martedì 7 agosto 2018

SOCIO-SOCCORSO


La signora che mi siede di fronte dimostra meno dei suoi 80 anni e, dopo cinque minuti abbondanti di colloquio non mi è ancora chiara la ragione dell'accesso. So solo che è stata registrata insieme al marito, il quale in questo momento è nella stanza a fianco con il mio collega. "Mio marito fa il matto, perchè non capisce che invecchio anche io. Lui ha 95 anni e si è preso la moglie giovane, ma io ormai ho 80 anni sa? E lui non lo capisce. E ho sette operazioni sulle spalle!". Inizia ad elencarmele, a partire dalla immancabile e piemontesissima, la parotomia (meglio nota agli addetti come isterectomia laparotomica).

"Perchè sa, io ho patito la fame dai 4 ai 14 anni, e poi di nuovo dai 20 ai 24. L'unico periodo in cui sono stata bene è stato quando sono andata in Inghilterra a fare l'infermiera... il mio errore è stato tornare, ma sa... avevo la mamma malata e cosa vuole fare, non potevo mica restare là". "Mio marito ha sempre avuto un brutto carattere, un dittatore, vuole comandare sempre lui. Io gliel'ho detto, meno male che non ti conoscevo, se no mica ti sposavo con questo carattere!" "Anche i figli... ne ho 3, ma nessuno vuole occuparsi di suo padre, con tutto quello che gli ha fatto quando erano piccoli". "Poi una si immagina di passare una vecchiaia tranquilla ma..." e qui la voce le si spezza in pianto "... Con quello lì".
"Quello lì" avrebbe bisogno dell'assistente sociale, ma, anche se avrebbero diritto all'accompagnamento, soldi non ce ne sono e chissà quando verrà attivato. D'altro canto loro di soldi per pagare un ricovero in struttura privata non ne hanno e così all'una di notte me li ritrovo in pronto soccorso entrambi. Perchè lui ha urlato svegliando tutti i vicini che la moglie lo faceva morire e lei in preda alla disperazione ha chiamato il 118, poi per un attacco d'ansia ha detto ai volontari che aveva male al petto ed eccoli qui tutti e due.

Il paziente successivo di anni ne ha meno di venti ed è già un tossico notevole. Cannabinoidi, crack, eroina, amfetamine. I genitori, disperati, l'hanno cacciato di casa, ma il ricovero dove dorme ad Agosto è chiuso per ferie e lui non ha più un posto dove stare. Cuore di mamma l'ha ripreso in casa, sfruttando l'assenza del papà per un viaggio di lavoro. Dopo poche ore, però, in seguito ad un problema informatico di cui capiamo poco il ragazzo, che ora parla con poche frasi esplosive e si sofferma su dettagli di nulla importanza perdendo il senso generale del discorso, dà di matto, la mamma si spaventa e chiama il 118 per farlo vedere da uno psichiatra.
Quando arriva però il ragazzo è tranquillissimo, sono le due di notte e non posso chiamare lo psichiatra reperibile per un litigio di famiglia.

La coppia che arriva dopo sembra quasi normale, a confronto. Lui, paziente, zitto. Lei, moglie, che parla per tutti e due e anche di più. Lui ha avuto una serie di ictus e anche se è ancora giovane, porta molto male i suoi anni. Lei non si rassegna a vederlo meno performante di un tempo, a tratti assente, talvolta sofferente e l'ha già portato da ogni specialista possibile e sottoposto ad ogni indagine immaginabile. Quando le spiego che ulteriori indagini sarebbero inutili, perchè ormai sappiamo qual è il problema di suo marito, ma purtroppo non è uno di quei problemi che la scienza attuale è in grado di risolvere perchè il cervello non ricresce, è come se parlassi ad un muro. "Deve pure esserci qualcosa, qualche indagine più approfondita, qualche esame che si può fare, qualche cura per farlo star meglio". L'eterna condanna della medicina moderna, schiacciata da un lato dai medievalisti che "è tutto un complotto, la medicina non funziona, l'HIV non esiste, la chemioterapia uccide i pazienti, i vaccini servono ad arricchire le case farmaceutiche" e dall'altro chi non si rassegna ai limiti della scienza e pretende una soluzione. 

