sabato 28 marzo 2020

Lavorare in Subintensiva al tempo del Covid19

Benché un flagello sia infatti un accadimento frequente, tutti stentiamo a credere ai flagelli quando ci piombano addosso. Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista. (La Peste, Albert Camus)


Se il cambiamento del pronto soccorso è stato progressivo e posticcio, quello della medicina d'urgenza del mio ospedale è stato rapido e definitivo.
Un giorno avevamo metà dei letti pieni di pazienti non-covid, il giorno successivo abbiamo avuto indicazioni di trasferirli in massa, quello ancora dopo avevamo gli operai a fare le modifiche.


Photo Courtesy of Fabio
Quando sono tornata per il primo turno di notte è stato un tuffo al cuore. Anche qui è sorto un muro dove non c'era, ma è intonacato e ha al centro una porta identica a tutte le altre con il cartello "accesso alla zona rossa". L'effetto è straniante come quello di certi sogni in cui sai benissimo dove sei e come dovrebbero essere le cose, ma quello che vedi è diverso dalla realtà.
Sono rimasti fuori dalla nuova porta due magazzini, la sala medici, lo spogliatoio medici e il bagno infermieri. Tutto il resto del reparto, compresa la cucina e i due studi, quello di segretaria e caposala e quello del primario, è stato svuotato e trasformato in stanze di degenza o in magazzini. In tutte le stanze è stato installato un circuito a pressione negativa, in breve significa che il ricambio d'aria dentro alle stanze è talmente rapido che quando si apre la porta l'aria entra sempre senza uscire mai e ciò garantisce un rischio minimo di fuoriuscita del virus. Inoltre sono state installate telecamere a infrarossi, per poter sorvegliare i pazienti anche con le porte chiuse, un interfono e sarebbero dovuti arrivare dei monitor per poter leggere i parametri vitali di tutti i pazienti da un'unica postazione pulita.

In terapia subintensiva vengono ricoverati i pazienti che hanno bisogno del ventilatore ma sono svegli. Pazienti che, cioè, vengono ventilati tramite maschere facciali o caschi. Queste procedure causano una importante aerosolizzazione (il virus viene sparato a distanza) e pertanto per assistere i pazienti servono le maschere filtranti e i camici impermeabili. 

A due giorni dall'inizio dei lavori il reparto è pronto, ma non ci sono maschere e camici a sufficienza per medici e infermieri. Rimaniamo fermi altri due giorni in attesa dei presidi, quando finalmente apriamo, sulla base della conta dei DPI (dispositivi di protezione individuale) ci danno indicazioni a ricoverare tre pazienti. Entro sera ne arrivano 7. In due giorni il reparto, ristrutturato per ospitare 10 pazienti, ne accoglie 14, uno in più dell'era pre-covid.
I monitoraggi che ci hanno promesso per i 6 letti rimanenti non arriveranno mai. Ci aggiustiamo recuperando qualche monitor portatile dal pronto e una colonnina parametri che abbiamo sempre avuto in reparto, ma un letto rimane completamente sguarnito. 

Le istruzioni iniziali sono tassative: non si può uscire e rientrare nelle stanze con i camici sporchi, non si può passare da una stanza all'altra con i camici sporchi, non si possono aprire le porte che per pochi secondi. Queste direttive durano meno di due turni: non reggono alla prova della penuria costante di mascherine.


Dal secondo giorno compare una riga per terra tracciata con lo scotch: la metà destra del corridoio è zona sporca: si può transitare da una stanza all'altra avanti e indietro con l'illusione di mantenere pulita l'altra metà. Le maniglie delle porte vengono disinfettate ogni 3 ore, tutto ciò che esce dalle stanze viene sanificato, un bagno è trasformato in locale svestizione.

Il mio primo turno nella subintensiva-Covid19 è una notte.

