venerdì 16 agosto 2013

Due cose al mondo sono infinite: l'universo e la coda in segreteria

Certe cose non cambiano mai: passano gli anni, le facoltà muoiono, le scuole di medicina nascono, i capoccia vengono sostituiti, ma la coda in segreteria resta.
Mi scuso con gli affezionati lettori (che non ho) per la ripetizione di argomento, ma penso che pochi ricorderanno questo post di marzo 2009...

Università degli studi di Torino, 29 Luglio 2013, h. 10.00

Qualcuno in una segreta stanza dei bottoni carica un pdf sull'albo di ateneo, gesto che può apparire innocuo, ma che in realtà segna l'inizio di un count-down disperato: è l'ufficializzazione delle graduatorie dei concorsi di specialità di medicina, significa che i fortunati vincitori di una borsa hanno quattro giorni di tempo (incluso quello della pubblicazione) per perfezionare la propria immatricolazione, pena l'esclusione dalla scuola.
Lo ammetto, non ho passato la mattinata consumando F5 sulla pagina dell'albo: sono stata svegliata da un messaggio su whatsapp che mi comunicava la pubblicazione delle graduatorie e, come logico, mi sono fiondata a verificare di persona.

Casa mia, h. 10.10

ancora in pigiama apro la pagina personale dell'università, constato la veridicità delle mie fonti esultando un poco tra me e me e mi lancio alla ricerca delle istruzioni sull'immatricolazione.

stesso luogo h. 10.12

rinuncio a districarmi da me e per compiere i poco intuitivi passaggi burocratici mi faccio teleguidare passo passo via iMessage. Si tratta poi di schiacciare una serie di tasti di conferma su cose che non c'entrano nulla, ho già dichiarato nella pre-immatricolazione o semplicemente ignoro (tipo il punteggio dell'esame di stato, comodamente espresso in duecentosettantesimi e sparito da ogni documento in attesa dell'attestato ufficiale che dovrebbe giungere, secondo le previsioni del sito dell'ateneo, nel 2019).

stesso luogo h.10.22

Finisco la trafila e in premio ottengo un pdf con la domanda da compilare e un bollettino di 496 euro corrispondenti alla prima rata delle tasse da pagare, il resto ci sarà comodamente detratto dallo stipendio, quando ne avremo uno.
Provo a stamparlo ma la mia stampante si rifiuta. Non è la prima volta coi bollettini, di solito formattando da un punto di ripristino si risolve. Di solito. Ma questa, ovviamente non è una di quelle volte.
Lancio uno sguardo all'orologio (10.35) e inizio a pensare. Oggi è lunedì, la segreteria ha orario 9-11.00, probabilmente smetteranno di distribuire i numeri un po' prima... abito ad appena 800 metri di distanza, ma sono a piedi, quindi il limite temporale massimo per avere anche solo la speranza di passare di oggi scade tra meno di 10 minuti.
Anzichè ripristinare per l'ennesima volta la stampante tento di pagare il bollettino on-line, ma non trovo la chiavetta che genera i pin. Il bancomat è l'ultima speranza, mi precipito allo sportello più vicino, ma il sistema è fuori uso per via della forte grandinata di ieri sera.

via Nizza, h.10.48

tempo scaduto. Torno a casa mogia ben sapendo il delirio che mi aspetta domani.

Segreteria di Corso Massimo, 30 Luglio 2013, h.8.30, 31°C

E' sempre facile dire "domani mattina mi piazzo davanti alla segreteria un'ora prima che apra così sono il primo", ma, guarda caso, c'è sempre misteriosamente qualcuno più paranoico di te, così quando arrivo (con un anticipo che non è poi folle) il mucchio di persone in coda raggiunge almeno la trentina.
Tipica espressione da studente in coda in segreteria
(la barba è cresciuta e i capelli si sono incanutiti nell'attesa)