La signora che mi compare in carrozzina, 82 anni ben portati, è reduce da un tumore della laringe. Per sopravvivere si è dovuta sottoporre ad un intervento molto demolitivo, ora ha una tracheotomia (un buco in gola per respirare) e una gastrostomia (un buco nello stomaco per mangiare). Non può più parlare nè urlare, per questo arriva con una lavagnetta e un pennarello rosso con il quale traccia rapidamente e accuratamente, con quelle belle grafie che non si vedono più, una frase terribile "non ne posso più, voglio morire". A fianco a lei la figlia psicoterapeuta, che un po' legge, un po' anticipa, un po' indovina, un po' interpreta quello che la mamma vuole dire. La signora, di tanto in tanto, sfoga tutta la sua frustrazione per non essere compresa chiudendosi gli occhi con le mani e morsicando con la bocca senza denti un fazzoletto intriso di lacrime.
Il colloquio, tra interpretazioni della figlia e lettura della lavagnetta, richiede un sacco di tempo. In sostanza la signora, che fino a prima del ricovero era perfettamente autonoma, sta faticando ad adattarsi a questa nuova vita silenziosa e con assistenza continua. La badante non la aspira bene, il figlio ogni tanto si altera, lei non riesce a scrivere abbastanza in fretta ciò che vuole o intende e vorrebbe solo essere lasciata in pace. Al culmine di questo litigio ha radunato tutti gli ipnoinducenti che aveva in casa dichiarando di volerla fare finita. Poi se n'è pentita ed è scappata. Il lungo racconto deve averla calmata, o forse è solo sufficientemente intelligente da capire che per essere dimessa deve dichiarare di non aver veramente pensato di uccidersi.

Eppure quanto deve essere terribile una vita senza voce. 
Quanto deve essere terribile tentare di stare vicino ad un figlio tossicodipendente, gestendo contemporaneamente i giudizi della gente, che se hai un figlio malato ti compatisce e se ce l'hai tossico ti accusa.
Quanto deve essere terribile vedere un proprio caro deteriorarsi a poco a poco, sapendo o temendo che non c'è niente da fare.
Quanto deve essere terribile invecchiare a fianco ad un compagno che invecchia più di te e non dà mai spazio alle tue lamentele.

Chi si fa carico di tutta questa sofferenza? La famiglia, se c'è e finchè dura. E quando la famiglia non ne può più, laddove c'è una necessità qualsiasi, c'è un posto sempre aperto, notte e giorno, che offre qualcuno con cui parlare e a cui chiedere una soluzione: il pronto soccorso. Solo che il pronto soccorso non è pensato per questo. Non abbiamo soluzioni se non un po' di tempo da dedicare, un po' di empatia da regalare e, se proprio va bene, una barella per dormire una notte. I più fortunati ottengono un sollievo di qualche ora, un esame inutile che placherà la loro ansia e li illuderà di poter resistere ancora un po'. Fino al prossimo passaggio in pronto soccorso.
Qualcuno torna a casa a mani vuote, come la madre del tossico, che se lo riprenderà in casa perchè lui rifiuta di dormire in barella fino alla visita psichiatrica del giorno dopo. Qualcuno trova conforto spontaneo in quello che accade, come la signora della tracheotomia, che torna a casa di umore leggermente migliore, o quanto meno pronta di nuovo a combattere.
Qualcuno, come la prima signora, vince alla lotteria. "Ho saputo che tenete mio marito questa notte! Grazie! è davvero un regalo che mi fate, almeno posso dormire una notte tutta filata senza che lui mi svegli ogni ora per andare in bagno e posso riposare un po' le orecchie senza che mi racconti di tutte le sue avventure prima del matrimonio! Grazie davvero! Siete proprio di buon cuore".

Bastasse quello, signora, bastasse quello.

lunedì 7 maggio 2018

LE BIRRETTE AI TEMPI DEI CINQUESTELLE



Siamo un paese di alcolisti, bisogna prenderne atto.
Ma non di alcolisti fastidiosi come gli inglesi che bevono pinte su pinte a stomaco vuoto e poi vomitano nella metropolitana. Noi siamo più come quei vecchietti che "Bevo solo un bicchiere di vino a pasto, ma quello buono, che faccio io" e che poi vanno in astinenza 48 ore dopo il ricovero perché gli ospedali si ostinano inopinatamente a servire solo acqua.
Non sto scherzando. Secondo la definizione di alcolismo basta bere più di un bicchiere di vino (o di una birra piccola) al giorno o più di 4 bicchieri in una sola occasione per rientrare nella categoria... Fatevi due conti sull'ultima festa a cui avete partecipato.