Mentre sono a casa ad aspettare di sapere dove e quando devo andare a lavorare, mi chiama una collega: "Siamo senza pile per i laringoscopi, se puoi valle a comprare e portarcene almeno 6 questa sera".
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Il laringoscopio è un attrezzo che si infila in gola ai pazienti addormentati per posizionare correttamente il tubo endotracheale. È costituito da un manico e da una lama d'acciaio. In cima c'è una luce che serve a illuminare la gola e guidare il posizionamento del tubo. Le pile scariche del laringoscopio sono il terrore di ogni anestesista... immaginatevi di avere un paziente addormentato e paralizzato e di dovergli cacciare un tubo in gola alla cieca mentre qualcuno vaga per il reparto alla ricerca di un altro laringoscopio o di pile nuove.
Ecco a noi oggi sono finite le pile di riserva e il magazzino non sa se e quando riuscirà a rifornirle. Trattandosi di un oggetto facilmente reperibile è più semplice e sicuro andare in ferramenta a comprarne una scorta che attendere novità dal magazzino. Sarà solo la prima delle tante pezze da mettere di questi tempi.

Il turno inizierebbe alle 22, ma mi chiamano prima: "Ci sono due ricoveri, vieni a darci una mano".
Percorro le strade deserte col mio motorino incrociando solo una pattuglia dei carabinieri e senza mai appoggiare i piedi per terra, un'unica tirata di 7 km.


Arrivo, recupero dal magazzino una tutina usa e getta pulita, mi cambio nello spogliatoio, cercando di passare indenne dalle scarpe (da riporre in apposita scarpiera) agli zoccoli (che stazionano su di un panno imbevuto di cloro). Anello, collana e orologio li ho lasciati a casa, altrimenti dovrei metterli e toglierli ogni volta che arrivo al lavoro. Mi lego i capelli (ho scelto un pessimo momento storico per farmeli crescere, ma tant'è) e mi lavo le mani con la soluzione idroalcolica con la tecnica consigliata dall'OMS. Impacchetto il telefono con il cellophane: potrei lasciarlo fuori, ma mi serve per fotografare i documenti, quindi dopo attenta analisi ho scelto la pellicola per alimenti, che preserva il touch screen e la fotocamera e può essere buttato a fine turno, sollevandomi dall'incombenza di sanificare il telefono ogni volta.

Vado a recuperare una mascherina chirurgica, che devo tenermi cara per tutto il turno. Con questa tenuta posso stare nella sala medici/relax ed entrare nella zona rossa, a patto di mantenermi nella metà sinistra del corridoio ed entrare solo in medicheria o in magazzino.

Ho appena preso consegne che una paziente decide di disconnettersi il casco: qualcuno deve entrare per sistemarglielo, ma gli infermieri sono a fine turno e sprecheremmo del materiale per pochi minuti di utilizzo, così entro io.

Mi metto la cuffia di tessuto non tessuto (10 secondi)
Mi lavo le mani con la soluzione idroalcolica (40 secondi)
Indosso il camice impermeabile chiudendolo dietro al collo e al fianco con un fiocco (30 secondi)
Mi metto la maschera filtrante (20 secondi)
Indosso il visor (5 secondi)
Mi lavo le mani con la soluzione idroalcolica (40 secondi)
Metto i guanti della mia misura (15 secondi)
In ogni passo sono assistita da un infermiere che spunta la checklist e la firma al termine.

A questo punto faccio il mio ingresso trionfale nell'open space in cui alloggiano tutti e 6 i pazienti. Salvo la paziente del letto 4 dal soffocamento riconnettendo il casco al ventilatore, le spiego che anche se le manca il fiato è altamente sconsigliabile tentare di autorimuoversi il casco perché rischia di precipitare da una brutta sensazione di dispnea al soffocamento vero e proprio causato dal restare con la testa in un sacco di plastica dove non arriva aria.

