mercoledì 14 giugno 2006

RIFLESSIONI ALLE SOGLIE DELLA MATURITA'

L’estate inizia formalmente il ventun giugno eppure quando il primo caldo porta in città l’odore di sale e una piacevole brezza corre ad accarezzare le braccia e la gambe a lungo coperte durante l’inverno, il pensiero si volge repentinamente alle fini distese arenose, alla massa informe del mare, al ristoro dall’afa offerto dal gelato, alle pietre bollenti sotto le piante nude dei piedi, alle notti umide, afose e insonni. 
Questa è un’estate come le altre, la finestra della classe ritaglia un rettangolo di quell’azzurro puro come solo il cielo può essere, un raggio di sole nell’aria adamantina si viene a posare sul mio banco, ma nessuno guarda fuori. Nessuno si perde abbozzando inutili ghirigori sul quaderno degli appunti che tradiscono la voglia d’estate: una vela, una palma… nessuno per spezzare la noia tira al compagno un motto felice inciso sulle ali papiriacee di un effimero aeroplano destinato ad un unico volo. Ci guardiamo invece, combattuti; perennemente dilaniati tra la fremente brama di evasione, di ribellione a questa stanza troppo stretta, a quest’aria viziata, alle mura troppo vecchie e rigide e il desiderio di restarci, invece, in questa scuola. In quest’edificio di cui ormai conosciamo ogni singolo mattone, i gradini saliti e discesi milioni di volte, tutti diseguali, i corridoi di mattonelle scheggiate, le porte, i muri che recano, sotto l’intonaco fresco, i ricordi dei ragazzi passati di qui che nell’impeto , nell’ansia di farsi ricordare, posti di fronte al vuoto, al grande interrogativo del futuro gravante sulle loro giovani spalle hanno affidato ad una frase la loro memoria, la loro esperienza, il segno del tempo. 
Restarci, sì, è impossibile, ma come pensare di abbandonare i luoghi che per lungo tempo (un lustro! Che sarà mai nelle nostra vite sempre più dilatate) sono stati la nostra casa. E la nostra famiglia, così unita nell’essere sempre in disaccordo, eppure compatta nei momenti importanti. Il presente schiaccia il passato, quanta strada da quando per la prima volta varcai quel portone. Neppure ricordo tutti i dispersi, coloro che sulla via hanno ceduto, sono fuggiti o si sono stancati, ne ho un ricordo così labile che mi spaventa. Non voglio dimenticare così la mia famiglia: succederà, lo so, è inevitabile, so che questo è un inganno della mia mente troppo sentimentale, il tempo deve fare il suo corso, panta rei che diamine! Non posso sapere cosa il ricordo fisserà in me degli individui che ho di fronte, forse eventi banali, forse momenti che non vorrei dimenticare già subito, forse nulla. Che ne sarà di Lui, ad esempio che ora segue con aria svogliata la lezione di fisica nel banco davanti al mio, o di Lei che, intenta, con rapidi e precisi tocchi della mano mancina fissa sul foglio una dopo l‘altra con precisione, le parole. Lo saprò solo tra qualche anno ed è crudele. Il tempo lo è , con la sua inutile successione di giorni troppo lenti all’origine di anni troppo rapidi; e se il cuore non è pronto a lasciare la sua casa, come in ogni viaggio la mente lo è. Come spiegare la magia di cui sono capaci milioni di piccole cellule nell’elaborare e nel determinare la nostra crescita e non nel senso matematico di accumulo di nozioni, questo anche un computer può farlo, ma in senso umano, dell’esperire, del provare e del trovare. 
Quanta strada percorsa dal primo anno, eppure durante le mie peregrinazioni fatte di odori e di ricordi in cui i passi, in fila uno dopo l’altro ricostruiscono il mio cammino nel tempo oltre che nello spazio, imbattendomi in uno dei ragazzi più giovani (piccoli e quanto!) li invidio. Sì perché nella loro improvvida gioventù hanno tutto ciò che a me con la mia “esperienza” e la mia sapienza impiallacciata manca: hanno una patria, una casa, un ritorno. Possono ben permettersi di desiderare l’estate, le corse, le grida, il nulla: il loro è un arrivederci non un addio, un di nuovo, non un mai più. Non sono obbligati a pensare al futuro, si godono il riposante nostos di Ulisse, pericoloso sì, ma con un’Itaca ad attenderli. Il mio invece è un ultimo viaggio, questo non è che il diario di bordo della nave che si accinge a superare le colonne d’Ercole, anch’io con la mia compagnia picciola perseguo la ricerca della conoscenza, ma così facendo mi allontano dal mondo conosciuto per non far più ritorno. E se ritorno sarà, a settembre per ritirare il diploma, sarà quello di un’ombra in un mondo che non le appartiene. Suona la campana (la millesima, la duemillesima che sento? Chissà.. una delle ultime) la lezione è terminata e la mia famiglia si disperde fra i noti corridoi senza meta. Corro anch’io, corro a contare, forse per l’ultima volta, i gradini che mi separano da terra mentre il tempo corre inesorabile verso l’ultimo giorno di scuola. E allora in mezzo a tanta gioia sguaiata, alle grida, alle corse nel cortile assolato, anche se ci faremo prendere nel girotondo di colori, la nostra sarà l’unica tristezza. .

