mercoledì 11 settembre 2019

L'EUTANASIA SPIEGATA A TUA SORELLA

Il movimento pro vita ha prodotto recentemente una campagna pubblicitaria che a me, come penso a moltissimi altri lavoratori del settore, ha fatto partire un embolo. Unisce infatti con estrema maestria disinformazione e uso scorretto delle parole, facendo appello a due leve infallibili: i sentimenti e la famiglia. Un piccolo capolavoro di malvagità che merita di essere smontato punto per punto in un lavoro perfettamente inutile di questi tempi nei quali la soglia dell’attenzione non supera la lunghezza di un tweet. 


Ingoiate un omeprazolo, uno xanax, date un’occhiata a queste immagini e cominciamo. 






Eutanasia dal punto di vista etimologico significa “buona morte” ed è ciò che ciascuno si augura per sé: addormentarsi serenamente nel proprio letto in età avanzata e non svegliarsi più il mattino successivo senza aver mai sofferto. 

Raramente, però, chi utilizza questa parola lo fa nel suo senso etimologico. Da anni è infatti utilizzata, in senso positivo o negativo, per indicare un insieme di atti giuridicamente distinti che sono le direttive anticipate di trattamento, il suicidio assistito e l’omicidio del consenziente

L’etica alla base di questi tre atti è l’autodeterminazione dell’individuo che non può prescindere dalla sua definizione di accettabilità della vita. Ciascuno di noi, ogni giorno, svolge un’implicita riflessione interiore sull’accettabilità della propria vita nel momento in cui, alzatosi al mattino, prende l’ascensore per scendere al piano terra anziché lanciarsi dalla finestra o sale sul tram anziché buttarcisi sotto. 

Alcune persone fisicamente sane, talvolta, reputano negativo il bilancio della propria qualità di vita e si suicidano per cause mentali o sociali (si pensi, ad esempio, al direttore di un’azienda costretta a dichiarare bancarotta o al giocatore indebitato). 

Il principio etico dell’autonomia, nato, ricordiamo, dopo la seconda guerra mondiale a causa degli orrori dei campi di sterminio, tutela l’individuo assegnandogli la scelta definitiva in campo terapeutico e limitando notevolmente i trattamenti sanitari obbligatori, cioè eseguibili anche contro la sua volontà. 

Nell’ottica autonomista il medico è sempre un esperto che consiglia la terapia più adatta, mentre il paziente sceglie se accettarla o rifiutarla. Nella totalità del mondo occidentale se una persona è cosciente e capace di intendere e di volere può liberamente accettare o rifiutare qualsivoglia trattamento le sia proposto, da un’aspirina alla ventilazione meccanica. 

Piergiorgio Welby, ad esempio, poteva legalmente scegliere di interrompere la ventilazione meccanica in qualunque momento e ciascun sanitario sarebbe stato deontologicamente obbligato a rispettarne la volontà. Si è montato un caso per nulla. 

Il principio dell’autonomia, però, non è onnipotente: ha delle regole ben precise. Posso, in virtù del principio dell’autonomia, decidere di farmi asportare un piede sano? No. E nessun medico è deontologicamente obbligato a fare una cosa del genere. Posso, in virtù del principio dell’autonomia, rifiutare l’amputazione di un piede gangrenoso che so mi porterà a morte certa solo perché non voglio perdere la mia integrità fisica? Sì. E nessun medico può amputarmelo contro la mia volontà. 