L'alcol è connaturato alla nostra cultura: ci saranno tanti italiani non bevitori, ma vi sfido a trovare un vero, autentico astemio. Vi sfido a fare un tiramisù senza un goccio di rum nella crema o la torta di nocciole senza accompagnarla con lo zabaione o il risotto senza sfumarlo col vino bianco o il ragù senza vino rosso. Vi sfido ad andare ad una sagra in cui non scorra vino a fiumi, ad andare a cena dagli amici senza portare "una bottiglia buona" a festeggiare Capodanno senza stappare lo spumante, a mangiare una pizza senza birra.
In questo contesto i provvedimenti, sempre più disastrosi, della SindacA a 5 stelle hanno la stessa lungimiranza politica del sig. Rino, l'inquilino rompicoglioni del primo piano del palazzo dove abitavo da piccola che ci bucava il pallone con la speranza di poter proseguire meglio la siesta e che otteneva, per tutta risposta, l'odio del palazzo e i cori di sfottò dei bambini.
D'altro canto dagli inventori di uno vale uno e del potere al demerito non si può pretendere l'acume politico di Berlinguer.
Ma facciamo un breve, brevissimo riassunto.

Succede che, dopo il 2006, grazie a una gestione criticabile e dispendiosa, ma a posteriori abbastanza efficace, Torino acquista la fama di città giovane e vivibile. Succede che decine di migliaia di studenti universitari ci si trasferiscono. Poi, un po' per sfiga, un po' per mancanza di soldi, permessi ecc. succede che a Torino chiudono, negli ultimi 4-5 anni, un sacco di locali, tra cui i mai troppo compianti e celeberrimi Murazzi, luogo di devastazione semi-controllata e semi-isolata a due passi dal centro e a dieci metri di profondità. Succede che, a meno di instaurare una dittatura stile Iran, la gente che al sabato sera è sempre uscita continua pervicacemente a voler uscire. Chi è abituato a frequentare i Murazzi si sposta in Piazza Vittorio, chi viveva agli imbarchini del Valentino passa in San Salvario, chi non ne può più di San Salvario si sposta in Vanchiglia.
I residenti, come il sig. Rino, protestano per tutto il casino che va a formarsi per strada: i locali d'altra parte sono piccoli e il clima è decisamente più favorevole che in Canada o in Norvegia ed è normale che gli avventori apprezzino i tavolini all'aperto (che solo i torinesi chiamano, alla francese, dehor).

La giunta pentastellata, con abile mossa, nel 2017 emette un'ordinanza: niente alcol da asporto dalle 20 alle 8 nei quartieri più interessati dalla Movida: San Salvario, Vanchiglia e Centro.
Ora c'è solo una cosa che stimola gli italiani ad agire: vietare qualcosa. Il nostro popolo ha imparato nei secoli a sopravvivere sotto le più svariate dominazioni, ricavandone un allegro sprezzo dell'autorità e la profonda convinzione che fregare lo stato sia giusto e divertente.
Vieti l'asporto? nessun problema, si compra il vino al supermercato h24 e lo si beve per strada. Vieti di bere per strada? sono già pronti camelback e botti da San Bernardo o bottiglie di gin-tonic travestite da schweppes. Vieti San Salvario? Tutti si spostano su Corso Moncalieri e si ricomincia da capo.
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Me li vedo i consiglieri comunali alle prese con questo grattacapo. Peggio del signor Rino del primo piano. "Il nostro progetto è inaspettatamente fallito, vietare l'alcol da asporto non basta! La gente prende i cocktail nei locali e poi esce a berli al di fuori degli spazi consentiti"
"Eh già, il nemico è molto più astuto del previsto, pensa che alcuni hanno addirittura iniziato a cambiare quartiere"
"E ora come si fa?".
L'assessore alle politiche giovanili propone di creare degli appositi festival in periferia, che raccolgano i giovani e li allontanino dal centro e dai sig. Rino dei quartieri ricchi, ma viene immediatamente schernito: "Quanto credi che ci metteranno gli abitanti della periferia a lamentarsi di questi festival? Dovremo ricominciare tutto da capo". 
"Vietiamo del tutto l'alcol alla sera!" interviene allora l'assessore all'innovazione e progresso cittadino.
"Ma non vi sembra irrealizzabile?" commenta qualcuno "Ma non pensate che perderemo consensi?" azzarda un altro 
"Non pensi a tutti i consensi che ci deriveranno dalla QuieteDeiResidenti"
"Ma a me questa QuieteDeiResidenti sa un po' di SilenzioDegliInnocenti o di AlbaDeiMortiViventi"
"E non ti attrae forse l'idea di una città che all'alba è pacifica e silenziosa e può godere del sano riposo che deriva dalla morte di tutti i suoi abitanti?"
"Ma non pensate che i gestori dei locali possano protestare?" interviene il solito piantagrane "E come si fa con l'asporto e i vari foodora? Mica vogliamo far fallire questa risorsa di garanzie e di diritti per i giovani lavoratori!".
"Nessun problema - continua l'assessore alla genialità e al proibizionismo - Abbiamo pensato a tutto".