Photo Courtesy of Giovanna
Sudo sotto il camice impermeabile e il visor. Farsi capire dai pazienti è una fatica: già normalmente per parlare con chi ha un casco bisogna urlare, se poi indossi anche una maschera e un visor è un'impresa. Compiutala, aspetto. Aspetto il cambio degli infermieri e il ricovero di un nuovo paziente che deve arrivare dal pronto soccorso. Corro su e giù a tacitare allarmi dei ventilatori, a sistemare caschi, a chiudere flebo, a riavviare motori di materassi antidecubito, a riposizionare saturimetri. A un certo punto non ho più niente da fare. Ma non posso uscire, dovrei rientrare per il ricovero e sprecherei del prezioso materiale. Non posso fare nulla, però, così bardata, a parte sedermi e aspettare. Dopo 40 minuti a fissare il vuoto giunge un infermiere a salvarmi. Iniziamo il giro letti, per sistemare per la notte un paziente alla volta. Mi colpisce quanto ci sia da fare e a quante cose noi medici non diamo peso, semplicemente perché ci pensa qualcun altro. Per dormire (o almeno provarci) il paziente deve essere ben sistemato nel letto, con le lenzuola che non facciano pieghe, con la coperta se la vuole, deve aver bevuto, essere stato rassicurato, le flebo non devono finire nel cuore della notte o suoneranno gli allarmi, i cateteri devono essere vuoti. Mille piccole premure che gli infermieri dispensano quotidianamente, mentre noi ci preoccupiamo di chiedere esami, cambiare terapie e visitare i pazienti.

Quando arriva il ricovero mi rendo conto di un altro problema al quale non sono abituata: nulla può uscire dalla stanza. Se il paziente entra con la cartella del pronto soccorso bisogna buttarla e ristamparla da capo, se entra senza devo visitarlo senza i dati precedenti. Devo ricordare a memoria parametri, ecografia e anamnesi, per poterli scrivere un'ora o anche tre dopo, quando uscirò dalla stanza. Sembra banale, e in effetti siamo abituati a ricordarci dettagli dei pazienti anche dopo molto tempo, ma quando hai una sola malattia da curare, tutte le storie si assomigliano. Mi aveva detto che aveva solo febbre o anche tosse? I sintomi saranno iniziati 7 o 10 giorni fa? E l'ecografia com'era? Era lui che aveva quell'addensamento basale o il suo vicino? E come avrò impostato il ventilatore?. Per la prima notte me la cavo con la memoria, anche perché il paziente è uno solo, ma a breve si renderanno necessarie altre strategie.

Dopo alcune ore passate dentro ho le vertigini, scoprirò poi che capita a molti, qualcuno lamenta invece cefalea. Sospettiamo che sia colpa delle mascherine che costringono a inalare più anidride carbonica del dovuto, ma potrebbe anche essere la fatica continua, il rumore, gli allarmi.
Finalmente, dopo quasi 4 ore, esco dalla stanza.
Rimuovo i guanti
Lavo le mani
Rimuovo il camice slegandolo di lato e accartocciandolo su se stesso toccandolo solo dall'interno
Lavo le mani
Rimuovo il visor toccandolo solo da dietro
Lavo le mani
Rimuovo la maschera (prima l'elastico inferiore)
Lavo le mani
Rimuovo la cuffia toccandola solo dall'interno
Lavo le mani
Rimetto la mascherina chirurgica 
Bevo mezzo litro d'acqua in un sorso solo
Vado a fare pipì
Riscrivo al pc tutto quello che ho fatto al nuovo malato ricoverato, chiedo gli esami, imposto la terapia, compilo la scheda di ingresso per la raccolta dati.
Muoio su una poltrona per circa un'ora.
Arriva il cambio, sospiratissimo.

Sempre nel pomeriggio la telefonata mi aveva avvisato: "La seconda cosa che devo dirti è che da oggi ci facciamo la doccia a fine turno, quindi portati un asciugamano e le ciabatte". Io, che di solito non faccio la doccia neanche in palestra, preferendo di gran lunga quella di casa mia, sono stranamente sollevata.
Non mi è piaciuto tornare a casa dall'ultimo turno e dovermi fiondare in bagno abbandonando i vestiti in ingresso. Non mi sono sentita protetta a mettere la giacca, il casco, i guanti, dopo aver visitato malati covid con l'esile protezione di un camicino usa e getta e una mascherina chirurgica.
Recupero il mio fedele accappatoio in microfibra e le ciabatte di plastica che mi hanno accompagnato nei peggiori ostelli del mondo e li infilo nello zaino, solo che non mi sto preparando a un viaggio in India, ma a un improbabile tour post-apocalittico, come quelli che ora organizzano al reattore nucleare di Chernobyl.


