta lì dov'è e penso che i tempi siano finalmente maturi per spiegarne il perché.


Il protagonista della canzone di De Andrè e prima ancora della poesia di Lee Masters da cui il suddetto titolo è tratto è un giovane dottore appena laureato che vuole "essere buono e saggio e coraggioso e utile al prossimo", ma poi si rende conto che i suoi compaesani sono dei poveracci e che non sopravviverà mai con quel poco che guadagna, così inizia a vendere elisir di giovinezza e finisce i suoi giorni in carcere scontando la pena per truffa.

De Andrè aggiunge alla storia lapidaria di Lee Masters un tocco di romanticismo: un bambino che vede ogni anno sfiorire i ciliegi per far posto ai frutti e in questo passaggio stagionale legge il male del mondo, quello a cui desidera porre fine aiutando "i ciliegi a tornare in fiore". Non per un dio (De Andrè non avrebbe mai detto come Masters "porterò il credo cristiano nella pratica della medicina"), ma nemmeno per gioco, perché il bambino è ormai cresciuto, è un dottore vero.
Il prosieguo della storia è il medesimo, con l'aggiunta di un solo, piccolo, insignificante e poetico dettaglio: quell'elisir di lunga vita altro non è se non l'estratto dei fiori di ciliegio, di quei sogni di bambino sbriciolatisi all'impatto con l'amara realtà.

Bella storia di merda a fare da frontespizio a un sito di medicina no?

Le aspettative del bambino di De Andrè sono spropositate: lui vuole "guarire i ciliegi" che da un lato è impossibile (se sfiorire è ammalarsi allora sono destinati a farlo), dall'altro è inutile perché rifioriscono da soli ogni primavera. Non importa, quindi, se la sua motivazione è la più giusta del mondo, è destinato a fallire in ogni caso e la caduta da un'altezza simile non potrà che essere vertiginosa.

Di certo più in basso di così il dottore non poteva scendere, "bollato come imbroglione e truffatore dall'integerrimo Giudice Federale" dice Masters, il giudice sì che ha capito tutto, sembra sottintendere, lui e gli altri medici che "sanno cosa c'è nel tuo cuore" e ti condannano a morire di fame.

Quello che mi chiedo, però, è se la storia del medico di Spoon River potesse finire meglio. Era davvero l'unica soluzione passare da medico degli ultimi a truffatore di danarosi? La caduta è una conseguenza aritmetica dell'avere delle aspettative eccessive?
Molti di coloro che aspirano a fare questo mestiere lo fanno per una generica necessità di essere utili al prossimo o di sentirsi buoni per aver alleviato le sofferenze di qualcuno. Motivazioni che vengono però messe alla prova molto presto, prima ancora di avere la possibilità di "giurare ricevendo il diploma". Ci sarà sempre la circostanza, il paziente, l'evento che ti insinua il dubbio di essere stato troppo ingenuo, di aver avuto aspettative troppo alte.

Non è più una questione di "morire di fame" perché all'onorario dei nobili salvatori del popolo ci pensa (per ora) lo Stato, è più una questione di "morire dentro".
La bilancia della soddisfazione in medicina è composta da granelli di sabbia e da macigni. Un solo macigno è in grado di buttare al vento milioni di sassolini faticosamente raccolti.

Purtroppo nell'immaginario collettivo, e quindi anche in quello di chi si accinge a intraprendere questo percorso, il medico "salva delle vite". Nella realtà no, non salva vite,non sempre almeno, ma le incontra.
Si interfaccia con persone di ogni tipo, in condizioni particolari usufruendo di un rapporto peculiare, quello in cui il paziente può/deve fidarsi/confidarsi di e con chi sembra avere per caso in mano la sua salute.
Ogni giorno ci sono momenti in cui, come medico, senti di dovere a tutti una risposta, ma quello che importa in realtà è la domanda. In queste circostanze si può imparare molto tacendo, non abbandonando, ma ascoltando.

Qualcuno una volta su questo mio frontespizio ebbe a dire che per quanto rileggesse la frase gli piaceva sempre meno:
Perchè mi hanno insegnato che i ciliegi non hanno bisogno di noi per tornare in fiore ogni primavera... e "fare", "agire", "pensare", insomma "vivere" per qualcosa che non necessita del nostro "vivere" mi sembra tempo sprecato.

E' vero, guarire i ciliegi è inutile, lo è perché è il sogno di un bambino, del tutto irreale.
Ma anche la medicina è inutile, vana, irreale: combatte una battaglia che sa di perdere, solo per allungare e forse migliorare una vita che è destinata a finire.
Perché qualcosa cambi bisogna credere che il cambiamento sia possibile e che possiamo esserne artefici, ma è possibile che il macigno che spazza via tutte le illusioni arrivi indipendentemente dalle nostre convinzioni. Ed è qui che si apre il bivio tra un medico, quello di De Andrè, e il medico che vorremmo essere. Non più ingenuo, ma altrettanto desideroso di volare alto.

Per questo, anche se allora non lo sapevo, mi piaceva quella frase e per questo non l'ho mai cambiata: perchè è un monito a non trasformare l'odore dei fiori di ciliegio di quando eravamo bambini nell'elisir della nostra rovina.