Ecco il risultato.

Se non avete voglia di leggere l'articolo originale ve lo riassumo: dalle 21 è possibile ordinare nei ristoranti e locali bevande alcoliche solo se accompagnate a piatti caldi e in misura "proporzionata" (1 bicchiere per porzione). Ma solo fino alle 23, dopodiché tutti a casa a vedere ballando con le stelle. Idem per l'asporto: ogni pizza uscirà con la sua birra e se per caso con i 50 gradi di agosto desiderate la seconda birra... pizza in omaggio! Ma sempre rigorosamente prima delle 23. Prevedo apocalittiche gare di ingollamento pizze che manco a San Francisco con gli hot dog.
Saranno limitate, anche se non si sa ancora in che modo, la vendita di bevande alcoliche anche nei supermercati e distributori. Nulla si sa di come fare a trasportare gli alcolici di casa in casa: sarà consentito portare bottiglie chiuse? E chi verificherà che le stesse non vengano invece utilizzate per i demoniaci boteillon?
Ancora non si sa cosa ne sarà di piole e vinerie che da secoli a Torino servono solo piatti freddi come acciughe al verde e uova sode. Probabilmente sarà consentito ubriacarsi ma solo in orario lavorativo, o comunque prima delle 21. 
Diventeremo come l'Inghilterra, dove il venerdì è riconoscibile dal casino che si sente per strada. E il casino è prodotto da centinaia di persone vestite da ufficio che chiacchierano, spesso sotto la pioggia, con la loro quinta pinta di birra in mano, rigorosamente servita in boccali di vetro. C'è rumore, inevitabilmente. A Londra ce n'è così tanto che sembra di camminare in un alveare. I residenti se ne fanno una ragione, magari scendono anche loro a bersene una. Alle 19, quando i pub chiudono, sono tutti ubriachi come delle pigne e tornano a casa cantando e rumoreggiando. Ma prima delle 21, s'intende. Questo sì che è progresso.
Forse potremmo rispolverare anche l'idea degli speak easy, come ai tempi del proibizionismo anni '20. Anzi, prevedo fantastici toga party a tema: capelli alla maschietta, bretelle, bocchini per le sigarette, whiskey distillato in casa e parola d'ordine per accedere a un locale nascosto sotto ad una cabina del telefono.
Ci sono voluti vent'anni per togliere a Torino la fama di città che muore al tramonto, per insegnare ai pizzaioli a sfornare anche dopo le 22, per convincere i ristoratori che non tutti gli avventori sono piemontesi che amano mangiare alle 19.30 e anche chi va al cinema al primo spettacolo ha diritto a cibarsi uscito dalla sala... e ora tutto è frantumato grazie a questa geniale mossa politica.
Me li immagino gli entusiasti sig.ri Rino che finalmente ad Agosto potranno aprire le finestre e godere della placida quiete della città deserta, anzi morta. Nessuno per strada, solo un lontano coro di ubriachi. Possibile? Ma da dove arriverà mai? Chi mai può osare sfidare apertamente le ire della sindacA? Sono gli inquilini del piano di sopra. Hanno regolarmente acquistato vino e superalcolici in orario diurno e ora stanno dando una festa openbar che si protrarrà sicuramente per tutta la notte.
In fondo è questo che accade in Iran, dove l'alcol è proibito: lo si distilla a casa e si organizzano feste. E lì hanno pure la polizia politica che può arrestarli. Ecco, io fossi la SindacA almeno su questo ci farei un pensiero: se proprio devi prendere spunto almeno fallo bene, Chiara!

martedì 1 maggio 2018

MA COME TI PERMETTI?




Da quando esiste la TV satellite ho un solo terrore: che un giorno mi suonino alla porta Enzo e Carla di Ma Come ti Vesti? Il programma più violento della TV.