Il nostro spogliatoio si è trasformato in un bagno attrezzato: sono spuntati dei phon nettamente migliori di quello che ho a casa e sembra un po' di essere in piscina o alle terme... coda per la doccia a parte. Però questo clima un po' campeggio, un po' apocalisse ci sta rendendo tutti più uniti. Come dice una collega "Quando tutto questo sarà finito o saremo una grande famiglia o non ci potremo più vedere". Speriamo la prima.

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mercoledì 25 marzo 2020

Lavorare in Pronto Soccorso al tempo del Covid19

La pace regnava sul mondo, le sentinelle non davano l’allarme, nulla lasciava presagire che l’esistenza sarebbe potuta cambiare. (Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari)
Photo courtesy of Giorgia
Nel corso delle settimane a partire da metà febbraio la coda in pronto soccorso si è accorciata sempre di più. Sono spariti prima i codici bianchi, poi si sono ridotti i codici verdi, e dalle classiche 4 ore di attesa siamo scesi a pochi minuti. I corridoi, di solito strabordanti di barelle, si sono svuotati. La notte un clima irreale calava sulle sale d'aspetto vuote.


Abbiamo vissuto a lungo un deserto dei Tartari, ma a differenza che nel classico di Buzzati, i tartari sono arrivati.

La prima ondata è stata più che altro di panico. Mentre in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna chiudevano le prime zone rosse, fuori dal nostro pronto soccorso si montava la tenda di pre-triage della protezione civile, quella dove gli infermieri muoiono di freddo a 4 ore alla volta vestiti come gli spermatozoi di "tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso e non avete mai osato chiedere".

Quel primo giorno siamo stati subissati di telefonate: "Il marito di mia cugina che fa il camionista è passato da Codogno ma senza fermarsi e poi ci ha portato un pacco di arance, potremmo esserci contagiati?", "Ho la febbre da tre settimane, devo fare il tampone?", "Il 1500 non mi risponde e il 112 mi ha attaccato quindi chiedo a voi". Chiunque avesse un numero interno dell'ospedale l'ha subissato di telefonate, rendendo impossibile l'attività ordinaria. Il centralino mi metteva in attesa, tutti i numeri interni per chiamare i consulenti erano staccati e io non sapevo come rintracciare lo psichiatra, il chirurgo, il vascolare o chiunque altro mi servisse per i miei pazienti non-Covid.




Lentamente il pronto soccorso si è adattato al crescente numero di casi sospetti. All'inizio erano così pochi che bastava la nostra stanza di isolamento per visitarli: l'infermiere mi chiamava dal triage, il paziente veniva accompagnato lungo un percorso esterno fino alla stanza di isolamento, nel frattempo mi bardavo (cuffia, calzari, camice impermeabile, maschera filtrante, visor, doppio paio di guanti), poi entravo nella stanza di isolamento, visitavo e interrogavo il paziente, uscivo, chiamavo l'unità di crisi per l'autorizzazione al tampone e, se c'erano dei criteri molto stringenti, chiedevo il tampone, altrimenti rimandavo il paziente a casa con la tachipirina.
Ben presto la stanza di isolamento non è stata più sufficiente e ci hanno dato 4 stanze al quarto piano (sempre accessibili da percorso dedicato) per ospitare fino a 16 pazienti.
E poi, mano a mano che i pazienti "normali" diminuivano, il covid si è mangiato quasi tutto il pronto soccorso.

Una notte sono andata al lavoro e c'era un muro. Un muro di mattoni a separare l'area covid da quella normale, o, come diciamo noi, lo sporco dal pulito, la zona dove devi vivere con mascherina, guanti, cuffia e camice di tessuto non tessuto da quella dove hai il privilegio di lavorare come un mese fa, con la tutina di stoffa e le mani libere.
Il muro, nota giustamente un collega, sembra quello della copertina di "the wall" dei Pink Floyd.