Come da manuale non c'è una fila vera e propria, ma un indistinto agglomerato di persone che chiacchierano tra loro. Tranne i primi tre che presidiano la porta con la forza d'animo di Gandalf nelle miliere di Moria, tutti gli altri raggiungono un gruppo di amici con cui fingono di chiacchierare per passare il tempo, in realtà non aspettano che il momento buono per lanciarsi sul distributore di numeri e scavalcare una ventina di persone.

stesso luogo h. 9.00

Finalmente con un cigolio sinistro la saracinesca si alza, i primi si lanciano sulle porte prima ancora che ci sia lo spazio per passare e quello che sembrava un raduno di amici incontratisi per caso al bar diventa un incontro di lotta greco-romana in un turbinio di arti tra l'esterno e l'anticamera della segreteria.
Mano a mano l'ordine viene riguadagnato e si forma una coda (che naturalmente è completamente diversa dall'ordine di arrivo) e ciascuno guadagna il proprio numero. Più quello per gli amici. E magari uno di scorta che non si sa mai. Riesco ad ottenere un onesto 28.
Il primissimo fortunato si accomoda allo sportello, tutti gli altri decidono di essersi meritati, con tanta fatica, una colazione ed invadono i bar limitrofi (totalmente impreparati ad un tale affollamento a fine luglio).

Nel caos di ordinazioni multiple e conti non pagati compagni di corso che non si vedono da mesi o da anni si ritrovano e si raccontano a vicenda le proprie peripezie; nuovi compagni di specialità fanno conoscenza, forse qualcuno fa anche in tempo a incontrare l'amore della propria vita.
Intanto, imperterrita, la segreteria svolge il proprio compito con la consueta, esasperante lentezza.

stesso luogo h. 10.00, 35°C

9 fortunati sono già riusciti ad immatricolarsi, mentre la distribuzione dei numeri ha raggiunto il numero 80. Qualcuno periodicamente parte in missione esplorativa per indagare l'avanzamento dei lavori e lo comunica a tutti gli altri. Di lì a poco fanno la comparsa delle creature della notte che alla chetichella distribuiscono moduli da compilare nell'attesa del proprio turno, con intestazione diversa per ogni scuola di specialità.
Immediatamente inizia l'accaparramento selvaggio: la folla si sposta davanti alla segreteria brandendo cannoli alla crema mezzi mangiucchiati e pretendendo il modulo per la propria scuola.
In tre minuti le copie finiscono e chi li distribuiva sparisce per sempre dietro a uno sportello senza proferire verbo.
Chi è riuscito a procurarsi il modulo corretto inizia a compilare buono buono in un angolo, gli altri, un po' interdetti, chiedono spiegazioni sputacchiando briciole di croissant, ma il muro degli uffici resta impenetrabile. Quando la folla questuante diventa troppo numerosa per essere sopportabile fa la propria comparsa una segretaria urlando che è inutile attendere i moduli perchè sono finiti e la stagista è andata a fotocopiarne di nuovi. Presto la distribuzione riprenderà.
La notizia viene accolta da un momento di sollievo, dovuto, più che alla rassicurazione sui moduli, alla consapevolezza che, probabilmente, qualunque cosa ci aspetti, è molto meglio che essere stagisti nella segreteria dell'università.

stesso luogo, h. 10.15

La distribuzione raggiunge il numero 100 proprio mentre il dodicesimo fa il proprio trionfale ingresso allo sportello, ma, ci rassicurano, la segreteria non chiuderà per pranzo come previsto (cioè dalle 11 alle 13.30). Ciò sposta le previsioni per la fine delle immatricolazioni da gennaio 2014 a novembre 2013.
Mi impadronisco anche io di un modulo da compilare, assieme ad una cinquantina di fortunati e assisto ad una prima ondata di panico: il modulo richiede dei dati anagrafici e le coordinate bancarie per l'accredito dello stipendio. Il branco di venticinquenni cresciuto tra la bambagia dei banchi alle prese col primo cosiddetto lavoro della propria vita mostra la propria natura: non tutti hanno un conto corrente, quasi nessuno ha dietro l'IBAN.
Improvvisamente l'interno e i dintorni della segreteria si trasformano in un call center: "Mamma, mi mandi per e-mail l'ultimo estratto conto della banca?" "Papà puoi fare una foto alla mia carta e mandarmela per sms?" "Ma' che ci devo scrivere qui dove dice CAB, ABI e un sacco di altre sigle strane?". Santissimi smartphone.