Finchè il paziente è cosciente è tutto molto semplice. Ma cosa accade quando il paziente non è cosciente? Accade che, sul principio dell’autonomia, prevalgono quelli della non maleficienza e della beneficialità: il medico sceglie al posto del paziente ciò che è “bene” per lui, tenendo sempre in mente il “primum non nocere” di Ippocrate. A parole è tutto facile, e nei primi momenti lo è davvero. A nessuno verrebbe in mente di non provare a rianimare un giovane che ha avuto un incidente stradale. Ma qual è il “bene” e soprattutto il “non male” per un giovane che ha avuto un’emorragia cerebrale devastante e che è confinato in un letto di rianimazione non cosciente per il resto della sua vita? Per rispondere bisognerebbe sapere qual è la qualità di vita ritenuta accettabile dal paziente e agire di conseguenza. Per qualcuno potrebbe essere importante anche solo respirare, per altri potrebbe essere ritenuto intollerabile essere accuditi in tutto e per tutto senza potersi mettere in comunicazione con il mondo.
Il principio dell’autonomia, eluso a causa dell’incoscienza del paziente, rientra dalla finestra sotto forma di direttiva anticipata di trattamento: io oggi, che sono cosciente e capace di intendere, dichiaro che se mai dovessi trovarmi in condizioni irreversibili di incoscienza rifiuterei le terapie necessarie a mantenermi in vita. Non posso chiedere di essere ucciso, ma di non essere sottoposto a ventilazione meccanica/nutrizione artificiale/idratazione/terapia antibiotica sì. Proprio come non posso chiedere che mi sia asportato un piede sano, ma posso rifiutarmi di essere amputato di un piede malato. 

Le direttive anticipate di trattamento servono anche, o soprattutto, a chi ha una diagnosi di malattia neurodegenerativa dall’evoluzione ben nota e prevedibile come la SLA (sclerosi laterale amiotrofica). Chi soffre di questa malattia sa fin troppo bene che a un certo punto della propria vita smetterà di respirare. Ha, però, tutto il tempo per decidere prima se, quando si porrà l’eventualità, vorrà o non vorrà essere attaccato ad un ventilatore. Potrà anche decidere in un primo momento di sì e, se rimane cosciente, cambiare poi idea (vedi Welby). 

È in grado una persona comune di decidere anticipatamente quali condizioni di vita siano da ritenersi accettabili? Se ne può discutere. Come ci si comporta come medici in caso di direttive anticipate prive di senso/contraddittorie/mal espresse? Sarà un bel problema. La legge 219 tuttavia tenta di proteggere il disponente prevedendo che il medico possa disattendere le direttive anticipate se palesemente incongrue, in accordo col fiduciario. E a proposito del fiduciario mette contro qui di dire che esso è più importante ancora delle disposizioni anticipate di trattamento, in quanto sarà il fiduciario, in accordo coi medici, a “tradurre” in atti concreti o in concrete astensioni quanto disposto dal paziente. 



Passiamo alla questione suicidio assistito / omicidio del consenziente. 

Chi è cosciente e fisicamente sano e desidera morire, nel nostro Paese, può legalmente farlo: basta assumere una dose letale di farmaci, lanciarsi da un ponte, sdraiarsi sui binari della ferrovia o scegliere uno tra le altre decine di metodi più o meno fantasiosi messi in atto nel corso dei secoli. Il suicidio in Italia non è sanzionato, come invece avviene o è avvenuto in altre parti del mondo e in altre epoche. 

La domanda lecita è se, oltre a non sanzionare il suicidio, per tutelare l’autonomia dell’individuo, lo Stato debba provvedere a facilitare la morte di chi ritiene che le proprie condizioni di vita non siano più accettabili. È il caso recentemente esemplificato da DJ Fabo. Una persona cosciente e paralizzata ad oggi in Italia può morire solo rifiutandosi di bere e mangiare e facendosi supportare con una sedazione palliativa terminale per tutto il tempo necessario. Basta? Non basta? Se ne può discutere. 

Alcuni paesi, tra i quali Svizzera, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Oregon, Vermont, Montana, California, ritengono che sia sensato offrire a persone altamente selezionate la possibilità di porre fine alla propria vita qualora ritengano, a buona ragione, la propria qualità di vita inaccettabile. 

Si apre quindi lo scenario del suicidio assistito (ti preparo i farmaci e sarai tu a premere il bottone/ bere la pozione/ spingere lo stantuffo della siringa) o dell’omicidio del consenziente (sei paralizzato, mi esprimi il tuo consenso e lo stantuffo della siringa lo premo io). 

