giovedì 5 febbraio 2009

MONTAROLO

metà dei miei venticinque lettori lo sa già, l'altra metà sappia che questa follia è nata in una sera di influenza. Non sapevo cosa fare e, si sa, la noia (e la febbre) fanno compiere azioni insensate. Mai come quella di pubblicare il tutto qui, me ne rendo conto, ma almeno per quello ho l'autorizzazione (vero?).
Bando alle ciance, si tratta di una canzone di De Andrè -il bombarolo- a cui ho impercettibilmente cambiato le parole.
di seguito video e testo. Per testo e video della canzone originale vi rimando a questa pagina


Chi va dicendo in giro che odio il mio lavoro
non ha capito nulla di niente neanche solo
che sono indipendente e che nelle mie ore
recito la mia parte, faccio l'attore;

ma lo studente fragile mi guarda con paura
vedendo che se sbaglia faccio la faccia scura
e non capisce mai che questo è il mio lavoro
eppure è facile, son Montarolo!

Salendo per le scale scelgo con attenzione
puntando il designato col celebre bastone,
vi sembra il giorno in cui la decisione è mia
tra la condanna a morte e l'amnistia;

in aula tante facce non hanno un bel colore:
quelli che terrorizzo si ammalan di terrore,
c'è chi ammutolisce, chi si nasconde al volo
perché faccio paura, son Montarolo.

Intellettuali d'oggi, idioti di domani
qui chi non ha cervello non mi passi per le mani
chè se non siete logici, si vede già a lezione,
dottori diverrete di confusione,

vi laureerete un giorno e avrete in cura dei pazienti,
ma per allora è certo che sarò fra i latitanti
io me ne scappo in Svizzera, che mi curino loro,
ma voi giammai mi avrete, son Montarolo!

Al collo tengo appeso un lungo elenco di studenti
dai quali giammai voglio esser preso per paziente,
neanche se sono in coma, e voi il solo dottore
rimasto sulla terra, meglio morire.

Appena rispondete a me in modo sbagliato
vi aggiungo a quella lista e vi sego difilato,
ma penso all'operaio che curerete solo
quando vi boccio, giuro! son Montarolo.

C'è chi lo vide ridere di fronte allo studente
sperso davanti a qualche battuta imbarazzante,
c'è chi lo vide urlare un torrente di vocali
verso chi compie errori "così banali",

ma questa messinscena è come fosse un gioco
costringere a studiare capendo ne è lo scopo,
ma poichè provocati si ama o si odia solo
non c'è una via di mezzo con Montarolo!

lunedì 26 gennaio 2009

IL MESTIERE DI PROFESSORE




Per più esami mi è capitato di confrontare i miei appunti con sbobine di anni passati (generalmente del 2003-2004) e mi sono accorta di questo inquietante fatto: indipendentemente dal professore, spiegazioni, esempi, frasi, battute sono identiche a quelle sentite in classe a quattro anni di distanza. 

Questo mi ha fatto per l’ennesima volta pensare all’analogia tra il mestiere di professore universitario e di attore. Ogni giorno davanti a una platea sempre diverso a recitare lo stesso pezzo, occasionalmente aggiustato qua e là, come è lecito a chi ne è l’autore, suscitando curiosità in attesa della reazione prevista o non prevista del pubblico-studente. Probabilmente anche i professori come gli attori sono in grado di percepire da piccoli segnali l’umore dell’uditorio, sanno già quante battute andranno perse, con quanta enfasi bisognerà caricare le parole perché penetrino, se ci saranno domande. Già, perché anche le domande si susseguono uguali di anno in anno e quelle fatte dai miei colleghi di quattro anni fa sono mostruosamente, sconcertantemente simili alle nostre. Certo il tutto è spiegabile considerando che le domande altro sono sono che reazioni di un pubblico omogeneo alle sollecitazioni impostegli. Tanto di cappello dunque ai professori che alla duemillessma replica del proprio show non fanno trapelare stanchezza alcuna, ma con un’abilità di consumati veterani del palcoscenico sono ancora in grado di suscitare emozioni nell’uditorio come fosse la prima volta. 