Il vero scompiglio giunge, però, quando qualcuno dei sopravvissuti, uscendo, si lascia sfuggire che la foto per la smart-card viene fatta dal vivo, durante l'immatricolazione, dentro la segreteria, attraverso il vetro antiproiettile.
Ci guardiamo in faccia e negli occhi di ciascuno leggiamo un identico orrore: siamo vestiti alla bell'e meglio: t-shirt da mare, canotte, copricostume, pettinature stravaganti, nulla con cui si desideri comparire sul tesserino da portare ogni giorno appeso al camice per i prossimi cinque anni.
Guardo l'ora (10.30), poi il numero che sta passando (18) e calcolo il tempo necessario a tornare a casa, fare una doccia, vestirmi in modo appena più presentabile dalla vita in su e tornare indietro. Dovrei farcela abbondantemente, ma nel dubbio inizio a correre.

casa mia, h. 10.40

Entro in casa, lancio i vestiti ovunque, mentre apro i cassetti alla ricerca di qualcosa di sensato da mettermi (ci son pur sempre 35 gradi) scrivo ai compagni rimasti in coda di recuperarmi un modulo e avvisarmi quando sono quasi al mio numero. Faccio la doccia più veloce della mia vita, asciugo i capelli col phon per togliere l'impressione "mi sono svegliato da 5 minuti mentre una mucca mi leccava il ciuffo" e mi precipito fuori di casa.

h. 10.59

sono di nuovo davanti alla segreteria, sono molto più sudata di prima della doccia, i capelli sembrano quelli di uno spaventapasseri in una gabbia di Faraday e sono vestita in modo ancora più assurdo di prima, con la camicia e le infradito come i mezzobusti del tiggì.



stesso luogo, h. 11.00

Un tizio esce e ci invita ad accomodarci all'interno, la segreteria chiude, ma chi è in possesso di un biglietto potrà rimanere nella afosissima sala d'attesa e aspettare il proprio turno.
Più di sessanta persone, in coda da due ore, ormai prive di speranza e della forza per protestare si accalcano nello spazio claustrofobico, si siedono a terra e continuano, rassegnate a chiacchierare.

h. 11.05

Una segretaria esce dal suo gabbiotto ed inizia a strillare cose come
"Fate silenzio! Siamo pur sempre in un ufficio pubblico, non potete fare tutta questa confusione, non riusciamo neanche a capire cosa ci dice chi sta dall'altra parte dello sportello"
Cara mia - penso tra me e me - se metti sessanta persone che non hanno nulla da fare in uno spazio adatto ad ospitarne dieci con 40 gradi, il minimo che ti puoi aspettare è che parlino tra loro, se non altro per accertarsi che i compagni non siano svenuti dal caldo.

"Noi stiamo lavorando"
Noi invece siamo chiaramente degli esseri perversi che traggono piacere dal restare ore in coda sotto il sole e pagare pure 500 euro per il privilegio

"Era del tutto imprevedibile che sareste arrivati tutti oggi"
Imprevedibile, forse, per i potenti mezzi di UniTo... Ci sono in tutto 4 giorni per iscriversi e il primo (come ho dimostrato) è inutilizzabile anche da chi abita sopra alla segreteria, nessuno si arrischierà ad aspettare l'ultimo perchè se qualcosa va storto perde la borsa. Logica vuole che delle 234 persone che hanno di fatto due giorni per iscriversi, metà circa sceglierà il primo giorno... fanno 118 persone in 4 ore di apertura dello sportello per un tempo netto di 2 minuti a persona. Se, di buona lena, il tempo necessario all'iscrizione sono 10 minuti non serve Nostradamus a prevedere la coda abnorme, basta un bambino di quinta elementare.