La puntata inizia sempre con gli amici di qualcuno (che è praticamente sempre una lei) che si lamentano di come vesta male e di come sia insopportabile vederla così. Le lamentele principali sono tre: è troppo sportiva, è troppo originale o bizzarra e non porta i tacchi. Da notare, anche, che la lei in questione non è mai brutta, al massimo “poco curata” e non ha acconciature elaborate o trucco pesante.
Seguono riprese “di nascosto” della vittima nella sua normale interazione sociale, perché tutti possano apprezzare quanto sia obbrobrioso il suo stile. A questo punto, come dei veri supereroi, Enzo e Carla compaiono a tradimento e scatta l’operazione “Ma come ti vesti?” vera e propria. Questi due tizi dai gusti improbabili si insinuano, infatti, a casa della malcapitata e le svuotano il guardaroba al grido di “Ma che schifo questo” “Ma come fai a mettere quest’altro” “Ma che orrore” “Ma questo colore non va più di moda dal 96” e così via, con la poveretta che protesta e cerca inutilmente di salvare dal bidone della spazzatura i pezzi che le piacciono di più.


A questo punto Enzo e Carla elargiscono consigli come se fossero detentori della verità assoluta e concludono con un “Mai più con…” questo o quel capo o questo o quell’abbinamento.
Alla vittima viene consegnata una carta di credito ed è libera di andare a fare shopping in giro tentando di attenersi alle indicazioni che le sono state date.
Ne risulta, in genere, un miglioramento del look non completamente snaturante della personalità del soggetto. La stessa ragazza che prima portava solo scarpe da ginnastica e tute acetate magari compare con un paio di jeans con le paillettes e una maglia moderatamente elegante. Insomma una cosa normale.
Ma il programma è perverso e mentre la malcapitata prova, commenta e sceglie i capi, Enzo e Carla, a casa, seguano in diretta la scena e la deridano apertamente con “Non ha capito niente” “Proprio non ce la fa” “Che orrore” e così via.



A questo punto i due corrono per strada a fermarla, la insultano ancora un po’ e la accompagnano in una boutique di loro scelta dove si incaricano di scegliere e abbinare personalmente i capi mentre alla cavia resta il ruolo passivo di provarli di controvoglia.
Lo ammetto: ho sempre avuto la fobia dei negozi con lacommessa. Lacommessa è quel genere di creatura che ti guarda in faccia e ha già deciso cosa venderti e non c’è modo che tu possa esprimere perplessità riguardo a taglia/colore/modello di quello che ti sta facendo provare. Se sei fortunato e hai l’età della ragione puoi mettere da parte l’orgoglio e dartela a gambe il prima possibile, se invece sei un bambino puoi solo sperare che il genitore che ti accompagna non soccomba al “Ma ti sta così cariiiiino” de Lacommessa più deleterio del canto delle sirene di Ulisse.  Da questo punto di vista sono grata all’invenzione dei grandi magazzini dove puoi girare liberamente, decidere cosa provare, nasconderti in un camerino, non farti vedere da nessuno e uscire con la merce che vuoi acquistare senza che nessuno intervenga con il proprio parere.
Questa parte del programma rappresenta quindi la materializzazione del mio incubo infantile e, lo ammetto, lo guardo solo per vedere lo sguardo riluttante della malcapitata e solidarizzare con lei. Un po’ come uno yeti che guarda King Kong, insomma.
La scena si svolge così: questa povera tizia è costretta a indossare cose che solo nel mondo fantastico e popolato di unicorni che costituisce il cervello di Enzo Miccio potrebbe essere considerato “elegante”. Pizzi ovunque, gonne con strascichi chilometrici, pantaloni d’argento attillatissimi e scintillanti, sandali di almeno 15 centimetri con cui neanche Naomi Campbell sarebbe in grado di percorrere più di 2 metri, borsette con nappi, frange, nastrini. Abbinamenti di colori improbabili e soprattutto completamente estranei alla personalità del soggetto che stanno vestendo e che è ridotto esclusivamente al proprio corpo.
La poveretta si lamenta e ad ogni “Non vedi com’è bello?” risponde con un incerto “Ma veramente a me…” ma non fa in tempo a finire la frase che viene sovrastata da un altro commento entusiastico di Enzo o da un commento sarcastico di Carla.
Ovviamente i due comprano per la tapina tutte le mise pre-abbinate e si passa alla stazione successiva: coiffeur e trucco.
E qui il messaggio è ancora più evidente: così come sei fai schifo, per essere accettata dalla società devi attenerti a certe regole, i capelli di questo colore non donano con il tuo incarnato, molto meglio una tinta così, con i colpi di sole cosà e il trucco che schiarisce, amplifica, colora, modella. Mica puoi pretendere di farti vedere così come sei, che se anche non sei nato con un aspetto repellente comunque dovresti un minimo sforzarti per renderti più gradevole alla vista.
Il finale ovviamente vorrebbe essere quello di una favola: la novella Cenerentola scende le scale con uno dei completi scelti da Enzo e Carla e finalmente riscontra la loro approvazione incondizionata, uno la riempie di complimenti mentre l’altra descrive minuziosamente pezzo per pezzo i capi. E si tratta di questi capi, non so se mi spiego.