Può il suicidio assistito/ l’omicidio del consenziente essere applicato indistintamente a chiunque ne faccia richiesta? No. Esattamente come non si può pretendere che ci venga asportato un piede sano non si può richiedere il suicidio assistito per episodi di bullismo. I paesi che lo regolamentano hanno le proprie regole, ma quasi tutti escludono i pazienti psichiatrici e le persone che in passato hanno tentato il suicidio e ne limitano l’applicazione a casi di patologie progressivamente ingravescenti, sicuramente letali e per le quali non esiste più terapia


Per i pochi che hanno resistito fin qui veniamo alla ragione per la quale sto scrivendo. Da un’associazione che si chiama pro vita mi aspetto una tutela di qualche diritto “in favore di”, “per”, “pro” appunto. Dalla loro campagna, invece, traspira una specie di prevaricazione dei parenti sul paziente. “Tizio può decidere di morire. E se fosse tuo parente?”… sottointendendo un “Come si permette sto stronzo di prendere una decisione senza pensare a me??” 

È un sentimento forte, che prende alla pancia (e sappiamo quanto vada di moda di questi tempi) e fa leva su quello che un po’ tutti pensiamo ai funerali (come farò io a vivere senza di lui?) e in particolare a quelli dei suicidi (come ha potuto lasciarmi solo? Come ha potuto non pensare al mio dolore?). 

La domanda che ci dovremmo fare è: che diritto tuteliamo vietando l’”eutanasia”? Quello dei parenti a sfavore di quello dei pazienti? E da quando è diventato di moda il diritto di vietare qualcosa a qualcuno? Io, eterosessuale, ritengo mio diritto vietare a te, omosessuale, di sposarti. E che diritto sarebbe? Da cosa mi protegge esattamente? Che poi gli individui abbiano diritto o no di morire o gli omosessuali abbiano diritto o no di sposarsi è una questione da discutere. Ma di certo in nessuno dei due casi vietarlo è “diritto” di qualcuno. 



Tornando al funerale del suicida, la domanda corretta da porsi dovrebbe essere “quale dolore stava vivendo dentro di sé se non ha pensato al mio e a quello di tutti gli altri e ha preferito morire che continuare a vivere?”. 

In quest’ottica un vero movimento pro vita non dovrebbe combattere l’eutanasia, ma sostenerla. Cosa, più della garanzia di una buona morte, è di stimolo per continuare a vivere? 

La partita bioetica è apertissima e le domande superano di gran lunga le risposte, ma per fare dei passi avanti bisogna di certo evitare messaggi distorti, così facili da veicolare e difficili e faticosi da smantellare.


mercoledì 2 gennaio 2019

OBIETTIVO RISARCIMENTO E LA MEDICINA DIFENSIVA


 «Se pensi di essere vittima di un caso di malasanità puoi far sentire la tua voce, saremo a tua disposizione a zero anticipi e zero rischi». Questo dichiara lo spot «Obiettivo risarcimento», trasmesso per qualche settimana sulle reti nazionali e poi ritirato su richiesta della Federazione Nazionale degli Ordini dei medici (FNOMCeO) e del Ministro Giulia Grillo.
Mi sono presa la briga di leggere qualche commento sotto il post del Ministro e ho dovuto immediatamente chiudere la pagina per evitare una pancreatite fulminante da travaso di bile.
Gli stessi no-vax che non credono nella scienza gridano al gombloddo della Kasta dei medici e pretendono che sia il tribunale a decidere chi svolge la propria professione correttamente e chi no.
Purtroppo non ho salvato gli screenshot migliori, ero troppo impegnata a vomitare, ma i migliori sono quelli dei sostenitori dei 5 stelle che sostengono che il ministro si sia venduta ai "poteri forti" e sia indistinguibile dalla Lorenzin.

Lasciate che vi chiarisca qualche punto.