"Nessuno vi ha detto di accalcarvi tutti qui, noi restiamo aperti, quindi o fate silenzio oppure uscite fuori"
A questo punto, finalmente, qualcuno ha il buon gusto di far notare che se siamo tutti dentro non è perchè siamo fan della sauna finlandese, ma perchè un suo collega ci ha detto che chi restava fuori avrebbe dovuto rifare la fila.

"Non so chi ve l'abbia detto"
Probabilmente un'allucinazione mistica da calore, come San Pietro che appare a Fantozzi sopra la porta nelle partite di calcetto...

Per pura fortuna, prima che compia qualche gesto inconsulto, sul display appare il numero magico: 28.
E' il mio turno.

Rimango sconvolta dalla banalità della procedura. Mi avvicino allo sportello con il modulo compilato, consegno un documento, firmo dei fogli di cui ignoro il contenuto, mi chiedono nuovamente il voto dell'esame di abilitazione. La mia voglia di litigare è a zero e questo benedetto voto in duecentosettantesimi non me lo ricordo o non l'ho mai saputo, l'idea di rifare la coda, però, mi atterrisce più di un eventuale futuro controllo, quindi invento spudoratamente mantenendomi sul basso e sperando che dichiarare il falso a proprio sfavore non sia un reato.

Cambio sportello, è l'ora della foto. Ho passato così tanto tempo al caldo che la doccia è un lontanissimo ricordo e sicuramente non serve a darmi un aspetto migliore nella foto, almeno non se viene scattata attraverso un vetro sporco con una webcam.
Se solo avessero scritto sul sito dell'università di portare una fototessera l'avremmo anche fatto, invece no, la procedura prevede che la segretaria afferri con la mano una webcam di plastica effetto fisheye (che farà hipster nelle foto delle vacanze, ma sui ritratti è mortale), appoggi la suddetta webcam al vetro antiproiettile, chieda allo specializzando di fare "un passo indietro, no più a sinistra, guarda più in alto, no verso destra, ancora un po'...ecco sì così!" e scattare una foto di cui vergognarsi a vita.

Mi consegnano la fantomatica "smart-card" il cui nome fa decisamente a pugni con l'espressione da deficiente che sfoggio sulla foto, un lettore apposito, un foglio bianco, uno blu e le preziose istruzioni "questoèillettoredellasmartcard doveteattivarlaprimadiandareafirmareilcontrattomiraccomandononperdeteilfogliobluchedentroc'èilpin"
Firma in quadruplice copia per essere stata "adeguatamente informata in modo completo sul funzionamento della firma elettronica" e sono fuori.

E sono solo le 11.45

Beh, dai, pensavo peggio!

mercoledì 24 luglio 2013

Un medico



Sono sei anni, da quando ho iniziato a tenere questo sito, che il sottotitolo sta lì dov'è e penso che i tempi siano finalmente maturi per spiegarne il perché.


Il protagonista della canzone di De Andrè e prima ancora della poesia di Lee Masters da cui il suddetto titolo è tratto è un giovane dottore appena laureato che vuole "essere buono e saggio e coraggioso e utile al prossimo", ma poi si rende conto che i suoi compaesani sono dei poveracci e che non sopravviverà mai con quel poco che guadagna, così inizia a vendere elisir di giovinezza e finisce i suoi giorni in carcere scontando la pena per truffa.

De Andrè aggiunge alla storia lapidaria di Lee Masters un tocco di romanticismo: un bambino che vede ogni anno sfiorire i ciliegi per far posto ai frutti e in questo passaggio stagionale legge il male del mondo, quello a cui desidera porre fine aiutando "i ciliegi a tornare in fiore". Non per un dio (De Andrè non avrebbe mai detto come Masters "porterò il credo cristiano nella pratica della medicina"), ma nemmeno per gioco, perché il bambino è ormai cresciuto, è un dottore vero.
Il prosieguo della storia è il medesimo, con l'aggiunta di un solo, piccolo, insignificante e poetico dettaglio: quell'elisir di lunga vita altro non è se non l'estratto dei fiori di ciliegio, di quei sogni di bambino sbriciolatisi all'impatto con l'amara realtà.