Per finire in bellezza la poveretta fa il suo nuovo debutto in società, con le amiche che a momenti non la riconoscono e tutti che inneggiano alla bravura di Enzo e Carla, capaci di risolvere i problemi anche dove non esistono. La Cenerentola, ovviamente, non può che essere loro grata di essere stata trasformata da paria del suo gruppo di amiche nell’ennesima brutta copia di Chiara Ferragni.
Ora, sarebbe troppo facile fare una critica sociologica a questo programma, immaginarsi le conseguenze sulle adolescenti socialmente isolate e magari, con un briciolo di abilità dialettica, dimostrare che se una volta il bullismo non era un problema è perché la TV non trasmetteva “Ma come ti vesti” e “Vite al limite” (non lo penso, ovviamente. La colpa è dei cellulari e della nostra percezione distorta del mondo da quando c’è internet).
Non è mia intenzione fare niente di tutto questo, non voglio scagliarmi contro la televisione cattiva nè difendere un’immagine non superficiale della donna conducendo una campagna contro Enzo Miccio. Solo noto che, quando accendo la televisione per sentire del rumore di sottofondo mentre mi dedico ad altro, “il banco dei pugni” mi fa sorridere, “pronto soccorso H24” mi fa incazzare, ma “ma come ti vesti” mi fa proprio soffrire.

sabato 16 dicembre 2017

Che cosa ti sei perso

Sono tante le cose che ti sei perso in questi cinque anni.



Gli smartphone. Whatsapp, i meme, i messaggi gratis, le foto stupide. Il gotha di quando eravamo liceali e aspettavamo Natale per poter mandare 100 sms al giorno con i sondaggi e le altre cazzate... quante idiozie avremmo partorito con queste potenzialità? Quanti messaggi vocali? Quante chat e contro-chat? quante foto ritoccate?

La mia prima ricetta: te l'avevo promessa e sono sicura che avresti trovato un sacco di applicazioni creative

Il racconto del mio primo lavoro e di tutti quelli successivi. E sai le risate che ci saremmo fatti con tutto quello che succede in pronto?

La mia casa di via Campana e un invito a cena a tuo rischio e pericolo (ma non ti saresti lamentato, lo so).

Un altro nipote, e il primo che ti assomiglia sempre di più man mano che cresce.

Due film dello Hobbit (a dire il vero non li ho visti neanche io e probabilmente non ci siamo persi nulla).

Animali fantastici e dove trovarli, invece, ti sarebbe piaciuto, ci scommetto. E probabilmente avresti iniziato ad imitare lo snaso o qualcos'altro di ancora più imprevedibile.

Un sacco di capodanni, nessuno dei quali trascorso in solitudine in una baita a guardare nevicare e a leggere Harry Potter come progettavamo di fare. E a proposito di progetti ripetuti e mai realizzati: non siamo mai andati a Gardaland,  nemmeno io ci sono ancora stata.

La casa in cui vivo adesso, che è mia sul serio, dove avremmo potuto organizzare serate cinema professionali con pizza e proiettore.

Il mio periodo londinese... chissà se saresti venuto a trovarmi? Chissà cosa avremmo fatto?

Un mondiale e un europeo nei quali abbiamo rimediato una magra figura e una mancata qualificazione ai prossimi mondiali... beh forse almeno su questo meglio conservare i ricordi del 2006 e del 2012.

Qualche sparuta rimpatriata con i compagni di liceo, che ormai stanno sparsi in mezzo mondo.

Un po' di feste di compleanno, in gran parte non memorabili.

Una mezza tonnellata di confidenze, spazianti per tutto l'arco dell'umano: dal comico al tragico, di quelle che ti regalavo con leggerezza sapendo che sarebbero state in buone mani

Un milione di matrimoni, qualcuno annunciato, altri più imprevedibili... e, di questo sono piuttosto certa, un sacco di ore a commentarli.
E l'ennesimo matrimonio è proprio oggi, il giorno del tuo trentesimo compleanno.
Così non ho potuto che chiedermi cosa avrei fatto in un universo alternativo, quello in cui avessi dovuto dividere questo sabato tra un matrimonio e la tua festa.
E come sarebbe stata, poi, la tua festa?
Come sarebbero stati questi anni? In tutto o in parte diversi? Cosa saresti diventato? E io? Proverei la stessa sottile sensazione di gelo ogni volta che sulle consegne brevi dell'accettazione leggo quelle tre lettere: T.A.C. tentativo anti-conservativo?
Da un po' di tempo non ti penso tutti i giorni, ho anche ripreso, rarissimamente, a sognare. Mi sono riavvicinata, con calma, alla musica. Qualcuno la chiamerebbe resilienza, qualcuno guarigione. 
A me è venuto in mente piuttosto questo disegno di Zerocalcare (che era destinato a tutt'altro, ma, come tutte le cose grandi, sta bene anche qui)