martedì 14 giugno 2005

LA BALLATA DELLO STUDENTE NULLAFACENTE


Nei dì ch’a tutti noi recan dolori,
periodo tristo di compiti brutti
le gesta narrerò e i tristi errori
d’uno Studente solo per noi tutti
e ciaschedun di voi vedrà riflesso
in esso qualche cosa di se stesso.

Trovavasi colui, lieto e vivace,
a rider co’compagni all’intervallo
quando apparìegli con orrida face
un Professore che lo colse in fallo:
“Immagino che lei stia con sé in pace
e quanto ho dato da studiare sallo
chè se da ciò sarìa diversamente
un quattro metteròlle immantinente!”

Quale sull’ara un cucciolo innocente
vedasi lo Studente omai perduto
sapendo ahimè che certo insufficiente
sarebbe stato quanto avrìa saputo,
cionondimeno vòlgesi repente
a ripassare tutto in un minuto
e così lungi la speme è a perire
che ad esso par di già di tutto scìre,

ma quando poi lo chiama interrogato
quel Cerbero con fauci spalancate
in cui s’è il professor trasfigurato,
le tenui sue parol son cancellate
dal terror sacro d’ogne condannato
e da affondi, finte e gran stoccate,
menate con perizia d’assassino,
difendesi se può quel poverino.

“Su Hegel io che sappia almeno spero
che nella storia tutto ha un suo perché”
“Ma certo” “Dunque questo è tutto vero?”
“Non so” rispose quello e lui “Touchè”
e armato di registro e inchiostro nero
proclama a tutti: “Io Le metto tre!”
Infertogli così il colpo fatale
lo lascia agonizzar sul davanzale.

Color che spesso si so’ crogiolati
con speme di copiar dal bigliettino
verranno prima o poscia condannati
a patir il medesimo destino,
Trovandosi di pari dissanguati
a languir come tocca a quel meschino.
Alziam pertanto una lamentazione
ai martir della pubblica istruzione!

domenica 22 maggio 2005

CARPE DIEM

Non indagare tu qual sia il fato
(non posse!) che a noi dieder gli dei
neppure, Leuconoe, i maghi caldei
meglio che esso tal è sia accettato
sian molti da Giove o questo solo
datici inverni in cui il vasto mare
vedremo fiaccarsi tra scogli in volo
Bevi e per breve il lungo sperare
tronca, parlando già fugge in premura
l’attimo cogli del dopo insicura.