Bella storia di merda a fare da frontespizio a un sito di medicina no?

Le aspettative del bambino di De Andrè sono spropositate: lui vuole "guarire i ciliegi" che da un lato è impossibile (se sfiorire è ammalarsi allora sono destinati a farlo), dall'altro è inutile perché rifioriscono da soli ogni primavera. Non importa, quindi, se la sua motivazione è la più giusta del mondo, è destinato a fallire in ogni caso e la caduta da un'altezza simile non potrà che essere vertiginosa.

Di certo più in basso di così il dottore non poteva scendere, "bollato come imbroglione e truffatore dall'integerrimo Giudice Federale" dice Masters, il giudice sì che ha capito tutto, sembra sottintendere, lui e gli altri medici che "sanno cosa c'è nel tuo cuore" e ti condannano a morire di fame.

Quello che mi chiedo, però, è se la storia del medico di Spoon River potesse finire meglio. Era davvero l'unica soluzione passare da medico degli ultimi a truffatore di danarosi? La caduta è una conseguenza aritmetica dell'avere delle aspettative eccessive?
Molti di coloro che aspirano a fare questo mestiere lo fanno per una generica necessità di essere utili al prossimo o di sentirsi buoni per aver alleviato le sofferenze di qualcuno. Motivazioni che vengono però messe alla prova molto presto, prima ancora di avere la possibilità di "giurare ricevendo il diploma". Ci sarà sempre la circostanza, il paziente, l'evento che ti insinua il dubbio di essere stato troppo ingenuo, di aver avuto aspettative troppo alte.

Non è più una questione di "morire di fame" perché all'onorario dei nobili salvatori del popolo ci pensa (per ora) lo Stato, è più una questione di "morire dentro".
La bilancia della soddisfazione in medicina è composta da granelli di sabbia e da macigni. Un solo macigno è in grado di buttare al vento milioni di sassolini faticosamente raccolti.

Purtroppo nell'immaginario collettivo, e quindi anche in quello di chi si accinge a intraprendere questo percorso, il medico "salva delle vite". Nella realtà no, non salva vite,non sempre almeno, ma le incontra.
Si interfaccia con persone di ogni tipo, in condizioni particolari usufruendo di un rapporto peculiare, quello in cui il paziente può/deve fidarsi/confidarsi di e con chi sembra avere per caso in mano la sua salute.
Ogni giorno ci sono momenti in cui, come medico, senti di dovere a tutti una risposta, ma quello che importa in realtà è la domanda. In queste circostanze si può imparare molto tacendo, non abbandonando, ma ascoltando.

Qualcuno una volta su questo mio frontespizio ebbe a dire che per quanto rileggesse la frase gli piaceva sempre meno:
Perchè mi hanno insegnato che i ciliegi non hanno bisogno di noi per tornare in fiore ogni primavera... e "fare", "agire", "pensare", insomma "vivere" per qualcosa che non necessita del nostro "vivere" mi sembra tempo sprecato.

E' vero, guarire i ciliegi è inutile, lo è perché è il sogno di un bambino, del tutto irreale.
Ma anche la medicina è inutile, vana, irreale: combatte una battaglia che sa di perdere, solo per allungare e forse migliorare una vita che è destinata a finire.
Perché qualcosa cambi bisogna credere che il cambiamento sia possibile e che possiamo esserne artefici, ma è possibile che il macigno che spazza via tutte le illusioni arrivi indipendentemente dalle nostre convinzioni. Ed è qui che si apre il bivio tra un medico, quello di De Andrè, e il medico che vorremmo essere. Non più ingenuo, ma altrettanto desideroso di volare alto.