Ti voglio bene, amico mio.



sabato 26 novembre 2016

AFASIA (parte seconda)



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Laura? Cosa diamine fai ci fai qui, Laura?
Hanno rapito anche te!
Vogliono costringermi a parlare.
D'accordo, d'accordo, non so cosa volete da me, ma farò tutto quello che volete, basta che non le facciate del male, ok?
Laura, amore, cosa fai sul mio letto? vattene, tu che non sei legata, non pensare a me, scappa!
Ma come hanno fatto a prenderti? Ero andato da solo al supermercato. Il cellulare, maledetto. Lo sapevo che non dovevo salvarti “amore”.
Nome e cognome.
Sempre detto.
Poi mi hai fatto quella scenata.
”Conto così poco per te da essere un nome e cognome qualunque in rubrica?”
No, Laura, non conti così poco, darei la vita per te.
Oh, Ma perché ti ho dato retta? Perché ho reso così facile rintracciarti?
Vattene Laura, scappa, ci penso io a loro.
Perché anche tu parli strano, Laura?
Quando hai imparato questa lingua?
Perché non mi hai mai detto niente?
Sei d'accordo con loro anche tu?
Sei tu che mi hai fatto catturare?
Sei tu che gli hai detto che sarei andato al supermercato?
Sei tu che mi hai tradito?
Dimmelo, Laura, sei tu?

Eccola, ecco la prova che stavo cercando: sei lì che parli con la ragazza coi capelli corti, sei d’accordo con loro, Laura, parli la loro lingua.
Oh, Laura, perché? Perché?
Eravamo felici insieme, io ti amavo, Laura, eri tutta la mia vita, come hai potuto tradirmi così? Come ho potuto non accorgermi che tramavi nell’ombra, che ti approfittavi del mio amore?


“Ma, dottoressa, è sicura che faccio bene a stare qui? Si agita di più quando mi vede, è come se non mi riconoscesse, è rabbioso, non lo riconosco”.

”Signora, suo marito ha subito dei danni importanti con l’ictus, non siamo in grado di capire se riconosca le persone e l’ambiente che lo circondano. Essere attorniato da estranei è stressante per lui, un volto familiare non può fargli che bene. Certo, non siamo sicuri che la riconosca, però male non può fare”.

Quindi è così? Tutta la mia vita non è stata altro che una menzogna? La persona cui ho voluto in assoluto più bene, la mia Laura, era lì pronta a tradirmi. Non mi ha mai amato, lei, ha sempre finto in attesa di questo giorno.
Sei contenta Laura? Ora finalmente puoi vedermi qui, inerme, in balia di questi Mengele che mi hanno impiantato un braccio artificiale, un dispositivo di tracciamento e chissà cos’altro.
Ah, è tutto chiaro, ora: la tua scarsa propensione per i viaggi (avevi paura che scoprissi la tua vera identità?), quella volta che ti sei infuriata perché sono uscito con gli amici senza dirtelo. Avevi paura che scappassi eh? Avevi paura che vanificassi i tuoi sforzi sparendo prima che potessi portare a compimento il tuo piano!
E dimmi, Laura: la debolezza e le vertigini delle ultime settimane? Erano colpa tua anche quelle vero? Mi stavi avvelenando. Così avresti potuto costringermi ad andare dal medico passando per un moglie premurosa… eh Laura? Peccato che io i medici li odi e non mi sia lasciato convincere. Sarebbe stato un piano perfetto, il tuo. Ma no, io resistevo, io dal medico non ci volevo andare, e così sei stata costretta a farmi rapire al supermercato. Sai che ti dico? Che ti odio, Laura. Prima ti amavo, ma ora ti odio.


“Ma Lei dice che [singhiozzo]? Erano un paio di settimane che aveva queste vertigini in continuazione… Gli cadevano le cose dalle mani. Sbatteva contro le porte, come se non le vedesse. Io glielo ripetevo di continuo: Marco, non stai bene, vai dal medico, ma lui niente.
Ha sempre avuto la testa dura.
Il medico è quello che paghi perché ti dica se è il caso di prenotare la bara all’ikea, diceva sempre.
Non mi dà mai retta.
Se mi avesse dato retta, almeno [singhiozzo]”.