Ora la zona pulita ha 1 ambulatorio e 1 sala emergenza per 8 posti letto totali, mentre quella sporca ha 2 ambulatori, 1 sala emergenza e una sala di degenza per 18+4 posti totali. I percorsi sono completamente separati e anche la radiologia ha due spazi, separati da muri di nylon, uno per i pazienti puliti, l'altra per i sospetti covid. I pazienti vengono smistati al pre-triage (la famosa tenda) e accedono da due ingressi diversi.

Le due sezioni del pronto non hanno nessun contatto se non per telefono o per radio.
Per limitare al massimo lo spreco di materiale la scorta dei farmaci rimane nel pulito, mentre nella zona covid c'è un carrello emergenze con i soli farmaci e presidi essenziali. Per i farmaci mancanti si chiede alla radio.

"Isolamento a emergenza, passo"
"Qui emergenza, avanti isolamento"
"Serve un keppra in 250 di fisiologica, passo"
"Ricevuto isolamento, lo preparo, passo"
"Emergenza a filtro, passo"
"Qui filtro, avanti emergenza"
"Ti passo il Keppra deflussato, passo"
"Ricevuto emergenza, passo"
"Filtro a isolamento, passo"
"Qui isolamento, avanti filtro"
"Ti lascio il keppra, quando vuoi puoi aprire la porta, passo e chiudo"
Se la situazione non fosse drammatica sembrerebbe di stare a un campeggio scout.

Nel frattempo le indicazioni dell'organizzazione mondiale della sanità sono cambiate: per visitare i pazienti con covid sospetto o accertato basta la maschera chirurgica, il visor, un solo paio di guanti e il camice di tessuto non tessuto. La maschera filtrante e il camice impermeabile vanno riservati alle procedure più invasive (tampone, aerosol, ventilazione in maschera, intubazione). Di conseguenza nella stanza emergenza-isolamento-covid c'è sempre un infermiere per prestare assistenza ai pazienti eventualmente presenti, mentre il medico, che va su e giù tra gli ambulatori e la stanza isolamento si cambia di volta in volta.

Fuori dalla stanza di isolamento c'è il "filtro", una zona franca e semi-pulita con un infermiere che gestisce la radio ed è incaricato di fornire alla stanza di isolamento-covid tutto ciò di cui ha bisogno. Il Filtro fa da tramite tra l'emergenza pulita e l'emergenza-isolamento-covid e tra la degenza-covid e il resto dell'ospedale. Fa i bagni a letto ai pazienti il cui tampone è risultato negativo e che necessitano di ricovero in zone pulite dell'ospedale, sanifica tutto il materiale che esce dall'isolamento e lo prepara all'utilizzo successivo, invia le provette per gli esami e legge i referti alla radio. 

Quando sono dentro con un paziente, vestita come un astronauta, la sensazione di isolamento è totale, prendere fiato è faticoso sotto alla maschera filtrante, e il suono del respiro mi rimbomba nelle orecchie: mi sembra davvero di essere in una navicella spaziale ad anni luce di distanza da altri esseri umani.

Noi medici di pronto siamo abituati, nelle emergenze, ad avere moltissimi presidi e tantissime mani a disposizione: un paziente grave assorbe spesso tutte le risorse in turno e chiunque passi sa come dare una mano. Moltissime cose avvengono senza che ce ne rendiamo conto e senza una richiesta esplicita: gli infermieri e gli oss sanno benissimo cosa fare, chi cerca un accesso venoso, chi analizza l'emogasanalisi, chi spoglia il paziente e lo monitorizza, chi mette il catetere, chi fa l'ecografia, chi prepara i farmaci: è tutto molto efficiente e rapido. Invece nell'isolamento siamo due: un medico, un infermiere, un carrello emergenza, un attacco dell'ossigeno e un ventilatore. Possiamo chiedere cosa vogliamo, ma la latenza è notevole. Un altro paio di mani richiede 5 minuti di vestizione e 5 minuti, durante un'emergenza, sono eterni. Per chiamare l'anestesista bisogna spiegare alla radio il motivo, far chiamare da fuori e aspettare che l'anestesista a sua volta si vesta. I farmaci richiedono lo scambio radio di cui sopra, bisogna pensare in anticipo, ma anche evitare di sprecare materiale che una volta entrato non può più uscire.