Per questo, anche se allora non lo sapevo, mi piaceva quella frase e per questo non l'ho mai cambiata: perchè è un monito a non trasformare l'odore dei fiori di ciliegio di quando eravamo bambini nell'elisir della nostra rovina.

lunedì 15 luglio 2013

Socrate e il Concorso per le Scuole di Specialità di Medicina

Il concorso di specialità è stata la mia vita per gli ultimi mesi, quindi non vedo di cos'altro vi potrei parlare.
So che è strano, ma non è mia intenzione lamentarmene, non subito almeno. Voglio prima provare a mettervi nella prospettiva di chi lo ha concepito e per farlo ho preso spunto da uno scrittore underground innovativo: un certo Platone.
Questo sarà quindi un dialogo tra Socrate e un lontano parente di quello che lo accompagnerà alla morte nel carcere di Atene, Cristone (il perchè di questo nomen-omen vi sarà forse chiaro alla fine del dialogo). Non resta che augurarvi buona lettura.

I.

S: O Cristone dove vai così di fretta?
C: Socrate, cercavo proprio te, mi è stato affidato un compito che non sono in grado di svolgere, ho bisogno del consiglio di un sapiente
S: giammai mi definirei sapiente, o Cristone, ma forse assieme, interrogandoci potremmo risolvere il tuo problema, di cosa si tratta?
C: mi hanno affidato il compito di selezionare le nuove modalità di concorso per le scuole di specializzazione di medicina
S: è un compito molto delicato, come pensi di venirne a capo?
C: è proprio per questo che ho necessità del tuo aiuto, Socrate.
S: bene, vediamo dunque, non vogliamo forse che i medici del futuro siano persone sagge?
C: certo che lo vogliamo, Socrate
S: e come possiamo valutare che lo siano?
C: devono avere avuto dei buoni risultati all'università, questo dimostrerà la loro intelligenza e il loro impegno
S: pensi, Cristone, che questo, il profitto universitario intendo, sia sufficiente al punto da essere l'unico criterio per selezionare un aspirante specializzando?
C: no, o Socrate, sicuramente ci sono degli altri fattori altrettanto rilevanti
S: e quali sono?
C: ad esempio il giovane medico dovrebbe dimostrare di essere interessato alla materia e di aver frequentato con assiduità il reparto dei suoi maestri, Socrate!
S: senza dubbio, che altro?
C: magari potrebbe aver pubblicato qualcosa per rendere maggior onore al suo dipartimento
S: ottimo, e non trovi forse che dovrebbe essere anche a conoscenza delle arti della medicina in generale, o Cristone?
C: sì, certamente è come dici, Socrate
S: e non dovrebbe forse sapere anche qualcosa di più specifico riguardo alla specialità che si accinge ad intraprendere? Non dovrebbe forse dimostrare di aver speso proficuamente il proprio tempo in reparto accrescendo le proprie conoscenze?
C: non posso dire che tu abbia torto
S: bene, e pensi forse che questi siano criteri sufficienti per selezionare un aspirante specializzando?
C: mi sembra che bastino, sì
S: non dimentichi forse la parte pratica?
C: Hai ragione, la si potrebbe valutare con un colloquio orale
S: Non pensi forse, Cristone, che un orale con una commissione costituita dagli stessi professori che hanno cresciuto il proprio allievo in reparto si presti a distorsioni e favoritismi?
C: certamente, Socrate, come pensi, però, che si possa risolvere questo problema?
S: certamente non è facile, ma non trovi che uno scritto a risposta aperta in busta chiusa renderebbe giustizia delle conoscenze del candidato senza che la sua persona influenzi i componenti della commissione?
C: non so come ho fatto a non pensarci prima, Socrate, hai proprio ragione!


II.