Non posso fare a meno di chiedermi però cosa provi un professore entrando in classe tutte le mattine, assumendo la propria priandelliana maschera e iniziando a recitare la commedia quotidiana, sempre uguale giorno dopo giorno, mese dopo pese, anno accademico dopo anno accademico. 

Daniel pennac professore-scrittore e infine attore per caso del proprio monologo “Grazie” descrive la propria esperienza teatrale così 




“Dopo qualche rappresentazione il testo cominciò a scorrere quasi indipendentemente dalla mia volontà. La voce era mia, i gesti erano miei ma io non c’ero più. Eppure quello sul palcoscenico non era un altro, ero proprio io, ma un io talmente corazzato contro gli imprevisti da aver inserito il pilota automatico: tutto scattava a comando, quello recitava la sua parte per cinquantacinque minuti, dava l’impressione di rivolgersi agli spettatori, ripeteva il testo senza pensarci, inanellando i paragrafi in ordine impeccabile, muovendosi, dissertando, ridendo, grugnendo, imprecando, lamentandosi, ringraziando[…] insomma a furia di italiane il testo mi aveva invaso e io avevo smesso di abitarlo.”
(D. Pennac, “L’Avventura teatrale”, Feltrinelli, 2007) 

Penso a quanti professori universitari abbiano scelto coscientemente di insegnare (mi rispondo: pochissimi) e quanti invece si siano ritrovati “per meriti accademici” risucchiati nel vortice spazio-temporale dell’insegnamento volenti o nolenti. 

Sì, perché immaginato dal punto di vista del docente l’insegnamento è uno strappo nel tessuto dell’universo, una vita che costringe a rivivere ogni giorno da capo allo stesso modo, mentre il tempo passa solo per te e gli altri restano immutabili. Ti ritrovi a tenere le stesse lezioni ogni anno con le stesse parole a degli eterni ventenni che non invecchiano mai, ti pongono sempre le stesse domande a cui rispondi meccanicamente. I

l tutto dà all’atmosfera i colori del deserto dei Tartari: un ufficiale-professore che si ritrova risucchiato dalla routine dell’insegnamento e quando si rende conto di star invecchiando è troppo tardi per congedarsi, la vita fuori non è più possibile perché tutto il resto è cambiato mentre l’ufficiale è sempre lo stesso, solo invecchiato. La vita non si è fermata ad aspettarlo, il treno è partito ed è tardi per rincorrerlo. 

Per questo i professori sono così restii ad abbandonare la propria cattedra-avamposto, sono convinta che ogni anno si ripetano “questo sarà l’anno buono, dimostrerò che tutta questa attesa ha avuto un senso, quest’anno i tartari attaccheranno”.

mercoledì 24 dicembre 2008

UN ANNO DI MIKIPEDIA




Ecco qui, sei mesi fa ho inserito il mio sito nel circuito dotTK, in cambio ricevo settimanalmente una mail con l'andamento delle visite del mio sito.
Ne ho fatto un diagramma (quello sopra) da cui risulta che:

  • dopo tutto la pubblicità funziona, il primo mese con un numero altissimo di visite avevo in cima alla pagina una barra pubblicitaria di link... l'ho tolta perchè mi dava fastidio, ne pago le conseguenze, ma tutto sommato non mi importa.
  • ad agosto si ha di meglio da fare che navigare su internet. E' vero che anche io aggiorno poco, ma il calo è troppo brusco per essere casuale
  • Infine questa è la parte più divertente, posso anche scoprire da dove si collega la gente che visita il mio sito. Immagino che per un sito inglese sia molto interessante e piuttosto utile, ma per uno italiano la cosa è davvero comica.

risulta che siano finiti per sbaglio su questa pagina lettori di

  • USA (non pochi! forse fuorviati dal nome inglese e da chissà quali promesse di perdizione in esso implicite...)
  • Belgio
  • Svizzera
  • Israele

Mi chiedo proprio perchè tutti paesi così strani.... voglio dire, che probabilità ci sono che un israeliano finisca per caso qui?? Statisticamente è molto più probabile che accada a un sudamericano o un tedesco o un canadese.

Ma io punto in alto, per l'anno prossimo voglio un visitatore dal Liechtenstein!