In Italia chi è vittima di un presunto errore medico può denunciare la struttura per ottenere un risarcimento del danno (ed è una denuncia civile, a pagamento) oppure denunciare direttamente il medico per lesioni personali (un reato penale perseguibile a querela, che è gratuita). In entrambi i casi non è, ovviamente, detto che chi sporge la denuncia abbia ragione, ma l'ordinamento giuridico si comporta in modo diverso nei due casi. Nel caso di articoli normati dal codice civile la dimostrazione di innocenza è a carico della difesa e basta dimostrare che sia più probabile che il danno sia stato causato da un errore piuttosto che no per ottenere il risarcimento. Nel penale, invece, la dimostrazione di colpevolezza è a carico dell'accusa e deve essere certa. Non si può incarcerare qualcuno perché "è più probabile che abbia ucciso una persona piuttosto che non l'abbia uccisa"... vale lo stesso per le lesioni colpose. A meno che non sia certo che la lesione è avvenuta con colpa (ossia per imprudenza, imperizia o negligenza) vincerà la difesa e l'accusa sarà condannata al pagamento delle spese processuali.
Non a caso il 99% delle cause penali finisce con un'assoluzione, mentre nei processi civili spesso il risarcimento è di poche migliaia di euro, anche inferiori ai costi processuali. Spessissimo nelle cause civili gli ospedali patteggiano in via extragiudiziale, ossia accordano un rimborso di poche migliaia di euro pur di non intraprendere le vie legali, molto più lunghe e costose.

Esiste poi un'ultima possibilità: l'indennizzo. L'indennizzo è una somma di denaro che viene elargita a titolo di risarcimento danni nei casi in cui il danno sia certo, ma non vi sia colpa. E' il caso ad esempio dell'errata diagnosi prenatale: ogni test ha una certa sensibilità ed è possibile che una malattia genetica sfugga alla diagnosi prenatale. Accertato che non vi è colpa, perché i test sono stati eseguiti ed interpretati correttamente, resta il danno dovuto alla mancata diagnosi, ed è possibile ottenere un indennizzo.

E fin qui, si dirà, i medici non hanno nulla da temere: se nel 99% dei casi ne escono assolti perché mai devono protestare contro una simile pubblicità?

Perché il nostro lavoro non è come quello del meccanico che vi ripara l'automobile e vi dà la garanzia sui pezzi sostituiti. Il nostro lavoro è difficile e l'esito è incerto. La medicina non assomiglia all'ingegneria, dove i calcoli strutturali corretti fanno stare su il ponte; l'essere umano è una macchina complessa, talvolta guarisce da sé, talvolta subisce danni anche se tutto è stato fatto perfettamente.
Proprio per questo motivo è difficile dimostrare in tribunale di aver subito un danno: per ogni caso eclatante (come le pinze in pancia di Elio e le storie tese) ve ne sono mille in cui stabilire un nesso causale è difficilissimo e non vi è modo di sapere cosa sarebbe avvenuto se il medico si fosse comportato diversamente. Tutto ciò che i medici hanno a disposizione, come ausilio decisionale, sono delle linee guida che dicono che "agire in un certo modo in un certo gruppo di pazienti nella maggior parte dei casi è meglio che agire in un altro". Ma nulla garantisce l'esito di una specifica decisione in un paziente specifico.

Per di più il nostro lavoro richiede un numero impressionante di decisioni quotidiane, e, anche il medico più studioso e scrupoloso del mondo prima o poi sbaglierà.
"E quindi i pazienti ci devono rimettere?" Chiederete voi. No, ma vi è una differenza sostanziale tra "chi sbaglia deve pagare" e "chi è danneggiato deve essere risarcito". Nel primo caso si presume che gli errori siano inammissibili, nel secondo li si ammette e si cerca di rimediare alle conseguenze.
La verità è che gli errori sono inevitabili, possono essere ridotti, ma non azzerati.
Cognitivisti di calibro ben maggiore di me se ne sono occupati (se siete interessati vi lascio solo un paio di riferimenti imprescindibili 1, 2), ma prendetelo per buono: l'unico modo di non fare errori è non agire. Qualunque comportamento umano reca in sé una fonte di errore.