”Non pianga, Signora, quelle le vertigini erano già i segni del primo ictus, ma anche se quello fosse stato preso in tempo, per il suo tumore sarebbe stato comunque troppo tardi”.


”Sì, ma vederlo così è una sofferenza per tutti, e chissà per lui”.

”Purtroppo non siamo in grado di sapere che percezione ha Marco di ciò che gli sta intorno e fino a che punto sia cosciente, ma non ho mai dato segno di riconoscerla ed è ancora molto agitato. Possiamo sempre sperare in un recupero che per quanto riguarda i movimenti c’è senz’altro stato, ma sulla parola, purtroppo, gli esiti sono più variabili e solo il tempo ci potrà dire”.



Bianco.
Luce.
Mi ci sto abituando.
Sto iniziando a capire cosa mi dicono.
Vogliono sempre le stesse cose.
Stai fermo. Apri di occhi. Tira fuori la lingua.
Mi usano come una cavia. Tra poco, appena mi mostrerò più collaborativo, mi metteranno a girare su una ruota come un criceto o mi abbandoneranno in un labirinto pieno di trappole per vedere se riesco ad uscirne vivo usando questo braccio bionico.
Anche a quello mi sto abituando.
Lo muovo persino, anche se con fatica, pesa una tonnellata, sarà di titanio. Come minimo mi aspetto che premendo un bottone nascosto si trasformi in un mitra. Se solo scoprissi con quale sequenza di movimenti si attiva potrei far fuori tutti: Faccia-A-Luna, Bin Laden e la ragazza con i capelli corti per primi, poi tutte le guardie che accorrono solo quando cerco di scappare e per ultima te, Laura. Lo so che vieni di nascosto la notte, quando faccio finta di dormire. Hai paura a farti vedere di giorno ora che ti ho scoperta eh? Hai paura che cerchi di ucciderti.
Ma vedrai, poco alla volta con questo braccio mi allenerò. Scoprirò quali sono i suoi segreti e appena riuscirò a dominarlo ti ucciderò. 

Ti vedo che piangi, lo sai?

Vieni qui la notte e singhiozzi sul mio letto quando fingo di dormire.
Ti sei pentita? Ti faccio pena? È troppo tardi ormai. Dovevi pensarci prima di vendermi a questi sadici.
Ma forse non è troppo tardi, Laura, aiutami a fuggire, Laura, non piangere, non voglio ucciderti sul serio, Laura, mi hai fatto molto arrabbiare, mi hai venduto questi terroristi che fanno strani esperimenti su di me, Laura, cerca di capirmi, ti prego, non piangere. 

Ecco, sì, così. Guardami. Guardami negli occhi come se fosse la prima volta.

Ricordi?
Quando ci siamo innamorati: pioveva e non volevi bagnarti le scarpe nuove. Eri così deliziosa, con quell’aria timida, ti dondolavi su e giù sui gradini della biblioteca, cercando riparo sotto il cornicione e guardavi la piazza come se fosse un lago, una distesa invalicabile d’acqua e vento.
Eri così bella che ho rubato un ombrello al ristorante solo per poterti accompagnare per quei pochi metri.
Non l’ho fatto con cattiveria, giuro. Lo so che non avrei dovuto rubare l’ombrello ad un povero cristo che mangiava ignaro, ma non potevo lasciarti lì, capisci, e io quel giorno l’ombrello non ce l’avevo.
Ma ho capito subito subito che non potevo perderti.
L’ho capito da come eri rivestita, da come ti dondolavi sui talloni, dal tuo sguardo spaurito, da come ti mordevi il labbro guardandoti intorno alla ricerca di una via di fuga. Quando ti ho offerto l'ombrello l'ho capito dal tuo sguardo che eri quella giusta, Laura.
Guardami così.
Guardami come se ti porgessi l'ombrello in un giorno di pioggia e tu avessi paura di bagnare le scarpe nuove.
Guardami e promettimi che fuggiremo insieme, ci dimenticheremo di tutto questo. Fuggiremo lontano, dove non possano trovarci mai, ricominceremo da capo.
Ecco, lo sento di nuovo, ma questa volta non è come le altre, non è quella porcheria chimica, quel sonno che ti forza le palpebre anche quando il tuo cervello lotta per stare sveglio, questo è sonno vero.
Laura, io e te, a casa.
Io e te in una nuova casa, lontana.
C’è il mare. Si sentono voci di bambini, rumore delle onde.
Senti anche tu, Laura? Com’è bello? E tutto perfetto qui.
È un sogno.