Photo courtesy of Marida

In poco più di una settimana quel muro, che è diventato simbolo della nostra lotta, si è riempito di firme e graffiti. Ci ricorda che siamo uniti, anche se non possiamo toccarci e per riconoscerci dobbiamo parlarci, perché l'unica cosa che spunta dalle divise sono gli occhi e i maschi barbuti si sono rasati per far aderire meglio le mascherine. Già si parla di quando lo abbatteremo, quel muro: chi dice a martellate, chi a pugni, chi a testate. Di quando sgonfieremo la tenda e potremo abbracciarci.

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martedì 31 dicembre 2019

Qualche consiglio di lettura


Mi sarebbe piaciuto, giunti a fine anno, stilare una top ten dei libri letti. Peccato che le liste non mi siano mai piaciute, e che sia totalmente incapace di mettere in ordine libri di generi diversi. Poi i generi tra cui spazio sono così vari che potrebbero accontentare più di una persona e sarebbe un peccato lasciare fuori qualche bella scoperta solo perchè la lista ne contiene già dieci. Così ho semplicemente scorso la lista e speso due parole per quelli che ho amato di più quest'anno. Li trovate di seguito, se può servire.

Ambito letterario

Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato



Per chi ama i libri. Il giovane Libero Marsell vive tra l'Italia e la Francia, sentendosi costantemente straniero, specchio dello scisma tra due mondi generata dalla separazione dei suoi genitori. Lo salvano la letteratura e una serie di donne "guida". La trama raccontata così è riduttiva, ma i personaggi di questo libro restano dentro a lungo, insieme alla sensazione avvolgente di un grande romanzo.

Da provare anche... Giacomo Papi, il censimento dei radical chic. Un grande soggetto con l'unico difetto di essere troppo breve e poco sviluppato nelle trame secondarie. In un presente ucronico o in un futuro poco lontano, l'Italia ha un governo sovranista; parlare difficile è diventato segno di malafede e gli intellettuali sono additati alla gogna mediatica, qualcuno viene persino ucciso dalla folla inferocita. Lo stesso libro è sottoposto a un ipotetico vaglio della censura con note a piè di pagina che sottolinea le parole difficili e le frasi dalla sintassi complessa suggerendo delle alternative.

Ambito medico  

Adam Kay, Le farò un po' male: diario tragicomico di un medico alle prime armi

Per chi, come me, fa parte del mondo sanitario, ma anche per chi ne è del tutto estraneo. Con sapiente ironia l'autore, tra un aneddoto da specializzando e un oggetto improbabile estratto dalla vagina di qualcuno, trasmette alcune criticità del sistema inglese. Leggetelo se volete sapere dove rischia di andare il nostro sistema sanitario in crisi.

Da provare anche... Jennifer Worth, Chiamate la levatrice. Le avventure di una levatrice inglese nella Londra dell'800. Una trama del genere non ispira fiducia, lo so. Ma credetemi se vi dico che i personaggi raccontati sembrano usciti da un romanzo, lo stile è fresco e vi verrà voglia di accompagnare la levatrice negli altri due volumi della trilogia.


Atul Gawande, The Checklist Manifesto (penso che in italiano si chiami Checklist e basta). L'avevo già letto, ma una rilettura con più cognizione di causa fa sempre bene. è un libro che definirei, banalmente, rivoluzionario: insegna molto sul modo di pensare di quasi tutti gli umani e dei medici in particolare e propone alcune soluzioni semplici e applicabili.