Vi delizierò con un esempio personale: lavoro in pronto soccorso e nell'ultimo mese ho visitato 245 pazienti, dimettendone personalmente il 78 %. In base alle ore lavorate ho dedicato in media 33 minuti a paziente. Tra spostamenti, burocrazia e telefonate probabilmente il tempo trascorso effettivamente faccia a faccia con il paziente durante la visita è inferiore ai 10 minuti.
La totalità dei pazienti che si reca al pronto soccorso ne esce con una diagnosi (un'etichetta) e una terapia. L'etichetta dipende dall'idea che il medico si è fatto del problema del paziente sulla base dei 10 minuti che ha passato con lui e dei pochi accertamenti che ha a disposizione in urgenza. Qual è la probabilità che questa etichetta sia sbagliata? Molto elevata. Ciò che ci si dimentica, però, è che il pronto soccorso è fatto per gestire le urgenze, il nostro lavoro è discriminare in tempo molto breve (circa 10 minuti) le patologie pericolose per la vita da tutte le altre. Non possiamo fare tutte le diagnosi, non possiamo conoscere i pazienti meglio del medico di base, non abbiamo modo di intrattenerci con loro o di indirizzarli ad altre strutture. Cerchiamo di fare un po' di tutto, ma con le risorse che sono state ottimizzate solo per venire incontro allo scopo originario del pronto soccorso: escludere le patologie immediatamente pericolose per la vita.
Obiettivo Risarcimento se ne frega degli errori cognitivi, dello scopo di una struttura ospedaliera, delle conseguenze dell'errore: deve solo ottenere soldi e lo fa nel modo giuridicamente più ineccepibile: contestando errori di prescrizione o ritardi diagnostici senza conseguenze. 

Ma torniamo alla domanda originaria: perché denunciare in modo indiscriminato i medici è malsano?
Perché genera difensivismo, che decuplica i costi della sanità e ne riduce la qualità.

Cos'è il difensivismo? è scegliere una condotta non perché ritenuta benefica per il paziente, ma solo per evitare eventuali denunce.

Facciamo un esempio: l'embolia polmonare è una patologia che causa affaticamento respiratorio e mancanza di fiato. E' relativamente rara, ha dei fattori di rischio specifico, ma può essere anche grave. Si diagnostica solo con la TAC. Chi agisce secondo scienza e coscienza valuta la probabilità che il paziente abbia l'embolia polmonare e decide di chiedere la TAC solo se questo rischio è sufficientemente elevato (per non sottoporre il paziente a radiazioni inutili e non aumentare costi e liste d'attesa). Capiterà però di sicuro che alcuni pazienti con l'embolia polmonare non grave siano dimessi senza fare la TAC e quindi senza diagnosi.
Negli USA, dove il difensivismo è molto più comune che da noi, in pronto soccorso un paziente su 10 si becca una TAC per escludere l'embolia polmonare (in Europa meno di 1 su 50). E' necessario? gli studi dicono di no. Diagnosticare più embolie polmonari che in Europa non riduce la mortalità della malattia. Si tratta di una diagnosi inutile. Perché gli americani lo fanno? Perché i medici pensano che se si perdono un'embolia polmonare il paziente li denuncerà. Non stanno pensando al benessere del paziente (che prenderà radiazioni inutili), ma a difendersi dalle denunce. Per di più  lì è il paziente a pagare la TAC, non l'ospedale.
Nel nostro sistema sanitario, invece, il "pagante" non esiste, o meglio è costituito da tutti i contribuenti. I medici prescrivono accertamenti e svolgono operazioni che lo Stato rimborserà all'ospedale. Non ottengono nessun tornaconto diretto né dall'appropriato uso delle risorse, né dall'astensionismo. La deontologia impone al medico di scegliere gli accertamenti necessari al benessere del proprio paziente, evitando quelli inutili... ma se il sistema è viziato dal rischio di denunce nessuno impedisce al medico di richiedere troppi accertamenti con danni per il paziente stesso e per la sanità. Peggio ancora in ambito chirurgico: in USA i chirurghi si rifiutano di eseguire interventi troppo complessi per paura di essere denunciati dai pazienti in caso di esito infausto. In Italia  la medicina difensiva ha fatto crescere a 14 milioni di euro l’anno la spesa per esami e ricoveri impropri. Un costo che pagano tutti.