S: abbiamo quindi concluso, o Cristone, che per selezionare un giovane medico sono necessarie almeno quattro virtù: la sua bravura in ambito accademico, la sua dedizione nella frequenza, le conoscenze di medicina generale e quelle specialistiche. Pensi che questi parametri debbano pesare tutti quanti allo stesso modo?
C: certamente no, o Socrate, alcuni di questi sono più importanti di altri
S: e che peso attribuiresti ai primi due, la carriera e la frequenza?
C: non più di un quarto, Socrate, altrimenti coloro che hanno parenti in università potrebbero passare davanti ai cittadini realmente meritevoli!
S: e come divideremo i restanti tre quarti?
C: penso che sarebbe corretto che metà di questa parte sia utilizzata per valutare le conoscenze generali e l'altra metà nozioni specialistiche.
S: Quindi se avessi 100 sassolini di uguale misura con cui votare per ciascuna virtù dei candidati ne useresti 25 per la carriera, 40 per le conoscenze di medicina e 35 per le competenze specifiche, è così?
C: è così, Socrate
S: non ti sembra che 35 sassi su 100 sia un peso eccessivo da attribuirsi a competenze di una specialità che il giovane si accinge appena ad intraprendere?
C: no, Socrate, perchè se lo studente è diligente e frequenta, ad esempio, il reparto di dermatologia dal quarto anno, una volta laureato difficilmente sarà esperto nella nobile arte dei farmaci e veleni e molto meglio saprà distinguere le chiazze della pelle! Se attribuissimo un valore minore alle competenze specifiche e uno maggiore alla medicina nel complesso questo giusto cittadino non avrebbe alcuna possibilità.
S: vedo che sai come ragionare, o Cristone, facciamo come dici.



III.