Ambito giuridico  

Ian Mc Ewan, La ballata di Adam Henry
Per chi ha voglia di leggere di medicina, ma anche di legge. La storia, semplice, è quella di una giudice inglese che si ritrova a decidere se sottoporre o no a trasfusione di sangue un ragazzo testimone di Geova quasi diciottenne affetto da una neoplasia ematologica. Contrariamente alle sue abitudini, decide di conoscerlo personalmente, con sviluppi imprevedibili. Etica, libero arbitrio, religione, attraverso la lente di un giovane che scoppia di voglia di vivere e di una lady inglese meno algida di quanto vorrebbe e con qualche rimpianto di maternità.

Elvio Fassone, fine pena: ora

Per chi, come me, non si è mai occupato di carcere è a dir poco illuminante. L'autore è un magistrato coinvolto in un maxi-processo per mafia durante il quale conosce Salvatore, un imputato poi condannato all'ergastolo. Tramite la corrispondenza tra i due, instauratasi quasi per caso con lo scambio di un libro, siddharta, veniamo introdotti nelle assurdità e crudeltà del mondo carcerario italiano.

Da provare anche... Marco Malvaldi, Vento in scatola. Sempre di ambito carcerario e sempre tratto da una storia vera, il maestro del giallo ci immerge in una storia tutta italiana: protagonista un tunisino truffatore accusato di un reato che non ha commesso, dal quale non osa scagionarsi per timore di essere punito per quello che ha commesso davvero.


Voglia di classici  

A.J.Cronin, E le stelle stanno a guardare

Un romanzo epico e sconsolato sul mondo, profondamente ingiusto e crudele, delle miniere di carbone. Un romanzo di formazione al contrario. Un classico senza tempo che potrebbe essere ambientato ai giorni nostri. Una traduzione un po' agé che lo rende ancora più affascinante.

Natalia Ginzburg, Lessico familiare.
Al liceo non l'ho mai letto e forse ho fatto bene, perchè ora l'ho adorato. Lo stile è unico e incredibilmente leggero per ciò di cui tratta e per come lo affronta. In verità ho ascoltato l'audiolibro letto da Margherita Buy, che probabilmente lo rende ancora più speciale. Vi basti sapere che grazie a questo libro mi è tornata voglia di "scrittori della prima Einaudi" e sono passata a Pavese, Calvino e poi a Fenoglio sul filone Seconda Guerra Mondiale e infine alla Storia di Elsa Morante.

Da provare anche... Elsa Morante, La Storia Ok, è un mattone di 700 pagine, ma i personaggi trasudano umanità e rimangono per sempre. Ha solo un difetto, è di una tristezza sconfinata, non iniziatelo se non siete dell'umore adatto a soffrire un po'.


Harper Lee, il buio oltre la siepe

Anche questo sfuggito ai classici dell'adolescenza non so perchè, forse per il titolo fuorviante. Bellissimo. Nel sud degli stati uniti, da poco uscito dalla schiavitù, l'avvocato Atticus Finch è incaricato della difesa di un nero. I suoi due figli, intanto, vivono un'infanzia spensierata a due passi da una casa stregata, la cui storia viene svelata poco a poco fino all'umanissimo finale. Anche qui personaggi che restano nel cuore molto a lungo.

Viaggio  

Federico Rampini, L'oceano di mezzo

Rampini è stato ovunque, nella Bruxelles pre-unione Europea, in paesini abbandonati della Francia, in Giappone, quasi ovunque negli USA e di ogni posto ha da raccontare un pezzo di storia misconosciuto, un aneddoto denso di significato, un'esperienza personale. Il tutto corredato da acquerelli meravigliosi.

Da provare anche... Ryszard Kapuscinski, In viaggio con Erodoto. Per chi ha una formazione classica quasi un sogno. L'autore, giornalista d'assalto di un oscuro giornale polacco, viene inviato nei posti più improbabili con mezzi e interpreti scarsi. Trova conforto nelle storie di Erodoto, di cui cita ampi brani contestualizzandoli e spiegandoli alla luce di quanto osserva al di fuori.