Come sempre, il problema dell'elettorato a 5 stelle è la  totale incapacità di analisi della realtà.
"Vogliamo il reddito di cittadinanza per chi non studia e non lavora"
"Non è che perché uno ha studiato deve per forza avere ragione"
Se ci aggiungete pure che chi ha studiato e fa un lavoro faticoso e rischioso come quello del medico deve guadagnare di meno, prendere meno pensione ed essere denunciato di più... potete pure toglierlo il numero chiuso a medicina, in capo a qualche anno non troverete un'anima che sia disposta a farlo questo lavoro.


martedì 16 ottobre 2018

IL NUMERO CHIUSO A MEDICINA, L'ETICA DELLA POLITICA E IL TERMOSTATO DEL FORNO

Molti cicli ormonali del corpo umano, ma anche il termostato del forno, funzionano per feedback. Come funziona un sistema a feedback? Esiste un recettore (un termometro nel caso del forno) che quando percepisce uno stimolo (bassa temperatura) produce una reazione (accensione del forno) che causerà la scomparsa dello stimolo (raggiungimento della temperatura prefissata) e provocherà lo spegnimento della risposta. Ovviamente il sistema ha una latenza, per cui dallo stimolo alla sua scomparsa passa un certo tempo, tanto più il sensore è sensibile, tanto più breve è la latenza.
Il sensore del fabbisogno di medici, che pure è un meccanismo di feedback quasi banale, ha una latenza lunghissima. Vediamo perché.
La stragrande maggioranza dei medici italiani lavora nel settore pubblico, pertanto è facilissimo sapere quanti sono, quanti anni hanno e quanti ne servono.
Questi sono i medici del SSN che andranno in pensione ogni anno da qui al 2040. Si tratta di specialisti impiegati negli ospedali o sul territorio, mentre i medici di famiglia, che sono liberi professionisti convenzionati fanno conto a parte, con analogo andamento. Ovviamente questi dati sono del 2016, ma si sarebbero potuti ottenere nel 2010 o nel 2000.

 fonte: Anaao-Assomed 2016

La prima domanda che ci potremmo fare è: come mai tra il 2021 e il 2025 andranno in pensione il doppio dei medici che tra il 2036 e il 2040?
La risposta è banale, negli anni ’70, in seguito alla rimozione del numero chiuso di Medicina si è assistito a un picco di iscrizioni, seguito da un picco di laureati e da un picco di assunzioni nel SSN che quindi ad oggi è costituito in larga misura di 60-65enni che andranno in pensione a breve. Questo picco delle assunzioni negli anni 80 ha causato, come logico, un blocco delle assunzioni dei 20 anni successivi, come si vede dalle proiezioni pensionistiche.
Come funziona un buon sistema a feedback? Semplice: nel 2010 si sa che nel 2021 il fabbisogno di medici specialisti per il solo SSN sarà di circa 6000 unità/anno + 4000 per la medicina generale, pertanto si programma un pari numero di borse e, a ritroso, un numero uguale + 10% (tasso di abbandoni) per l’accesso a medicina. Tutto insieme? Ovviamente no, bisogna tenere conto del tempo. Per avere 6000 specialisti e 4000 medici di famiglia nel 2021 avrò bisogno di 10.000 abilitati nel 2016 e di 11.000 ingressi a medicina nel 2010.
Nel 2010 i posti a medicina sono stati 9000 (e già i conti non tornano), ma soprattutto i contratti di specialità per il 2016 sono stati 6000 + quasi 1000 per la medicina generale, mancheranno quindi nel 2021 circa 3000 medici specialisti per rimpiazzare i pensionamenti di quell’anno.