S: vedo che abbiamo già quasi svolto il compito che ti era stato assegnato, o Cristone, abbiamo stabilito quali siano le virtù che un giovane specializzando deve avere e abbiamo fissato il peso di ciascuna di esse, ci resta da stabilire i parametri con i quali valutare queste virtù. Iniziamo dalla carriera universitaria, come la peseresti?
C: io penso, o Socrate, che il modo migliore per valutare il profitto di uno studente sia il voto di laurea
S: pensi quindi che gli studenti che arrivano alla fine dei propri studi con centodiecielode siano tutti uguali o c'è forse qualcosa che li distingue e alcuni sono più bravi e altri meno?
C: sicuramente c'è qualcosa che li distingue
S: e come potremmo fare a distinguerli?
C: potremmo utilizzare i voti degli esami al posto del voto di laurea
S: non pensi forse che in questo modo toglieremmo valore alla tesi di laurea e più nessuno vorrebbe dedicarcisi dal momento che così poco viene presa in considerazione?
C: è senza dubbio come dici, Socrate, cosa proponi dunque?
S: non sarebbe forse più corretto valutare sia il voto di laurea, e quindi la tesi, sia i voti degli esami?
C: certamente è più giusto.
S: e come misuriamo il resto della carriera?
C: potremmo considerare quanto lo studente ha frequentato il reparto
S: non hai forse detto poc'anzi che è molto comune l'usanza di raccomandare i propri figli e nipoti? Non pensi forse che la certificazione della presenza potrebbe essere diversa in ragione di questi favoritismi?
C: è un problema a cui non avevo pensato, Socrate, ma è come dici.
S: non sarebbe forse più corretto considerare a che specialità afferisce la tesi? Per prepararla lo studente deve aver frequentato con assiduità il reparto!
C: un metodo semplice eppure efficace, non mi meraviglio che tutti ti definiscano saggio, o Socrate.
S: Pensi dunque che questo possa essere l'unico parametro per misurare l'interesse del candidato?
C: no, Socrate, sicuramente ne esistono degli altri
S: e quali?
C: si potrebbero considerare attività svolte in università o convegni inerenti alla specialità o articoli pubblicati dallo studente
S: Mi sembra corretto. Che peso attribuiresti a questi parametri, o Cristone?
C: penso che la tesi dovrebbe valere non più della metà della metà dei punti della carriera, quindi 7 su 100, le altre attività massimo 3 su 100 e gli articoli lo stesso, 3 su 100.
S: Benissimo, ora possiamo chiederci come determinare le competenze sulla scienza medica. Come pensi di verificarle?
C: si potrebbe richiedere ai candidati di rispondere ad alcune domande su un caso clinico loro presentato, o su più casi clinici che spazino in vari ambiti del sapere medico
S: quello che dici è corretto, o Cristone, ma ti ricordo che attribuire una valutazione a questo tipo di prove è molto complesso e si presta a facili rimaneggiamenti qualora coloro che ne sono incaricati non siano onesti!
C: hai senza dubbio ragione, o Socrate, tu cosa proponi dunque?
S: non trovi che rispondere a brevi domande come quelle che io ti pongo sia più facile?
C: è come dici, Socrate
S: e non trovi che sia più facile per chi ci ascolta stabilire se la risposta è giusta o sbagliata?
C: non posso darti torto
S: so di una terra d'oltremare dove questo metodo di indagine è piuttosto diffuso, mi pare lo chiamino "quiz", si tratta di domande brevi con risposte predefinite e il candidato deve solo scegliere quella più corretta tra le cinque possibilità
C: un sistema rivoluzionario, Socrate.
S: si tratta di domande facili da formulare, brevi da risolvere e soprattutto da correggere, sono trasparenti e incontrovertibili, se la risposta corretta è A non c'è modo che un tiranno riesca a dimostrare che è B
C: questo è senza dubbio vero in Grecia, o Socrate, ma devo avvisarti che in Italia sono molto litigiosi e immagino che un sistema simile genererebbe migliaia di ricorsi, con avvocati pronti a qualsiasi cavillo per dimostrare che è corretta anche la risposta B con conseguenti alterazioni della graduatoria.
S: è un problema che si potrebbe risolvere facilmente, o Cristone
C: non riesco a vedere come, Socrate
S: sarà sufficiente fornire con stretto anticipo l'elenco completo delle domande con la risposta corretta, in questo modo nessuno potrà lamentarsi di non esserne a conoscenza
C: ma Socrate, in tal caso non basterà che il giovane impari le risposte senza che sia per lui necessario studiare?
S: non se le domande saranno in numero sufficiente da rendere questa prova impossibile per un intelletto umano
C: capisco, e quante dovrebbero essere? Mille?
S: no, almeno una miriade [10.000 N.d.T]
C: nessuno è in grado di scriverne tante diverse ogni anno, penso che il massimo siano cinque migliaia
S: e sia!


IV.

S: come vedi il tuo compito è quasi concluso, o Cristone, ci resta da stabilire quante di queste domande "quiz" far risolvere al candidato.
C: abbiamo detto la metà dei due terzi di conoscenze di medicina, sono circa 40 su 100.
S: e pensi quindi di attribuire 35 su 100 alla domanda in busta chiusa, non pensi forse che i tiranni di prima potrebbero agire facilmente su questa prova se le attribuiamo un peso così grande?
C: sei molto cauto, Socrate, e hai senza subbio ragione, potremmo aggiungere delle domande "quiz" anche per le specialità
S: mi sembra una buona idea, o Cristone, e quanto vogliamo che pesino?
C: 20 su 100, così assieme alle altre 40 di medicina fa 60.
S: Vedo che l'algebra non ti inganna, Cristone, ma questo significa che dovremo inventare altre domande per ciascuna delle specialità e saranno ben più di una miriade!
C: purtroppo non è possibile, Socrate, ci sono specialità per cui non esiste un tale numero di domande da porre
S: cosa proponi dunque?
C: penso che il numero giusto possa essere 350.
S: bene, vedo dunque che abbiamo definito cosa sia un medico giusto e preparato e quali siano le sue virtù che è necessario considerare per consentire solo ai migliori di entrare in specialità
C: in buona parte è merito tuo, Socrate
S: no Cristone, come vedi non ne sapevo nulla più di te, ho solo tirato fuori le idee che non sapevi di avere così come fa la levatrice con i bambini.