E sempre per i viaggi classici... Daniel Mendelsohn, Un'odissea. Un professore di lettere classiche negli USA offre al padre ottantenne di partecipare al suo seminario sull'Odissea. Ne segue una crociera a tema nel mediterraneo dove a brani del poeta e relativa esegesi si intervallano aneddoti sulla vita familiare dell'autore. Lo amerete se vi piacciono gli autori americani e insieme i classici.

Non-fiction 

Antonio Scurati, M, il figlio del secolo


Sono in dubbio se inserirlo nei saggi, ma per il vastissimo lavoro di ricerca secondo me merita questa categoria. Di certo è un saggio molto godibile e di facile lettura (ha un indice dei "personaggi" al fondo, se all'inizio avete problemi con i nomi). Personalmente non ho mai approfondito la storia dell'ascesa del fascismo e ricordo che i libri delle superiori erano piuttosto stringati sull'argomento. In parecchie centinaia di pagine di documenti storici e ricostruzioni romanzate, invece, Scurati ha tempo di far emergere i personaggi come persone reali e di indagare alcuni meccanismi ancora attuali di consenso e sfruttamento dell'opinione pubblica.

Irene Tinagli, La grande ignoranza


Un ottimo saggio, ben documentato, che aiuta a comprendere alcuni mali della politica moderna (non solo italiani) con excursus storici molto utili a chi, come me, ha una memoria politica forzosamente corta per cause anagrafiche. Fornisce anche spunti di riflessione e abbozzi di soluzioni meritevoli di pensiero.


Francesco Piccolo, L'italia spensierata

Questo saggio mi ha fatto scoprire un autore fantastico, quindi gli sono grata per forza. Ma poi l'idea è geniale: andare ad analizzare con spirito antropologico gli eventi da italiano medio. L'autogrill migliore e peggiore d'Italia durante un giorno da bollino nero autostradale, il film di natale di Boldi e De Sica il giorno di Santo Stefano, un soggiorno a Mirabilandia con due settenni.


Fabrizio Gatti, Bilal



Baro perchè l'ho letto a fine 2018, ma ve lo consiglio lo stesso. Questo libro risponde alla grande domanda "perchè i clandestini spendono migliaia di euro per arrivare in Europa invece di prendere un biglietto aereo?". L'autore ha seguito per intero la rotta dei clandestini attraverso il Sahara e poi a Lampedusa, spacciandosi per un profugo curdo. Non vi dico altro, va semplicemente letto.

Da provare anche... Cristina Cattaneo, naufraghi senza volto. Sapevate che metà dei cadaveri ributtati a riva dal mediterraneo restano non identificati? L'autrice, medico legale, ha fatto parte di un progetto volto a ridare un nome e una storia ad alcuni di questi naufraghi. è una lettura straziante che ricostruisce mille storie: quella dell'ormai tristemente celebre dodicenne con la pagella cucita nel giubbotto, ma anche di uno sconosciuto con un mucchietto di terra del suo paese cucita nella felpa, o di decine di stranieri di tutta Europa venuti in Italia nella speranza e nel timore di riconoscere i propri cari tra le foto dei cadaveri ripescati in una nave affondata.


Graphic Novel e affini  


Teresa Radice, Stefano Turconi,  Non stancarti di andare
 

Forse la scoperta più sorprendente dell'anno. Una graphic novel meravigliosa sia come disegni sia come testo e trama. Con un filo che lega i desaparecidos argentini degli anni '70, l'emancipazione femminile del '68, la crisi siriana degli anni '10 del 2000 e una storia personale commovente è davvero una delle graphic novel più belle che abbia mai letto.


Da provare anche... Leo Ortolani, due figlie e altri animali feroci. Non è una graphic novel in senso stretto, perchè è principalmente tratta da email e quindi costituita in gran parte di testo scritto intervallato da tavole magistralmente disegnate dal mitico autore di RatMan. Non credevo che avrei potuto ridere tanto su un tema così serio riflettendoci anche su. Imprescindibile per tutti coloro che abbiano mai pensato all'adozione, ma divertente anche per tutti gli altri.