Oggi, anno 2018, mancano medici. Lo strillano i giornali, lo urlano i concorsi pubblici per posti a tempo indeterminato che vanno deserti. Venite a fare i medici che c’è bisogno o il SSN collasserà!! Ma di che medici c’è bisogno oggi? Di specialisti e di medici di famiglia, quelli di cui avrebbero dovuto programmare l’accesso tra il 2006 e il 2009 e che ormai è troppo tardi per formare.

Perché il feedback si è rotto e non è stato programmato un adeguato numero di borse in specialità quando era tempo? Perché formare uno specialista costa 25.000€/anno e tutti questi soldi non ci sono mai stati. Ma i governi, di volta in volta, hanno aumentato il numero programmato a medicina (che tanto è gratis) che è così passato da 7300 nel 2007 a 10.000 nel 2011.
Se ne deduce che esistano dei medici laureati a spasso (o all’estero). Quanti sono questi medici che non hanno avuto accesso alla formazione specialistica? Facile a dirsi. Tra il 2006 e il 2016 si sono laureati circa 76.000 medici e sono stati banditi circa 57.500 posti in specialità e 10.000 borse per la medicina generale. 8500 medici sono rimasti a spasso negli ultimi 10 anni perché non hanno potuto accedere a una formazione specialistica, basterebbe recuperare questi per supplire alle carenze.

Sempre oggi, anno 2018, si laureeranno 9300 medici che dovrebbero, a rigor di logica, supplire le carenze di specialisti del 2023. Carenze che sono previste in 5600 unità (+ medicina generale). Se offrissimo una borsa di specialità a tutti i laureati di quest’anno quasi metà di loro non potrebbe lavorare, pur trovandosi nel momento di massima carenza del sistema.

Ma proiettiamoci al 2020, anno per il quale è attesa la laurea di coloro che hanno avuto accesso a medicina nel 2014 e che, grazie a un maxi-ricorso, sono quasi il doppio dell’atteso… 18.000 anziché 10.000. Questi 18.000 andranno a colmare le carenze di organico del 2026 che sono previste in 3700 unità. Nei prossimi 10 anni produrremo una disoccupazione medica mostruosa, laureati che sono costati allo stato centinaia di migliaia di euro saranno costretti ad emigrare in paesi dalla politica sanitaria ancora meno lungimirante della nostra.

Il “governo del cambiamento” questa cosa la sa già. Ma sapete perché pensa di abolire oggi il numero chiuso a medicina? Perché 60.000 diciannovenni iscritti al test di medicina votano domani, ma 60.000 disoccupati di lusso, nel 2030 non sapranno più dove andarli a pescare Di Maio e Salvini.
Non entro nemmeno nel merito del se e come debba essere fatta una selezione dei candidati all’accesso all’università. Tanto meno mi pronuncio sulla spinosa questione della qualità della didattica in una facoltà che dovrebbe essere pratica come la nostra. Né mi pronuncio sul superlavoro a cui costringeremmo un sistema universitario già allo stremo delle forze e in penuria costante di personale docente. Il problema è più basilare: uno Stato col nostro debito pubblico non può permettersi di formare 60.000 medici all’anno quando il fabbisogno è di 3000. Non può permettersi di proiettare decine di migliaia di giovani ad una disoccupazione certa.
La politica si deve fare (anche) con i numeri, non con le boutade populistiche pagate a carissimo prezzo sulla nostra pelle. Alla politica manca ormai, da troppo tempo, l’etica. E agli elettori manca l’intelligenza di comprendere il concetto di sensibilità del termostato: le decisioni di oggi influenzeranno la temperatura di domani e se oggi abbiamo freddo tra dieci anni potremmo trovarci all’inferno.